Traduzione Originale
1.1 Spesso e a lungo ho riflettuto fra me se la capacità di parlare e l’altissimo studio dell’eloquenza abbiano recato agli uomini e alle città più bene o più male. Infatti, quando considero i danni della nostra repubblica e raccolgo nell’animo le antiche sciagure delle più grandi città, vedo che una parte non piccola dei mali fu introdotta per opera di uomini eloquentissimi; ma quando mi accingo a richiamare dai monumenti della letteratura le vicende remote dalla nostra memoria per la loro antichità, comprendo che molte città furono fondate, moltissime guerre spente, le più salde alleanze e le più sacre amicizie strette tanto con la ragione dell’animo quanto, e più agevolmente, con l’eloquenza. E quanto a me, mentre a lungo rifletto, la ragione stessa mi conduce soprattutto a questo giudizio: che la sapienza senza l’eloquenza giovi poco alle città, ma che l’eloquenza senza la sapienza nuoccia il più delle volte assai, e non giovi mai. Perciò, se qualcuno, trascurati gli studi più retti e più onesti della ragione e del dovere, consuma ogni fatica nell’esercizio del parlare, costui viene allevato come cittadino inutile a sé e rovinoso per la patria; chi invece così si arma di eloquenza da poter non assalire gli interessi della patria, ma difenderli, costui mi pare destinato a essere un uomo e un cittadino utilissimo e fedelissimo tanto ai propri interessi quanto a quelli pubblici.
Saepe et multum hoc mecum cogitavi, bonine an mali plus attulerit hominibus et civitatibus copia di- cendi ac summum eloquentiae studium. nam cum et nostrae rei publicae detrimenta considero et maxi- marum civitatum veteres animo calamitates colligo, non minimam video per disertissimos homines in- vectam partem incommodorum; cum autem res ab nostra memoria propter vetustatem remotas ex litte- rarum monumentis repetere instituo, multas urbes constitutas, plurima bella restincta, firmissimas socie- tates, sanctissimas amicitias intellego cum animi ra- tione tum facilius eloquentia comparatas. ac me quidem diu cogitantem ratio ipsa in hanc potissimum sententiam ducit, ut existimem sapientiam sine elo- quentia parum prodesse civitatibus, eloquentiam vero sine sapientia nimium obesse plerumque, prodesse numquam. quare si quis omissis rectissimis atque honestissimis studiis rationis et officii consumit omnem operam in exercitatione dicendi, is inutilis sibi, per- niciosus patriae civis alitur; qui vero ita sese armat eloquentia, ut non oppugnare commoda patriae, sed pro his propugnare possit, is mihi vir et suis et pu- blicis rationibus utilissimus atque amicissimus civis fore videtur.
1.2 E se vogliamo considerare l’origine di questa cosa che si chiama eloquenza — sia essa arte, o studio, o un certo esercizio, o una facoltà sorta dalla natura — troveremo che essa nacque da cause onestissime e mosse dai migliori princìpi. Vi fu infatti un tempo in cui gli uomini vagavano qua e là per i campi alla maniera delle bestie e prolungavano la vita con cibo selvatico, e nulla compivano con la ragione dell’animo, ma le più cose con la forza del corpo; non ancora si coltivava il senso della divina religione né del dovere umano, nessuno aveva veduto nozze legittime, nessuno aveva guardato figli che sapeva suoi, nessuno aveva appreso quale utilità vi fosse in un diritto equanime. Così, per l’errore e l’ignoranza, la cupidigia, cieca e temeraria signora dell’animo, abusava per appagarsi della forza del corpo, suoi rovinosissimi satelliti. In quel tempo un uomo certo grande e sapiente conobbe quale materia e quanta opportunità per le imprese più alte fosse riposta negli animi degli uomini, se qualcuno avesse potuto trarla fuori e renderla migliore con l’insegnamento; ed egli, con un certo metodo, costrinse e raccolse in un unico luogo gli uomini dispersi per i campi e nascosti in ricoveri silvestri, e, conducendoli verso ogni cosa utile e onesta, dapprima protestanti per la novità, poi sempre più volentieri ascoltanti per la ragione e per il discorso, da feroci e selvaggi li rese miti e mansueti.
Ac si volumus huius rei, quae vocatur eloquentia, sive artis sive studii sive exercitationis cuiusdam sive facultatis ab natura profectae considerare principium, reperiemus id ex honestissimis causis natum atque optimis rationibus profectum. nam fuit quoddam tem- pus, cum in agris homines passim bestiarum modo vagabantur et sibi victu fero vitam propagabant nec ratione animi quicquam, sed pleraque viribus corporis administrabant, nondum divinae religionis, non hu- mani officii ratio colebatur, nemo nuptias viderat legi- timas, non certos quisquam aspexerat liberos, non, ius aequabile quid utilitatis haberet, acceperat. ita propter errorem atque inscientiam caeca ac temeraria domi- natrix animi cupiditas ad se explendam viribus cor- poris abutebatur, perniciosissimis satellitibus. quo tem- pore quidam magnus videlicet vir et sapiens cognovit, quae materia esset et quanta ad maximas res opportunitas in animis inesset hominum, si quis eam posset elicere et praecipiendo meliorem reddere; qui dispersos homines in agros et in tectis silvestribus abditos ratione quadam conpulit unum in locum et congregavit et eos in unam quamque rem inducens utilem atque honestam primo propter insolentiam reclamantes, deinde propter rationem atque orationem studiosius audientes ex feris et inmanibus mites reddidit et mansuetos.
1.3 E a me invero pare che la sapienza non avrebbe potuto compiere questo — distogliere d’improvviso gli uomini dalla loro consuetudine e tradurli a generi di vita diversi — se fosse stata muta e priva di parola. E ancora: fondate le città, come mai si poté ottenere che gli uomini imparassero a coltivare la lealtà e a mantenere la giustizia, e si abituassero a obbedire ad altri di propria volontà, e stimassero giusto non solo affrontare fatiche per il bene comune, ma persino sacrificare la vita, se non avessero potuto persuadere con l’eloquenza ciò che avevano scoperto con la ragione? Certamente nessuno, quando per la forza era il più potente, avrebbe voluto scendere senza violenza a un eguale diritto, sì da lasciarsi rendere pari a coloro fra i quali poteva eccellere, e da ritirarsi di propria volontà da una consuetudine gradevolissima, che per giunta aveva già acquistato per l’antichità la forza della natura, se non fosse stato mosso da un discorso grave e soave. E così dapprima l’eloquenza pare nata e cresciuta più oltre, e parimenti poi, nelle più grandi imprese di pace e di guerra, impiegata con sommo vantaggio degli uomini; ma dopo che una certa facilità, depravata imitatrice della virtù, ebbe conseguito l’abbondanza del dire senza il senso del dovere, allora la malizia, fidando nell’ingegno, prese l’abitudine di sovvertire le città e di rovinare le vite degli uomini.
ac mihi qui- dem hoc nec tacita videtur nec inops dicendi sapientia perficere potuisse, ut homines a consuetudine subito converteret et ad diversas rationes vitae traduceret. age vero urbibus constitutis, ut fidem colere et iusti- tiam retinere discerent et aliis parere sua voluntate consuescerent ac non modo labores excipiendos com- munis commodi causa, sed etiam vitam amittendam existimarent, qui tandem fieri potuit, nisi homines ea, quae ratione invenissent, eloquentia persuadere po- tuissent? profecto nemo nisi gravi ac suavi commotus oratione, cum viribus plurimum posset, ad ius voluisset sine vi descendere, ut inter quos posset excellere, cum iis se pateretur aequari et sua voluntate a iucundissi- ma consuetudine recederet, quae praesertim iam natu- rae vim optineret propter vetustatem. ac primo quidem sic et nata et progressa longius eloquentia videtur et item postea maximis in rebus pacis et belli cum sum- mis hominum utilitatibus esse versata; postquam vero commoditas quaedam, prava virtutis imitatrix, sine ra- tione officii dicendi copiam consecuta est, tum ingenio freta malitia pervertere urbes et vitas hominum labe- factare assuevit.
1.4 E spieghiamo anche l’origine di questo male, poiché abbiamo parlato dell’origine del bene. Mi pare verosimile che in un certo tempo né uomini inetti e ignoranti fossero soliti occuparsi degli affari pubblici, né uomini grandi ed eloquenti accedessero alle cause private; ma, mentre le più grandi questioni erano amministrate dagli uomini più eminenti, ritengo vi fossero altri uomini non privi di scaltrezza, che accedevano alle piccole controversie dei privati. E poiché in tali controversie gli uomini si abituavano spesso a stare dalla parte della menzogna contro la verità, l’assiduità del dire generò audacia, sì che necessariamente quegli uomini superiori, a causa delle offese arrecate ai cittadini, erano costretti a resistere agli audaci e a soccorrere ciascuno i propri congiunti. E così, poiché nel dire spesso appariva pari, e talora persino superiore, colui che, abbandonato lo studio della sapienza, nulla si era procurato all’infuori dell’eloquenza, accadeva che, a giudizio sia della moltitudine sia di sé stesso, sembrasse degno di governare la repubblica. Di qui, senza dubbio e non a torto, quando uomini temerari e audaci erano giunti al timone della repubblica, avvenivano i più grandi e miserevoli naufragi. Per tali cose l’eloquenza si attirò tanto odio e tanta invidia, che gli uomini più ingegnosi, come da una qualche torbida tempesta in un porto, così da una vita sediziosa e tumultuosa si ritiravano in qualche studio tranquillo. Perciò mi pare che in seguito gli altri studi retti e onesti, coltivati nell’ozio dai migliori, risplendettero, mentre questo fu abbandonato dai più di loro e cadde in disuso proprio nel tempo in cui assai più vigorosamente avrebbe dovuto essere conservato e con maggiore studio accresciuto.
Atque huius quoque exordium mali, quoniam princi- pium boni diximus, explicemus. veri simillimum mihi videtur quodam tempore neque in publicis rebus infantes et insipientes homines solitos esse versari nec vero ad privatas causas magnos ac disertos homines accedere, sed cum a summis viris maximae res admini- strarentur, arbitror alios fuisse non incallidos homines, qui ad parvas controversias privatorum accederent. quibus in controversiis cum saepe a mendacio contra verum stare homines consuescerent, dicendi assiduitas induit audaciam, ut necessario superiores illi propter iniurias civium resistere audacibus et opitulari suis quisque necessariis cogeretur. itaque cum in dicendo saepe par, nonnumquam etiam superior visus esset is, qui omisso studio sapientiae nihil sibi praeter eloquen- tiam comparasset, fiebat, ut et multitudinis et suo iudi- cio dignus, qui rem publicam gereret, videretur. hinc nimirum non iniuria, cum ad gubernacula rei publicae temerarii atque audaces homines accesserant, maxima ac miserrima naufragia fiebant. quibus rebus tantum odii atque invidiae suscepit eloquentia, ut homines in- geniosissimi, quasi ex aliqua turbida tempestate in por- tum, sic ex seditiosa ac tumultuosa vita se in studium aliquod traderent quietum. quare mihi videntur postea cetera studia recta atque honesta per otium concele- brata ab optimis enituisse, hoc vero a plerisque eorum desertum obsolevisse tempore, quo multo vehementius erat retinendum et studiosius adaugendum.
1.5 Infatti, quanto più indegnamente la temerità e l’audacia degli stolti e dei malvagi violavano una cosa onestissima e rettissima, con somma rovina della repubblica, tanto più di buon grado bisognava sia resistere a costoro sia provvedere alla repubblica. E ciò non sfuggì a quel nostro
Catone, né a
Lelio, né — per dire il vero — al loro discepolo
Africano, né ai
Gracchi, nipoti dell’Africano: in questi uomini vi era somma virtù, e autorità accresciuta dalla somma virtù, e — ciò che era e ornamento a queste qualità e presidio alla repubblica — l’eloquenza. Perciò, a mio giudizio, all’eloquenza si deve attendere non di meno, sebbene alcuni ne abusino e privatamente e pubblicamente; anzi tanto più vigorosamente, affinché i malvagi non prevalgano oltre misura, con grande danno dei buoni e con la comune rovina di tutti, tanto più che questa è l’unica cosa che riguarda al massimo grado ogni affare, sia privato sia pubblico, e per cui la vita diventa sicura, onesta, illustre e parimenti gradevole. Da essa infatti vengono alla repubblica moltissimi vantaggi, se è presente la sapienza, moderatrice di tutte le cose; da essa confluiscono su coloro stessi che l’hanno conseguita lode, onore, dignità; da essa si procura anche agli amici di costoro il più certo e sicuro presidio. E a me almeno pare che gli uomini, pur essendo per molti aspetti più umili e più deboli, superino le bestie soprattutto in questo: che possono parlare. Perciò mi sembra cosa egregia che abbia conseguito chi proprio in ciò per cui gli uomini superano le bestie eccelle sugli uomini stessi. E se questo per caso si compie non solo per natura né per esercizio, ma si acquista anche con una certa arte, non è fuori luogo vedere che cosa dicano coloro che ci hanno lasciato alcuni precetti su tale materia. Ma prima di parlare dei precetti oratori, pare doversi dire del genere stesso dell’arte, della sua funzione, del suo fine, della sua materia, delle sue parti. Infatti, conosciute queste cose, l’animo di ciascuno potrà considerare più facilmente e più speditamente il metodo stesso e la via dell’arte.
nam quo indignius rem honestissimam et rectissimam violabat stultorum et improborum temeritas et audacia summo cum rei publicae detrimento, eo studiosius et illis re- sistendum fuit et rei publicae consulendum. quod no- strum illum non fugit
Catonem neque
Laelium neque eorum, ut vere dicam, discipulum
Africanum neque
Gracchos Africani nepotes: quibus in hominibus erat summa virtus et summa virtute amplificata auctoritas et, quae et his rebus ornamento et rei publicae prae- sidio esset, eloquentia. quare meo quidem animo nihilo minus eloquentiae studendum est, etsi ea quidam et privatim et publice abutuntur; sed eo quidem vehemen- tius, ne mali magno cum detrimento bonorum et com- muni omnium pernicie plurimum possint, cum prae- sertim hoc sit unum, quod ad omnes res et privatas et publicas maxime pertineat, hoc tuta, hoc honesta, hoc inlustris, hoc eodem vita iucunda fiat. nam hinc ad rem publicam plurima commoda veniunt, si mo- deratrix omnium rerum praesto est sapientia; hinc ad ipsos, qui eam adepti sunt, laus, honos, dignitas con- fluit; hinc amicis quoque eorum certissimum et tu- tissimum praesidium comparatur. ac mihi quidem vi- dentur homines, cum multis rebus humiliores et in- firmiores sint, hac re maxime bestiis praestare, quod loqui possunt. quare praeclarum mihi quiddam videtur adeptus is, qui, qua re homines bestiis praestent, ea in re hominibus ipsis antecellat. hoc si forte non natura modo neque exercitatione conficitur, verum etiam arti- ficio quodam comparatur, non alienum est videre, quae dicant ii, qui quaedam eius rei praecepta nobis reliquerunt. Sed antequam de praeceptis oratoriis dicimus, videtur dicendum de genere ipsius artis, de officio, de fine, de materia, de partibus. nam his rebus cognitis facilius et expeditius animus unius cuiusque ipsam ra- tionem ac viam artis considerare poterit.
1.6 Vi è una certa scienza civile, che consta di molte e grandi cose. Una sua parte grande e ampia è l’eloquenza artificiosa, che chiamano retorica. Infatti né concordiamo con coloro che ritengono che la scienza civile non abbia bisogno dell’eloquenza, né molto dissentiamo da coloro che la ritengono interamente racchiusa nella forza e nell’arte del retore. Perciò collocheremo questa facoltà oratoria in tal genere, da dire che essa è una parte della scienza civile. La funzione poi di questa facoltà pare essere parlare in modo adatto a persuadere; il fine è persuadere col discorso. Fra la funzione e il fine vi è questa differenza, che nella funzione si considera che cosa convenga fare, nel fine che cosa convenga ottenere. Come diciamo che la funzione del medico è curare in modo adatto a guarire, e il fine guarire con la cura, così comprendiamo che cosa diciamo essere la funzione e che cosa il fine dell’oratore, quando chiamiamo funzione ciò che egli deve fare, e diciamo fine ciò in vista di cui deve farlo.
Civilis quaedam ratio est, quae multis et magnis ex rebus constat. eius quaedam magna et ampla pars est artificiosa eloquentia, quam rhetoricam vocant. nam neque cum iis sentimus, qui civilem scientiam eloquentia non putant indigere, et ab iis, qui eam pu- tant omnem rhetoris vi et artificio contineri, magnopere dissentimus. quare hanc oratoriam facultatem in eo genere ponemus, ut eam civilis scientiae partem esse dicamus. Officium autem eius facultatis videtur esse dicere adposite ad persuasionem; finis persuadere dictione. inter officium et finem hoc interest, quod in officio, quid fieri, in fine, quid effici conveniat, con- sideratur. ut medici officium dicimus esse curare ad sanandum apposite, finem sanare curatione, item, ora- toris quid officium et quid finem esse dicamus, intel- legimus, cum id, quod facere debet, officium esse di- cimus, illud, cuius causa facere debet, finem appel- lamus.
1.7 Diciamo materia dell’arte ciò intorno a cui si occupa tutta l’arte e quella facoltà che si produce dall’arte. Come, se dicessimo che la materia della medicina sono le malattie e le ferite, poiché in queste si occupa tutta la medicina, così le cose intorno a cui si occupano l’arte e la facoltà oratoria, quelle cose chiamiamo materia dell’arte retorica. Tali cose alcuni le stimarono più numerose, altri meno. Infatti
Gorgia di Leontini, il più antico fra i retori, ritenne che l’oratore potesse parlare ottimamente di ogni argomento; costui sembra assoggettare a quest’arte una materia infinita e immensa.
Aristotele invece, che a quest’arte fornì moltissimi aiuti e ornamenti, ritenne che la funzione del retore si occupasse di tre generi di cose: il dimostrativo, il deliberativo, il giudiziale. Il dimostrativo è quello che si destina alla lode o al biasimo di una determinata persona; il deliberativo, che, posto nel dibattito civile, contiene in sé l’espressione di un parere; il giudiziale, che, posto in tribunale, contiene in sé l’accusa e la difesa, oppure la rivendicazione e il rifiuto. E, come almeno è nostra opinione, si deve ritenere che l’arte e la facoltà dell’oratore si occupino di questa materia tripartita.
Materiam artis eam dicimus, in qua omnis ars et ea facultas, quae conficitur ex arte, versatur. ut si medi- cinae materiam dicamus morbos ac vulnera, quod in his omnis medicina versetur, item, quibus in rebus ver- satur ars et facultas oratoria, eas res materiam artis rhetoricae nominamus. has autem res alii plures, alii pauciores existimarunt. nam
Gorgias Leontinus, anti- quissimus fere rhetor, omnibus de rebus oratorem op- time posse dicere existimavit; hic infinitam et inmensam huic artificio materiam subicere videtur.
Aristoteles autem, qui huic arti plurima adiumenta atque orna- menta subministravit, tribus in generibus rerum ver- sari rhetoris officium putavit, demonstrativo, delibera- tivo, iudiciali. demonstrativum est, quod tribuitur in alicuius certae personae laudem aut vituperationem; deliberativum, quod positum in disceptatione civili ha- bet in se sententiae dictionem; iudiciale, quod positum in iudicio habet in se accusationem et defensionem aut petitionem et recusationem. et, quemadmodum nostra quidem fert opinio, oratoris ars et facultas in hac ma-
1.8 Ermagora infatti non sembra né badare a ciò che dice né comprendere ciò che promette, poiché divide la materia dell’oratore in causa e in questione: dice che la causa è un argomento che ha in sé una controversia posta nel discorso con l’interposizione di persone determinate — la quale anche noi diciamo attribuita all’oratore (poiché ad essa subordiniamo le tre parti che prima abbiamo detto, la giudiziale, la deliberativa, la dimostrativa); chiama poi questione quella che ha in sé una controversia posta nel discorso senza l’interposizione di persone determinate, a questo modo: vi è forse un bene oltre l’onestà? sono veritieri i sensi? quale sia la forma del mondo? quale sia la grandezza del sole? Tali questioni, lontane dalla funzione dell’oratore, riteniamo che tutti facilmente le comprendano; infatti attribuire all’oratore, come se fossero alcune piccole cose, quelle materie in cui sappiamo che i sommi ingegni dei filosofi si sono consumati con grandissima fatica, pare grande follia. Che se Ermagora avesse posseduto in queste materie una grande capacità acquisita con lo studio e la disciplina, sembrerebbe, fidando nella propria scienza, aver stabilito qualcosa di falso intorno all’arte dell’oratore, ed aver esposto non ciò che può l’arte, ma ciò che poteva egli stesso. Ora invece tale è la capacità dell’uomo, che assai più presto gli si toglierebbe la retorica, di quanto gli si concederebbe la filosofia; e non perché l’arte da lui pubblicata mi sembri scritta in modo difettosissimo, giacché in essa sembra aver disposto con ingegno e diligenza materie scelte dalle antiche arti, e aver anch’egli prodotto qualcosa di nuovo; ma per l’oratore è cosa minima parlare dell’arte, ciò che costui fece, e di gran lunga la massima parlare secondo l’arte, ciò che tutti vediamo egli abbia saputo fare pochissimo.
teria tripertita versari existimanda est. nam Herma- goras quidem nec quid dicat attendere nec quid polli- ceatur intellegere videtur, qui oratoris materiam in cau- sam et in quaestionem dividat, causam esse dicat rem, quae habeat in se controversiam in dicendo positam cum personarum certarum interpositione; quam nos quoque oratori dicimus esse adtributam (nam tres eas partes, quas ante diximus, subponimus, iudicialem, de- liberativam, demonstrativam). quaestionem autem eam appellat, quae habeat in se controversiam in dicendo positam sine certarum personarum interpositione, ad hunc modum: ecquid sit bonum praeter honestatem? verine sint sensus? quae sit mundi forma? quae sit solis magnitudo? quas quaestiones procul ab oratoris officio remotas facile omnes intellegere existimamus; nam quibus in rebus summa ingenia philosophorum plurimo cum labore consumpta intellegimus, eas sicut aliquas parvas res oratori adtribuere magna amentia videtur. quodsi magnam in his
Hermagoras habuisset facultatem studio et disciplina comparatam, videretur fretus sua scientia falsum quiddam constituisse de oratoris artificio et non quid ars, sed quid ipse posset, exposuisse. nunc vero ea vis est in homine, ut ei multo rhetoricam citius quis ademerit, quam philosophiam concesserit: neque eo, quo eius ars, quam edidit, mihi mendosissime scripta videatur; nam satis in ea videtur ex antiquis artibus ingeniose et diligenter electas res collocasse et nonnihil ipse quoque novi protulisse; ve- rum oratori minimum est de arte loqui, quod hic fecit, multo maximum ex arte dicere, quod eum minime po- tuisse omnes videmus.
1.9 Perciò la materia dell’arte retorica ci pare quella che abbiamo detto essere parsa ad Aristotele; le parti poi sono quelle che i più hanno indicato: invenzione, disposizione, elocuzione, memoria, pronuncia. L’invenzione è l’escogitazione di cose vere o verosimili che rendano probabile la causa; la disposizione è la distribuzione in ordine delle cose trovate; l’elocuzione è l’adattamento di parole e di pensieri idonei all’invenzione; la memoria è la salda ritenzione nell’animo delle cose e delle parole pertinenti all’invenzione; la pronuncia è la regolazione della voce e del corpo secondo la dignità delle cose e delle parole. Ora, stabilite brevemente queste cose, rinvieremo ad altro tempo le argomentazioni con cui potremmo mostrare il genere, il fine e la funzione di quest’arte; esse infatti richiedono molte parole e non riguardano tanto la descrizione dell’arte e la trasmissione dei precetti. Riteniamo invece che chi scrive un’arte retorica debba scrivere intorno alle due cose restanti, la materia dell’arte e le parti. E a me invero pare che si debba trattare congiuntamente della materia e delle parti. Perciò si consideri anzitutto l’invenzione, che è la prima di tutte le parti, quale debba essere in ogni genere di cause.
Quare materia quidem nobis rhetoricae videtur artis ea, quam Aristoteli visam esse diximus; partes autem eae, quas plerique dixerunt, inventio, dispositio, elo- cutio, memoria, pronuntiatio. inventio est excogitatio rerum verarum aut veri similium, quae causam proba- bilem reddant; dispositio est rerum inventarum in or- dinem distributio; elocutio est idoneorum verborum et sententiarum ad inventionem accommodatio; memoria est firma animi rerum ac verborum ad inventionem perceptio; pronuntiatio est ex rerum et verborum dignitate vocis et corporis moderatio. Nunc his rebus breviter constitutis eas rationes, qui- bus ostendere possimus genus et finem et officium huius artis, aliud in tempus differemus; nam et mul- torum verborum indigent et non tanto opere ad artis descriptionem et praecepta tradenda pertinent. eum au- tem, qui artem rhetoricam scribat, de duabus reliquis rebus, materia artis ac partibus, scribere oportere existimamus. ac mihi quidem videtur coniuncte agen- dum de materia ac partibus. quare inventio, quae prin- ceps est omnium partium, potissimum in omni causa- rum genere, qualis debeat esse, consideretur.
1.10 Ogni questione che ha in sé posta nel discorso e nel dibattito qualche controversia contiene una quaestio o di fatto, o di nome, o di genere, o di azione. Quella quaestio, dunque, da cui nasce la causa, la chiamiamo constitutio. La constitutio è il primo scontro delle cause, mosso dalla confutazione dell’accusa, a questo modo: «l’hai fatto»: «non l’ho fatto», oppure «l’ho fatto a buon diritto». Quando la controversia è di fatto, poiché la causa si fonda su congetture, la constitutio si chiama congetturale. Quando invece è di nome, poiché il valore del vocabolo deve definirsi con parole, la constitutio si dice definitiva. Quando poi si ricerca quale sia la cosa, poiché la controversia verte e sul valore e sul genere del fatto, la constitutio si chiama generale. Ma quando la causa dipende dal fatto che o non sembra agire chi deve, o non contro colui contro cui deve, o non dinanzi a coloro, nel tempo, secondo la legge, per il capo d’accusa, con la pena dovuti, la constitutio si dice traslativa, poiché l’azione pare aver bisogno di traslazione e di mutamento. E necessariamente alcuna di queste cade in ogni genere di causa; infatti, in quella in cui non ne caderà alcuna, in essa non potrà esservi alcuna controversia. Perciò non conviene neppure ritenerla una causa.
Omnis res, quae habet in se positam in dictione ac disceptatione aliquam controversiam, aut facti aut no- minis aut generis aut actionis continet quaestionem. eam igitur quaestionem, ex qua causa nascitur, consti- tutionem appellamus. constitutio est prima conflictio causarum ex depulsione intentionis profecta, hoc modo: fecisti: non feci aut iure feci. cum facti con- troversia est, quoniam coniecturis causa firmatur, con- stitutio coniecturalis appellatur. cum autem nominis, quia vis vocabuli definienda verbis est, constitutio de- finitiva nominatur. cum vero, qualis res sit, quaeritur, quia et de vi et de genere negotii controversia est, con- stitutio generalis vocatur. at cum causa ex eo pendet, quia non aut is agere videtur, quem oportet, aut non cum eo, quicum oportet, aut non apud quos, quo tem- pore, qua lege, quo crimine, qua poena oportet, transla- tiva dicitur constitutio, quia actio translationis et com- mutationis indigere videtur. atque harum aliquam in omne causae genus incidere necesse est; nam in quam rem non inciderit, in ea nihil esse poterit controversiae. quare eam ne causam quidem convenit putari.
1.11 E la controversia di fatto, invero, può riferirsi a ogni tempo. Infatti si può ricercare che cosa sia stato fatto, a questo modo: se
Ulisse abbia ucciso
Aiace; e che cosa si faccia, a questo modo: se i
Fregellani siano di buon animo verso il popolo romano; e che cosa sarà per accadere, a questo modo: se, lasciata incolume
Cartagine, ne verrà qualche danno alla repubblica. La controversia è di nome quando si concorda sul fatto e si ricerca con quale nome si debba chiamare ciò che è stato fatto. In tal genere è necessario che la controversia sia di nome per questo, perché non si concorda sulla cosa stessa: non perché non vi sia certezza intorno al fatto, ma perché ciò che è stato fatto sembra all’uno una cosa, all’altro un’altra, e perciò l’uno lo chiama con un nome, l’altro con un altro. Perciò in tali generi la cosa dovrà essere definita con parole e descritta brevemente, come, se taluno avrà sottratto un oggetto sacro da una casa privata, se debba giudicarsi ladro o sacrilego; infatti, quando ciò si ricerca, sarà necessario definire l’una e l’altra cosa, che sia il ladro, che sia il sacrilego, e mostrare con la propria descrizione che quella cosa di cui si tratta conviene chiamarla con un nome diverso da quello che dicono gli avversari.
Ac facti quidem controversia in omnia tempora potest tribui. nam quid factum sit, potest quaeri, hoc modo: occideritne
Aiacem Ulixes; et quid fiat, hoc modo: bonone animo sint erga populum Romanum Fre- gellani; et quid futurum sit, hoc modo: si
Carthaginem reliquerimus incolumem, num quid sit incommodi ad rem publicam perventurum. Nominis est controversia, cum de facto convenit et quaeritur, id quod factum est quo nomine appelletur. quo in genere necesse est ideo nominis esse controver- siam, quod de re ipsa non conveniat; non quod de facto non constet, sed quod id, quod factum sit, aliud alii videatur esse et idcirco alius alio nomine id appellet. quare in eiusmodi generibus definienda res erit verbis et breviter describenda, ut, si quis sacrum ex privato subripuerit, utrum fur an sacrilegus sit iudicandus; nam id cum quaeritur, necesse erit definire utrumque, quid sit fur, quid sacrilegus, et sua descriptione ostendere alio nomine illam rem, de qua agitur, appellare opor- tere atque adversarii dicunt.
1.12 La controversia è di genere quando e si concorda su che cosa sia stato fatto, e consta con quale nome ciò debba chiamarsi, e tuttavia si ricerca quanto, di che sorta e in generale quale sia, a questo modo: giusto o ingiusto, utile o inutile, e tutto ciò in cui si ricerca quale sia ciò che è stato fatto, senza alcuna controversia di nome. A questo genere Ermagora sottopose quattro parti: la deliberativa, la dimostrativa, la giuridiciale, la negoziale. E ciò, a nostro giudizio, pare un errore non lieve da riprendere, ma in breve, per non sembrare, se lo trascurassimo in silenzio, di non averlo seguito senza ragione, oppure, se ci soffermassimo più a lungo su questo, di aver recato indugio e impedimento ai precetti restanti. Se la deliberazione e la dimostrazione sono generi di cause, non possono rettamente ritenersi parti di un genere di causa; infatti la stessa cosa può essere per l’uno genere, per l’altro parte, ma per il medesimo non può essere e genere e parte. Ora la deliberazione e la dimostrazione sono generi di cause. Infatti, o non vi è alcun genere di causa, o il solo giudiziale, oppure e il giudiziale e il dimostrativo e il deliberativo. Dire che non vi è alcun genere di causa, mentre afferma che le cause sono molte e per esse dà precetti, è follia; che vi sia il solo giudiziale, come può, dal momento che la deliberazione e la dimostrazione né sono simili tra loro, e dal genere giudiziale moltissimo dissentono, e ciascuna ha il proprio fine a cui dev’essere riferita? Resta dunque che i generi di cause siano tutti e tre. La deliberazione e la dimostrazione non possono rettamente ritenersi parti di un genere di causa. A torto, dunque, egli le disse parti della constitutio generale.
Generis est controversia, cum et, quid factum sit, convenit et, quo id factum nomine appellari oporteat, constat et tamen, quantum et cuiusmodi et omnino quale sit, quaeritur, hoc modo: iustum an iniustum, utile an inutile, et omnia, in quibus, quale sit id, quod factum est, quaeritur sine ulla nominis controversia. huic generi Hermagoras partes quattuor subposuit, de- liberativam, demonstrativam, iuridicialem, negotialem. quod eius, ut nos putamus, non mediocre peccatum reprehendendum videtur, verum brevi, ne aut, si taciti praeterierimus, sine causa non secuti putemur aut, si diutius in hoc constiterimus, moram atque impedimen- tum reliquis praeceptis intulisse videamur. si delibe- ratio et demonstratio genera sunt causarum, non pos- sunt recte partes alicuius generis causae putari; eadem enim res alii genus esse, alii pars potest, eidem genus esse et pars non potest. deliberatio autem et demon- stratio genera sunt causarum. nam aut nullum causae genus est aut iudiciale solum aut et iudiciale et demon- strativum et deliberativum. nullum dicere causae esse genus, cum causas esse multas dicat et in eas praecepta det, amentia est; unum iudiciale autem solum esse qui potest, cum deliberatio et demonstratio neque ipsae similes inter se sint et ab iudiciali genere plurimum dissideant et suum quaeque finem habeat, quo referri debeat? relinquitur ergo, ut omnia tria genera sint cau- sarum. deliberatio et demonstratio non possunt recte partes alicuius generis causae putari. male igitur eas generalis constitutionis partes esse dixit.
1.13 Che se non possono rettamente ritenersi parti di un genere di causa, molto meno rettamente saranno ritenute parti di una parte di causa. Ora ogni constitutio è una parte della causa; non infatti la causa si adatta alla constitutio, ma la constitutio alla causa. La dimostrazione e la deliberazione non possono rettamente ritenersi parti di un genere di causa, poiché esse stesse sono generi; molto meno rettamente, dunque, saranno ritenute parti di quella parte di cui qui si parla. Inoltre, se la constitutio, e essa stessa e ogni sua parte, è confutazione dell’accusa, ciò che non è confutazione dell’accusa non è né constitutio né parte della constitutio; ma se ciò che non è confutazione dell’accusa non è né constitutio né parte della constitutio, la deliberazione e la dimostrazione non sono né constitutio né parte della constitutio. Se dunque la constitutio, e essa stessa e ogni sua parte, è confutazione dell’accusa, la deliberazione e la dimostrazione non sono né constitutio né parte della constitutio. Ed egli stesso ammette che la constitutio è confutazione dell’accusa; bisogna dunque che ammetta che la dimostrazione e la deliberazione non sono constitutio né parte della constitutio. E si sarà incalzati dalla medesima conclusione, sia che egli abbia detto che la constitutio è la prima affermazione della causa dell’accusatore, sia che è la prima difesa del difensore; infatti lo seguiranno tutti i medesimi inconvenienti.
Quodsi generis causae partes non possunt recte pu- tari, multo minus recte partis causae partes putabun- tur. pars autem causae est constitutio omnis; non enim causa ad constitutionem, sed constitutio ad causam adcommodatur. at demonstratio et deliberatio generis causae partes non possunt recte putari, quod ipsa sunt genera; multo igitur minus recte partis eius, quae hic dicitur, partes putabuntur. deinde si constitutio et ipsa et pars eius quaelibet intentionis depulsio est, quae intentionis depulsio non est, ea nec constitutio nec pars constitutionis est: at si, quae intentionis de- pulsio non est, ea nec constitutio nec pars constitutionis est, deliberatio et demonstratio neque constitutio nec pars constitutionis est. si igitur constitutio et ipsa et pars eius intentionis depulsio est, deliberatio et de- monstratio neque constitutio neque pars constitutionis est. placet autem ipsi constitutionem intentionis esse depulsionem; placeat igitur oportet demonstrationem et deliberationem non esse constitutionem nec partem constitutionis. atque hoc eodem urguebitur, sive con- stitutionem primam causae accusatoris confirmationem dixerit sive defensoris primam deprecationem; nam eum eadem omnia incommoda sequentur.
1.14 Inoltre, una causa congetturale non può, a un tempo, dalla stessa parte e nello stesso genere, essere e congetturale e definitiva. Né una causa definitiva può, a un tempo, dalla stessa parte e nello stesso genere, essere e definitiva e traslativa. E in generale nessuna constitutio né parte della constitutio può a un tempo e avere la propria forza e contenere in sé quella di un’altra, per questo, perché ciascuna si considera da sé e dalla sua natura semplicemente, e, assunta l’altra, si raddoppia il numero delle costituzioni, non si accresce la forza della constitutio. Ma una causa deliberativa, a un tempo, dalla stessa parte e nello stesso genere, suole avere constitutio e congetturale e generale e definitiva e traslativa, e una sola e talora più. Dunque essa stessa non è né constitutio né parte della constitutio. Lo stesso suole avvenire nella dimostrazione. Questi, dunque, come prima abbiamo detto, devono ritenersi generi di cause, non parti di una qualche constitutio. Questa constitutio, dunque, che chiamiamo generale, ci pare avere due parti, la giuridiciale e la negoziale. Giuridiciale è quella in cui si ricerca la natura dell’equo e del retto, o la ragione del premio o della pena; negoziale, quella in cui si considera quale sia il diritto secondo l’uso civile e l’equità,
Deinde coniecturalis causa non potest simul ex eadem parte eodem in genere et coniecturalis esse et definitiva. nec definitiva causa potest simul ex eadem parte eodem in genere et definitiva esse et translativa. et omnino nulla constitutio nec pars con- stitutionis potest simul et suam habere et alterius in se vim continere, ideo quod una quaeque ex se et ex sua natura simpliciter consideratur, altera assumpta numerus constitutionum duplicatur, non vis constitu- tionis augetur. at deliberativa causa simul ex eadem parte eodem in genere et coniecturalem et generalem et definitivam et translativam solet habere constitu- tionem et unam aliquam et plures nonnumquam. ergo ipsa neque constitutio est nec pars constitutionis. idem in demonstratione solet usu venire. genera igitur, ut ante diximus, haec causarum putanda sunt, non partes alicuius constitutionis. Haec ergo constitutio, quam generalem nominamus, partes videtur nobis duas habere, iuridicialem et neg- otialem. iuridicialis est, in qua aequi et recti natura aut praemii aut poenae ratio quaeritur; negotialis, in qua, quid iuris ex civili more et aequitate sit, conside- ratur;
1.15 alla qual cura presso di noi si ritiene che presiedano i giureconsulti. E la giuridiciale stessa si divide anch’essa in due parti, l’assoluta e l’assuntiva. Assoluta è quella che contiene in sé la questione del diritto e del torto; assuntiva, quella che da sé non offre nulla di saldo alla difesa, ma assume di fuori qualche difesa. Le sue parti sono quattro: la concessione, la rimozione dell’accusa, il riversamento dell’accusa, il confronto. La concessione si ha quando l’imputato non difende ciò che è stato fatto, ma chiede che gli si perdoni. Questa si divide in due parti, la giustificazione e la deprecazione. La giustificazione si ha quando si concede il fatto, ma si rimuove la colpa. Questa ha tre parti: l’imprudenza, il caso, la necessità. La deprecazione si ha quando l’imputato confessa di aver peccato e di aver peccato di proposito, e tuttavia chiede che gli si perdoni; genere che ben di rado può accadere. La rimozione dell’accusa si ha quando l’imputato si sforza di rimuovere da sé, dalla propria colpa e dal proprio potere, su un altro l’accusa che gli viene mossa. Ciò potrà farsi in due modi, se o la causa o il fatto si trasferisca su un altro. La causa si trasferisce quando si dice che il fatto fu compiuto per forza e potere altrui; il fatto, quando si dice che un altro avrebbe dovuto o potuto compierlo. Il riversamento dell’accusa si ha quando si dice che il fatto fu compiuto a buon diritto, perché un altro prima aveva provocato con un’offesa. Il confronto si ha quando si sostiene che fu compiuta qualche altra cosa retta o utile, e che, perché ciò avvenisse, fu commesso quello di cui si è accusati.
cui diligentiae praeesse apud nos iure consulti existimantur. ac iuridicialis quidem ipsa et in duas tribuitur partes, absolutam et adsumptivam. absoluta est, quae ipsa in se continet iuris et iniuriae quae- stionem; adsumptiva, quae ipsa ex se nihil dat firmi ad recusationem, foris autem aliquid defensionis ad- sumit. eius partes sunt quattuor, concessio, remotio criminis, relatio criminis, conparatio. concessio est, cum reus non id, quod factum est, defendit, sed ut ignoscatur, postulat. haec in duas partes dividitur, purgationem et deprecationem. purgatio est, cum fac- tum conceditur, culpa removetur. haec partes habet tres, inprudentiam, casum, necessitatem. deprecatio est, cum et peccasse et consulto peccasse reus se con- fitetur et tamen, ut ignoscatur, postulat; quod genus perraro potest accidere. remotio criminis est, cum id crimen, quod infertur, ab se et ab sua culpa et potestate in alium reus removere conatur. id dupliciter fieri pot- erit, si aut causa aut factum in alium transferetur. causa transferetur, cum aliena dicitur vi et potestate fac- tum, factum autem, cum alius aut debuisse aut potuisse facere dicitur. relatio criminis est, cum ideo iure fac- tum dicitur, quod aliquis ante iniuria lacessierit. con- paratio est, cum aliud aliquid factum rectum aut utile contenditur, quod ut fieret, illud, quod arguitur, dicitur esse commissum.
1.16 Nella quarta constitutio, che chiamiamo traslativa, vi è controversia di tale constitutio quando si ricerca o chi, o contro chi, o in qual modo, o dinanzi a quali, o per qual diritto, o in qual tempo convenga agire, ovvero in generale si tratta di qualcosa intorno al mutamento o all’invalidamento dell’azione. Di questa constitutio si ritiene inventore Ermagora, non perché non se ne siano serviti spesso molti antichi oratori, ma perché gli scrittori d’arte anteriori non l’avvertirono né la riportarono nel numero delle costituzioni. Dopo che fu da lui scoperta, molti la ripresero, i quali riteniamo essere ingannati non tanto da imprudenza (la cosa infatti è evidente) quanto impediti dall’invidia e da una certa malevolenza. E le costituzioni, invero, e le loro parti le abbiamo esposte; gli esempi di ciascun genere ci sembrerà di esporli più opportunamente quando per ognuno di essi forniremo l’abbondanza degli argomenti; infatti la ragione dell’argomentare sarà più chiara quando subito potrà adattarsi e al genere e all’esempio della causa.
In quarta constitutione, quam translativam nomi- namus, eius constitutionis est controversia, cum aut quem aut quicum aut quomodo aut apud quos aut quo iure aut quo tempore agere oporteat, quaeritur aut omnino aliquid de commutatione aut infirmatione actionis agitur. huius constitutionis Hermagoras in- ventor esse existimatur, non quo non usi sint ea veteres oratores saepe multi, sed quia non animadverte- runt artis scriptores eam superiores nec rettulerunt in numerum constitutionum. post autem ab hoc inventam multi reprehenderunt, quos non tam inprudentia falli putamus (res enim perspicua est) quam invidia atque obtrectatione quadam inpediri. Et constitutiones quidem et earum partes exposui- mus, exempla autem cuiusque generis tum commodius exposituri videamur, cum in unum quodque eorum argumentorum copiam dabimus; nam argumentandi ratio dilucidior erit, cum et ad genus et ad exemplum causae statim poterit accommodari.
1.17 Trovata la constitutio della causa, piace subito considerare se la causa sia semplice o congiunta; e se sarà congiunta, se sia congiunta di più questioni o di qualche confronto. Semplice è quella che contiene in sé una sola questione assoluta, a questo modo: dichiariamo guerra ai
Corinzi o no? Congiunta di più questioni è quella in cui si ricercano più cose, a questo modo: se Cartagine sia distrutta, o restituita ai Cartaginesi, o vi sia condotta una colonia. Di confronto è quella in cui per contrapposizione si ricerca quale sia preferibile o quale soprattutto, a questo modo: se si mandi un esercito in
Macedonia contro
Filippo, che sia d’aiuto agli alleati, oppure si tenga in Italia, affinché contro
Annibale vi siano forze quanto più grandi possibile. Poi è da considerare se la controversia sia di ragione o di scritto; infatti controversia di scritto è quella che nasce dal genere della scrittura. E i suoi generi, che sono separati dalle costituzioni, sono cinque. Talora infatti le parole stesse sembrano dissentire dall’intenzione di chi scrisse, talora due o più leggi discordare tra loro, talora ciò che è scritto significare due o più cose, talora da ciò che è scritto trovarsene un’altra che non è scritta, talora ricercarsi il valore di una parola, come nella constitutio definitiva, in che cosa consista. Perciò il primo genere lo chiamiamo dallo scritto e dall’intenzione, il secondo dalle leggi contrarie, il terzo ambiguo, il quarto ratio-
Constitutione causae reperta statim placet conside- rare, utrum causa sit simplex an iuncta; et si iuncta erit, utrum sit ex pluribus quaestionibus iuncta an ex aliqua conparatione. simplex est, quae absolutam in se continet unam quaestionem, hoc modo:
Corinthiis bellum indicamus an non? coniuncta ex pluribus quaestionibus, in qua plura quaeruntur, hoc pacto: utrum Carthago diruatur an Carthaginiensibus redda- tur an eo colonia deducatur. ex conparatione, in qua per contentionem, utrum potius aut quid potissimum sit, quaeritur, ad hunc modum: utrum exercitus in Mace- doniam contra
Philippum mittatur, qui sociis sit auxilio, an teneatur in Italia, ut quam maximae contra
Hannibalem copiae sint. Deinde considerandum est, in ratione an in scripto sit controversia; nam scripti controversia est ea, quae ex scriptionis genere nascitur. eius autem genera, quae separata sunt a constitutionibus, quinque sunt. nam tum verba ipsa videntur cum sententia scriptoris dissidere, tum inter se duae leges aut plures discre- pare, tum id, quod scriptum est, duas aut plures res significare, tum ex eo, quod scriptum est, aliud, quod non scriptum est, inveniri, tum vis verbi quasi in de- finitiva constitutione, in quo posita sit, quaeri. quare primum genus de scripto et sententia, secundum ex contrariis legibus, tertium ambiguum, quartum ratio-
1.18 cinativo, il quinto definitivo. Vi è poi ragione quando ogni questione consiste non nella scrittura, ma in qualche argomentazione. E allora, considerato il genere della causa, conosciuta la constitutio, quando avrai inteso se sia semplice o congiunta e visto se abbia controversia di scritto o di ragione, di séguito si dovrà vedere quale sia la questione, quale la ragione, quale il giudizio, quale il fondamento della causa; tutte cose che devono muovere dalla constitutio. La questione è quella controversia che si genera dallo scontro delle cause, a questo modo: «non l’hai fatto a buon diritto»; «l’ho fatto a buon diritto». Lo scontro delle cause è quello in cui consiste la constitutio. Da esso, dunque, nasce la controversia che chiamiamo questione, questa: l’ha fatto a buon diritto? La ragione è quella che sostiene la causa, e che, se fosse tolta, non lascerebbe nella causa alcuna controversia, a questo modo, per fermarci, a scopo d’istruzione, su un esempio facile e divulgato:
Oreste, se fosse accusato di matricidio, qualora non dicesse «l’ho fatto a buon diritto: essa infatti aveva ucciso mio padre», non avrebbe difesa. Tolta tale ragione, sarebbe tolta anche ogni controversia. Dunque la ragione di quella causa è che essa aveva ucciso
Agamennone. Il giudizio è quella controversia che nasce dall’invalidamento e dalla conferma della ragione. Sia infatti esposta a noi quella ragione che poco fa abbiamo esposto: «essa infatti aveva ucciso mio padre», dice; «ma non doveva», dirà l’avversario, «da te figlio essere uccisa la madre; il fatto di lei poteva infatti essere punito senza il tuo delitto». Da questa deduzione della ragione nasce quella suprema controversia che chiamiamo giudizio. Essa è di questa sorta: se sia stato retto che da Oreste fosse uccisa la madre, dal momento che essa aveva ucciso il padre di Oreste.
cinativum, quintum definitivum nominamus. ratio est autem, cum omnis quaestio non in scriptione, sed in aliqua argumentatione consistit. Ac tum, considerato genere causae, cognita con- stitutione, cum simplexne an iuncta sit intellexeris et scripti an rationis habeat controversiam videris, dein- ceps erit videndum, quae quaestio, quae ratio, quae iudicatio, quod firmamentum causae sit; quae omnia a constitutione proficiscantur oportet. quaestio est ea, quae ex conflictione causarum gignitur controversia, hoc modo: non iure fecisti; iure feci. causarum autem est conflictio, in qua constitutio constat. ex ea igitur nascitur controversia, quam quaestionem dicimus, haec: iurene fecerit? ratio est ea, quae continet cau- sam, quae si sublata sit, nihil in causa controversiae relinquatur, hoc modo, ut docendi causa in facili et pervulgato exemplo consistamus:
Orestes si accusetur matricidii, nisi hoc dicat iure feci; illa enim patrem meum occiderat, non habet defensionem. qua ratione sublata omnis controversia quoque sublata sit. ergo eius causae ratio est, quod illa
Agamemnonem occi- derit. iudicatio est, quae ex infirmatione et confirma- tione rationis nascitur controversia. nam sit ea nobis exposita ratio, quam paulo ante exposuimus: illa enim meum, inquit, patrem occiderat: at non, inquiet ad- versarius, abs te filio matrem necari oportuit; potuit enim sine tuo scelere illius factum puniri. ex hac de- ductione rationis illa summa nascitur controversia, quam iudicationem appellamus. ea est huiusmodi: rec- tumne fuerit ab Oreste matrem occidi, cum illa Orestis patrem occidisset.
1.19 Il fondamento è l’argomentazione più salda del difensore e la più appropriata al giudizio: come se Oreste volesse dire che tale fu l’animo di sua madre verso suo padre, verso lui stesso e le sorelle, verso il regno, verso la fama della stirpe e della famiglia, che da lei i suoi figli avrebbero dovuto soprattutto esigere il castigo. E nelle altre costituzioni, invero, i giudizi si trovano a questo modo; nella constitutio congetturale, invece, poiché non vi è ragione — non si concede infatti il fatto —, non può dalla deduzione della ragione nascere il giudizio. Perciò è necessario che la questione e il giudizio siano i medesimi: «è stato fatto», «non è stato fatto», «è stato fatto?». E quante saranno in una causa le costituzioni o le loro parti, altrettante sarà necessario trovare le questioni, le ragioni, i giudizi, i fondamenti. Trovate poi in una causa tutte queste cose, infine si devono considerare le singole parti dell’intera causa. Infatti non così come ciascuna cosa è da dire per prima, così pare debba per prima considerarsi; per questo, perché quelle cose che si dicono per prime, se vuoi vivamente che concordino e si colleghino con la causa, conviene trarle da quelle che si devono dire dopo. Perciò, quando il giudizio e gli argomenti che conviene trovare per il giudizio saranno stati diligentemente reperiti con arte, e trattati con cura e riflessione, allora finalmente si dovranno ordinare le restanti parti del discorso. Tali parti ci sembrano essere in tutto sei: esordio, narrazione, partizione, conferma, confutazione, conclusione. Ora, poiché l’esordio dev’essere il primo, anche noi daremo dapprima i precetti intorno al modo di esordire.
firmamentum est firmissima argu- mentatio defensoris et appositissima ad iudicationem: ut si velit Orestes dicere eiusmodi animum matris suae fuisse in patrem suum, in se ipsum ac sorores, in regnum, in famam generis et familiae, ut ab ea poenas liberi sui potissimum petere debuerint. Et in ceteris quidem constitutionibus ad hunc modum iudicationes reperiuntur; in coniecturali autem constitutione, quia ratio non est—factum enim non conceditur—, non potest ex deductione rationis nasci iudicatio. quare ne- cesse est eandem esse quaestionem et iudicationem: factum est, non est factum, factumne sit? quot autem in causa constitutiones aut earum partes erunt, totidem necesse erit quaestiones, rationes, iudicationes, firma- menta reperire. Tum his omnibus in causa repertis denique sin- gulae partes totius causae considerandae sunt. nam non ut quidque dicendum primum est, ita primum animad- vertendum videtur; ideo quod illa, quae prima dicun- tur, si vehementer velis congruere et cohaerere cum causa, ex iis ducas oportet, quae post dicenda sunt. quare cum iudicatio et ea, quae ad iudicationem oportet argumenta inveniri, diligenter erunt artificio reperta, cura et cogitatione pertractata, tum denique ordinandae sunt ceterae partes orationis. eae partes sex esse om- nino nobis videntur: exordium, narratio, partitio, con- firmatio, reprehensio, conclusio. Nunc quoniam exordium princeps debet esse, nos quoque primum in rationem exordiendi praecepta da- bimus.
1.20 L’esordio è il discorso che dispone idoneamente l’animo dell’ascoltatore al rimanente discorso: il che avverrà, se lo avrà reso benevolo, attento, docile. Perciò chi vorrà bene esordire una causa, è necessario che conosca prima diligentemente il genere della sua causa. I generi di cause sono cinque: l’onesto, l’ammirevole, l’umile, l’ambiguo, l’oscuro. Genere onesto di causa è quello a cui subito, senza il nostro discorso, l’animo dell’ascoltatore è favorevole; ammirevole, quello da cui è alienato l’animo di coloro che ascolteranno; umile, quello che è trascurato dall’ascoltatore e non pare degno di grande attenzione; ambiguo, quello in cui o il giudizio è dubbio, o la causa è partecipe e di onestà e di turpitudine, sì che produca e benevolenza e offesa; oscuro, quello in cui o gli ascoltatori sono ottusi, o la causa è implicata in questioni più difficili da comprendere. Perciò, essendo tanto diversi i generi di cause, è necessario esordire con ragione diversa in ciascun genere. Dunque l’esordio si divide in due parti, nel principio e nell’insinuazione. Il principio è il discorso che chiaramente e immediatamente rende l’ascoltatore benevolo, o docile, o attento. L’insinuazione è il discorso che con una certa dissimulazione e con un giro indiretto penetra oscuramente nell’animo dell’ascoltatore.
Exordium est oratio animum auditoris idonee com- parans ad reliquam dictionem: quod eveniet, si eum benivolum, attentum, docilem confecerit. quare qui bene exordiri causam volet, eum necesse est genus suae causae diligenter ante cognoscere. Genera causarum quinque sunt: honestum, admirabile, humile, anceps, obscurum. honestum causae genus est, cui statim sine oratione nostra favet auditoris animus; admirabile, a quo est alienatus animus eorum, qui audituri sunt; humile, quod neglegitur ab auditore et non magno opere adtendendum videtur; anceps, in quo aut iudicatio dubia est aut causa et honestatis et turpitudinis parti- ceps, ut et benivolentiam pariat et offensionem; obscu- rum, in quo aut tardi auditores sunt aut difficilioribus ad cognoscendum negotiis causa est implicata. quare cum tam diversa sint genera causarum, exordiri quo- que dispari ratione in uno quoque genere necesse est. igitur exordium in duas partes dividitur, in principium et insinuationem. principium est oratio perspicue et protinus perficiens auditorem benivolum aut docilem aut attentum. insinuatio est oratio quadam dissimu- latione et circumitione obscure subiens auditoris animum.
1.21 Nel genere ammirevole di causa, se gli ascoltatori non saranno del tutto ostili, sarà lecito procurarsi la benevolenza col principio. Ma se saranno fortemente alienati, sarà necessario rifugiarsi nell’insinuazione. Infatti, se dagli adirati si chiede apertamente pace e benevolenza, non solo essa non si ottiene, ma si accresce e si infiamma l’odio. Nel genere umile di causa, poi, per togliere il disprezzo è necessario rendere attento l’ascoltatore. Il genere ambiguo di causa, se avrà giudizio dubbio, è da esordire dal giudizio stesso. Ma se avrà parte di turpitudine, parte di onestà, converrà accattivarsi la benevolenza, affinché la causa sembri trasferita nel genere onesto. Quando poi il genere della causa sarà onesto, o si potrà tralasciare il principio, oppure, se sarà opportuno, o cominceremo dalla narrazione, o da una legge, o da qualche saldissima ragione del nostro discorso; ma se piacerà servirsi del principio, si dovrà ricorrere alle parti della benevolenza, affinché ciò che già esiste si accresca. Nel genere oscuro di causa converrà rendere docili gli ascoltatori col principio. Ora, poiché si è detto quali cose convenga compiere con l’esordio, resta da mostrare con quali ragioni ciascuna cosa si possa compiere.
In admirabili genere causae, si non omnino infesti auditores erunt, principio benivolentiam conparare li- cebit. sin erunt vehementer abalienati, confugere ne- cesse erit ad insinuationem. nam ab iratis si perspicue pax et benivolentia petitur, non modo ea non inve- nitur, sed augetur atque inflammatur odium. in humili autem genere causae contemptionis tollendae causa ne- cesse est attentum efficere auditorem. anceps genus causae si dubiam iudicationem habebit, ab ipsa iudi- catione exordiendum est. sin autem partem turpitu- dinis, partem honestatis habebit, benivolentiam captare oportebit, ut in genus honestum causa translata vi- deatur. cum autem erit honestum causae genus, vel praeteriri principium poterit vel, si commodum fuerit, aut a narratione incipiemus aut a lege aut ab aliqua firmissima ratione nostrae dictionis; sin uti prin- cipio placebit, benivolentiae partibus utendum est, ut id, quod est, augeatur. in obscuro causae genere per principium dociles auditores efficere oportebit. Nunc quoniam quas res exordio conficere oporteat dictum est, reliquum est, ut ostendatur, quibus quae- que rationibus res confici possit.
1.22 La benevolenza si procura da quattro luoghi: dalla nostra persona, da quella degli avversari, da quella dei giudici, dalla causa. Dalla nostra, se parleremo dei nostri fatti e dei nostri doveri senza arroganza; se dissolveremo le accuse mosseci e alcuni sospetti meno onesti gettati su di noi; se esporremo gli svantaggi che ci sono toccati o le difficoltà che ci incombono; se useremo preghiera e supplica umile e supplichevole. Da quella degli avversari, poi, se li condurremo o in odio o in invidia o in disprezzo. Saranno condotti in odio, se si esporrà qualcosa da loro fatto in modo turpe, superbo, crudele, maligno; in invidia, se si esporranno la loro forza, la potenza, le ricchezze, le parentele, l’abbondanza di denaro, e l’uso arrogante e intollerabile che ne fanno, sì che sembrino confidare più in queste cose che nella loro causa; saranno condotti in disprezzo, se si esporranno la loro inerzia, la negligenza, l’ignavia, lo studio pigro e l’ozio dissoluto. Dalla persona degli ascoltatori si accatterà la benevolenza, se si esporranno le cose da essi compiute con coraggio, saggezza, mansuetudine, in modo che non si manifesti alcuna adulazione eccessiva, se si mostrerà quanto onesta sia la stima di essi e quanto grande l’attesa del loro giudizio e della loro autorità; dalle cose, se esalteremo la nostra causa lodandola, e con il disprezzo deprimeremo quella degli avversari.
Benivolentia quattuor ex locis comparatur: ab nostra, ab adversariorum, ab iudicum persona, a causa. ab nostra, si de nostris factis et officiis sine arrogantia dicemus; si crimina inlata et aliquas minus honestas suspiciones iniectas diluemus; si, quae incommoda acci- derint aut quae instent difficultates, proferemus; si prece et obsecratione humili ac supplici utemur. ab ad- versariorum autem, si eos aut in odium aut in invidiam aut in contemptionem adducemus. in odium ducentur, si quod eorum spurce, superbe, crudeliter, malitiose factum proferetur; in invidiam, si vis eorum, potentia, divitiae, cognatio pecuniae proferentur atque eorum usus arrogans et intolerabilis, ut his rebus magis vi- deantur quam causae suae confidere; in contemp- tionem adducentur, si eorum inertia, neglegentia, igna- via, desidiosum studium et luxuriosum otium profe- retur. ab auditorum persona benivolentia captabitur, si res ab iis fortiter, sapienter, mansuete gestae profe- rentur, ut ne qua assentatio nimia significetur, si de iis quam honesta existimatio quantaque eorum iudicii et auctoritatis exspectatio sit ostendetur; ab rebus, si nostram causam laudando extollemus, adversariorum causam per contemptionem deprimemus.
1.23 Renderemo poi attenti gli ascoltatori, se mostreremo che le cose che siamo per dire sono grandi, nuove, incredibili, oppure che riguardano o tutti, o coloro che ascoltano, o alcuni uomini illustri, o gli dèi immortali, o la suprema repubblica; e se prometteremo che in breve dimostreremo la nostra causa, ed esporremo il giudizio, o i giudizi, se saranno più d’uno. Renderemo docili gli ascoltatori, se esporremo apertamente e brevemente la somma della causa, cioè in che cosa consista la controversia. Infatti, quando vuoi rendere docile l’ascoltatore, conviene che a un tempo lo renda attento. È infatti massimamente docile chi è disposto ad ascoltare con la massima attenzione. Ora pare doversi dire di séguito in qual modo convenga trattare le insinuazioni. Dell’insinuazione, dunque, ci si deve servire quando il genere della causa è ammirevole, cioè, come prima abbiamo detto, quando l’animo dell’ascoltatore è ostile. Ciò poi avviene soprattutto per tre cause: o se nella causa stessa è insita una certa turpitudine, o se da coloro che hanno parlato prima sembra già persuasa all’ascoltatore qualcosa, o se l’occasione di parlare è data in quel tempo in cui ormai coloro che si devono ascoltare sono stanchi di ascoltare. Infatti anche da questa cosa, non meno che dalle prime due, talora nell’oratore si offende l’animo dell’ascoltatore.
Attentos autem faciemus, si demonstrabimus ea, quae dicturi erimus, magna, nova, incredibilia esse, aut ad omnes aut ad eos, qui audient, aut ad aliquos inlustres ho- mines aut ad deos inmortales aut ad summam rem pu- blicam pertinere; et si pollicebimur nos brevi nostram causam demonstraturos atque exponemus iudica- tionem aut iudicationes, si plures erunt. Dociles audi- tores faciemus, si aperte et breviter summam causae exponemus, hoc est, in quo consistat controversia. nam et, cum docilem velis facere, simul attentum facias oportet. nam is est maxime docilis, qui attentissime est paratus audire. Nunc insinuationes quemadmodum tractari con- veniat, deinceps dicendum videtur. insinuatione igitur utendum est, cum admirabile genus causae est, hoc est, ut ante diximus, cum animus auditoris infestus est. id autem tribus ex causis fit maxime: si aut inest in ipsa causa quaedam turpitudo aut ab iis, qui ante dixerunt, iam quiddam auditori persuasum videtur aut eo tempore locus dicendi datur, cum iam illi, quos audire oportet, defessi sunt audiendo. nam ex hac quoque re non minus quam ex primis duabus in oratore nonnumquam animus auditoris offenditur.
1.24 Se la turpitudine della causa attira l’offesa, conviene o, al posto dell’uomo per cui ci si offende, interporre un altro uomo che sia caro; o, al posto della cosa per cui ci si offende, un’altra cosa che sia approvata; o al posto della cosa un uomo, o al posto dell’uomo una cosa, sì che da ciò che odia a ciò che ama si traduca l’animo dell’ascoltatore; e dissimulare che difenderai ciò che si ritiene; poi, quando ormai l’ascoltatore sarà divenuto più mite, addentrarti passo passo nella difesa e dire che anche a te sembrano indegne quelle cose di cui si sdegnano gli avversari; poi, quando avrai mitigato chi ascolta, mostrare che nessuna di quelle cose ti riguarda, e negare che dirai alcunché degli avversari, né questo né quello, in modo da non ledere apertamente coloro che sono cari, e tuttavia, facendolo oscuramente, per quanto puoi, alienare da essi la disposizione degli ascoltatori; ed esporre il giudizio o l’autorità di alcuni intorno a cosa simile, degni d’imitazione; poi mostrare che si tratta nel presente della medesima cosa, o di una assai simile, o maggiore, o minore.
Si causae turpitudo contrahit offensionem, aut pro eo homine, in quo offenditur, alium hominem, qui dili- gitur, interponi oportet; aut pro re, in qua offenditur, aliam rem, quae probatur; aut pro re hominem aut pro homine rem, ut ab eo, quod odit, ad id, quod diligit, auditoris animus traducatur; et dissimulare te id defensurum, quod existimeris; deinde, cum iam mi- tior factus erit auditor, ingredi pedetemptim in defen- sionem et dicere ea, quae indignentur adversarii, tibi quoque indigna videri; deinde, cum lenieris eum, qui audiet, demonstrare, nihil eorum ad te pertinere et ne- gare quicquam de adversariis esse dicturum, neque hoc neque illud, ut neque aperte laedas eos, qui diliguntur, et tamen id obscure faciens, quoad possis, alienes ab eis auditorum voluntatem; et aliquorum iudicium simili de re aut auctoritatem proferre imitatione dignam; deinde eandem aut consimilem aut maiorem aut minorem agi rem in praesenti demonstrare.
1.25 Ma se il discorso degli avversari sembrerà aver ottenuto credito presso gli ascoltatori — ciò che a chi comprende per quali cose si ottiene credito sarà facile a conoscersi —, conviene o promettere che parlerai per primo di ciò che gli avversari avranno ritenuto per sé saldissimo e che soprattutto coloro che ascolteranno avranno approvato; o esordire dal detto dell’avversario, e soprattutto da ciò che egli avrà detto da ultimo; o usare l’esitazione, con ammirazione, su che cosa dire per prima o a qual punto soprattutto rispondere. Infatti l’ascoltatore, quando vede colui che ritiene sconvolto dal discorso dell’avversario disposto a contraddire con animo saldissimo, perlopiù giudica di aver acconsentito egli stesso alla leggera, piuttosto che colui confidare senza ragione. Ma se lo sfinimento ha alienato dalla causa lo zelo dell’ascoltatore, è opportuno promettere che parlerai più brevemente di quanto eri preparato; che non imiterai l’avversario. Ma se la cosa lo consentirà, non è inutile cominciare da qualcosa di nuovo o di ridicolo, o nato sul momento, come uno strepito, un’acclamazione; o già pronto, che contenga o un apologo, o una favola, o qualche burla; oppure, se la dignità della cosa toglierà la facoltà di scherzare, non è sconveniente gettar subito qualcosa di triste, di nuovo, di terribile. Infatti, come la sazietà e il fastidio dei cibi si solleva con qualcosa di un po’ amaro, o si mitiga con qualcosa di dolce, così l’animo stanco di ascoltare o si rinnova con l’ammirazione, o si ravviva col riso. E separatamente, invero, le cose che parevano doversi dire del principio e dell’insinuazione sono pressappoco queste: ora pare doversi dare in breve qualche precetto comune intorno all’uno e all’altra. L’esordio deve avere moltissimo di pensieri e di gravità, e contenere in sé in generale tutto ciò che riguarda la dignità, per questo, perché si deve compiere ottimamente ciò che massimamente raccomanda l’oratore all’ascoltatore; e minimo di splendore, di brio e di artificiosa eleganza, per questo, perché da queste cose nasce un certo sospetto di preparazione e di artificiosa diligenza, che massimamente toglie credito al discorso, autorità all’oratore.
Sin oratio adversariorum fidem videbitur auditoribus fecisse—id quod ei, qui intellegit, quibus rebus fides fiat, facile erit cognitu— oportet aut de eo, quod adversarii firmissimum sibi pu- tarint et maxime ii, qui audient, probarint, primum te dicturum polliceri, aut ab adversarii dicto exordiri et ab eo potissimum, quod ille nuperrime dixerit, aut du- bitatione uti, quid primum dicas aut cui potissimum loco respondeas, cum admiratione. nam auditor cum eum, quem adversarii perturbatum putat oratione, vi- det animo firmissimo contra dicere paratum, plerum- que se potius temere assensisse quam illum sine causa confidere arbitratur. Sin auditoris studium defatigatio abalienavit a causa, te brevius, quam paratus fueris, esse dicturum commodum est polliceri; non imitaturum adversarium. sin res dabit, non inutile est ab aliqua re nova aut ridicula incipere aut ex tempore quae nata sit, quod genus strepitu, acclamatione; aut iam parata, quae vel apologum vel fabulam vel aliquam contineat inrisionem; aut si rei dignitas adimet iocandi facul- tatem, aliquid triste, novum, horribile statim non in- commodum est inicere. nam, ut cibi satietas et fasti- dium aut subamara aliqua re relevatur aut dulci miti- gatur, sic animus defessus audiendo aut admiratione integratur aut risu novatur. Ac separatim quidem, quae de principio et de insi- nuatione dicenda videbantur, haec fere sunt: nunc quiddam brevi communiter de utroque praecipiendum videtur. Exordium sententiarum et gravitatis plurimum debet habere et omnino omnia, quae pertinent ad dignitatem, in se continere, propterea quod id optime faciendum est, quod oratorem auditori maxime commendat; splendoris et festivitatis et concinnitudinis minimum, propterea quod ex his suspicio quaedam apparationis atque artificiosae diligentiae nascitur, quae maxime orationi fidem, oratori adimit auctoritatem.
1.26 Questi sono poi i vizi più sicuri degli esordi, che si dovrà sommamente evitare: il volgare, il comune, il commutabile, il lungo, il separato, il traslato, il contrario ai precetti. Volgare è quello che può adattarsi a più cause, sì da sembrare conveniente. Comune, quello che può convenire né più né meno a questa che alla parte contraria della causa. Commutabile, quello che dall’avversario, leggermente mutato, può dirsi dalla parte contraria. Lungo è quello che con più parole o pensieri si prolunga oltre il giusto. Separato, quello che non è tratto dalla causa stessa, né è annesso al discorso come un suo membro. Traslato è quello che compie altro da ciò che il genere della causa richiede: come se taluno rendesse docile l’ascoltatore, mentre la causa esige la benevolenza, o se usasse il principio, mentre la cosa richiede l’insinuazione. Contrario ai precetti è quello che non compie nulla di ciò per cui si tramandano i precetti intorno agli esordi; cioè quello che rende chi ascolta né benevolo, né attento, né docile, oppure, di che nulla certo è peggiore, fa sì che avvenga il contrario. E intorno all’esordio, invero, si è detto abbastanza.
Vitia vero haec sunt certissima exordiorum, quae summo opere vitare oportebit: vulgare, commune, com- mutabile, longum, separatum, translatum, contra prae- cepta. vulgare est, quod in plures causas potest accom- modari, ut convenire videatur. commune, quod nihilo minus in hanc quam in contrariam partem causae potest convenire. commutabile, quod ab adversario potest leviter mutatum ex contraria parte dici. longum est, quod pluribus verbis aut sententiis ultra quam satis est producitur. separatum, quod non ex ipsa causa ductum est nec sicut aliquod membrum adnexum orationi. translatum est, quod aliud conficit, quam causae genus postulat: ut si qui docilem faciat auditorem, cum beni- volentiam causa desideret, aut si principio utatur, cum insinuationem res postulet. contra praecepta est, quod nihil eorum efficit, quorum causa de exordiis praecepta traduntur; hoc est, quod eum, qui audit, neque beni- volum neque attentum neque docilem efficit, aut, quo nihil profecto peius est, ut contra sit, facit. Ac de exordio quidem satis dictum est.
1.27 La narrazione è l’esposizione di cose accadute o come se accadute. I generi di narrazioni sono tre: l’uno è quello in cui è contenuta la causa stessa e tutta la ragione della controversia; l’altro, quello in cui s’interpone, fuori della causa, qualche digressione a scopo o d’incolpazione o di comparazione o di diletto non estraneo all’affare di cui si tratta, oppure di amplificazione. Il terzo genere è lontano dalle cause civili, e si dice e si scrive a scopo di diletto, con esercizio non inutile. Le sue parti sono due, delle quali l’una verte soprattutto nelle vicende, l’altra nelle persone. Quella che è posta nell’esposizione delle vicende ha tre parti: la favola, la storia, l’argomento. Favola è quella in cui sono contenute cose né vere né verosimili, di tal sorta: «Serpenti immani, alati, congiunti al giogo» — storia è una cosa accaduta, remota dalla memoria della nostra età; di tal genere: «Appio dichiarò guerra ai Cartaginesi». Argomento è una cosa finta, che tuttavia poté accadere. Di tal sorta presso
Terenzio: «Egli infatti, da che uscì dall’efebia, o Sosia» — quella narrazione poi che verte nelle persone è di tal sorta, che in essa, insieme con le vicende stesse, si possano scorgere i discorsi e gli animi delle persone, a questo modo: «Veniva spesso da me gridando: Che fai, Micione? Perché ci rovini il giovane? perché ama? perché beve? perché tu in queste cose gli fornisci il denaro, gli concedi un vestire sfarzoso? Sei troppo sciocco. Egli stesso è troppo duro, oltre l’equo e il bene». In questo genere di narrazione vi deve essere molta vivacità, composta dalla varietà delle cose, dalla dissomiglianza degli animi, dalla gravità, dalla mitezza, dalla speranza, dal timore, dal sospetto, dal desiderio, dalla dissimulazione, dall’errore, dalla pietà, dal mutamento della fortuna, dalla sventura insperata, dall’improvvisa letizia, dal lieto esito delle cose. Ma questi ornamenti si trarranno da quelle cose che dopo si insegneranno intorno all’elocuzione.
Narratio est rerum gestarum aut ut gestarum expo- sitio. narrationum genera tria sunt: unum genus est, in quo ipsa causa et omnis ratio controversiae con- tinetur; alterum, in quo digressio aliqua extra causam aut criminationis aut similitudinis aut delectationis non alienae ab eo negotio, quo de agitur, aut amplificationis causa interponitur. tertium genus est remotum a civi- libus causis, quod delectationis causa non inutili cum exercitatione dicitur et scribitur. eius partes sunt duae, quarum altera in negotiis, altera in personis maxime versatur. ea, quae in negotiorum expositione posita est, tres habet partes: fabulam, historiam, argumen- tum. fabula est, in qua nec verae nec veri similes res continentur, cuiusmodi est: Angues ingentes alites, iuncti iugo historia est gesta res, ab aetatis nostrae memoria remota; quod genus: Appius indixit Cartha- giniensibus bellum. argumentum est ficta res, quae tamen fieri potuit. huiusmodi apud
Terentium: Nam is postquam excessit ex ephebis, Sosia illa autem narratio, quae versatur in personis, eiusmodi est, ut in ea simul cum rebus ipsis personarum sermones et animi perspici possint, hoc modo: Venit ad me saepe clam it ans: Quid agis, Micio? Cur perdis adulescentem nobis? cur amat? Cur potat? cur tu his rebus sumptum suggeris, Vestitu nimio indulges? nimium ineptus es. Nimium ipse est durus praeter aequumque et bonum. hoc in genere narrationis multa debet inesse festivitas, confecta ex rerum varietate, animorum dissimilitudine, gravitate, lenitate, spe, metu, suspicione, desiderio, dissimulatione, errore, misericordia, fortunae commu- tatione, insperato incommodo, subita laetitia, iucundo exitu rerum. verum haec ex iis, quae postea de elocu- tione praecipientur, ornamenta sumentur.
1.28 Ora pare doversi dire di quella narrazione che contiene l’esposizione della causa. Conviene dunque che essa abbia tre qualità: che sia breve, chiara, verosimile. Sarà breve, se l’inizio si prenderà di là donde è necessario e non si risalirà all’estremo, e se di ciò di cui basterà aver detto la somma non se ne diranno le parti — spesso infatti basta dire che cosa sia stato fatto, sì da non narrare in qual modo sia stato fatto —, e se nel narrare non si procederà più oltre del necessario, e se non si passerà ad alcun’altra cosa; e se si dirà in modo che talvolta da ciò che è stato detto s’intenda ciò che non è stato detto; e se non solo ciò che nuoce, ma anche ciò che né nuoce né giova si tralascerà; e se ogni singola cosa si dirà una volta sola; e se non si ricomincerà di séguito da quel punto in cui poco prima si era finito. E l’imitazione della brevità inganna molti, sì che, mentre credono di essere brevi, sono lunghissimi; poiché si adoperano per dire molte cose in breve, non per dire affatto poche cose e non più del necessario. Infatti ai più sembra dire brevemente chi dice così: «Mi accostai alla casa. Chiamai il fanciullo. Rispose. Chiesi del padrone. Negò che fosse in casa». Costui, sebbene non avrebbe potuto dire tante cose più brevemente, tuttavia, poiché era bastato aver detto «Negò che fosse in casa», diviene lungo per la moltitudine delle cose. Perciò anche in questo genere è da evitare l’imitazione della brevità, e non meno della moltitudine delle parole bisogna astenersi da quella delle cose non necessarie.
Nunc de narratione ea, quae causae continet ex- positionem, dicendum videtur. oportet igitur eam tres habere res: ut brevis, ut aperta, ut probabilis sit. Brevis erit, si, unde necesse est, inde initium sumetur et non ab ultimo repetetur, et si, cuius rei satis erit summam dixisse, eius partes non dicentur—nam saepe satis est, quid factum sit, dicere, ut ne narres, quemadmo- dum sit factum—, et si non longius, quam quo opus est, in narrando procedetur, et si nullam in rem aliam transibitur; et si ita dicetur, ut nonnumquam ex eo, quod dictum est, id, quod non est dictum, intellegatur; et si non modo id, quod obest, verum etiam id, quod nec obest nec adiuvat, praeteribitur; et si semel unum quicque dicetur; et si non ab eo, quo in proxime desi- tum erit, deinceps incipietur. ac multos imitatio brevi- tatis decipit, ut, cum se breves putent esse, longissimi sint; cum dent operam, ut res multas brevi dicant, non ut omnino paucas res dicant et non plures, quam ne- cesse sit. nam plerisque breviter videtur dicere, qui ita dicit: Accessi ad aedes. puerum vocavi. respondit. quaesivi dominum. domi negavit esse. hic, tametsi tot res brevius non potuit dicere, tamen, quia satis fuit dixisse: domi negavit esse, fit rerum multitudine longus. quare hoc quoque in genere vitanda est bre- vitatis imitatio et non minus rerum non necessaria- rum quam verborum multitudine supersedendum est.
1.29 La narrazione poi potrà essere chiara, se, come ciascuna cosa per prima sarà stata compiuta, così per prima si esporrà, e si serberà l’ordine delle cose e dei tempi, sì che si narrino come le cose saranno state compiute o come sembreranno aver potuto compiersi. Qui si dovrà considerare che nulla si dica in modo confuso, nulla in modo contorto, che non si passi ad alcun’altra cosa, che non si risalga all’estremo, che non si proceda fino all’ultimo, che non si tralasci alcunché di pertinente alla cosa; e in generale i precetti che riguardano la brevità sono da conservare anche in questo genere. Spesso infatti una cosa è poco intesa per la lunghezza più che per l’oscurità della narrazione. E si devono pure usare parole chiare; del qual genere si dovrà dire nei precetti dell’elocuzione. La narrazione sarà verosimile, se in essa sembreranno esservi quelle cose che sogliono apparire nella verità; se si serberanno le dignità delle persone; se appariranno le cause dei fatti; se sembrerà che vi siano state le possibilità di compierli; se si mostrerà che vi fu un tempo idoneo, abbastanza spazio, un luogo opportuno alla medesima cosa di cui si narrerà; se la cosa si adatterà e alla natura di coloro che agiranno, e al costume del volgo, e all’opinione di coloro che ascolteranno. E verosimile invero potrà essere per queste ragioni:
Aperta autem narratio poterit esse, si, ut quidque primum gestum erit, ita primum exponetur, et rerum ac temporum ordo servabitur, ut ita narrentur, ut gestae res erunt aut ut potuisse geri videbuntur. hic erit considerandum, ne quid perturbate, ne quid con- torte dicatur, ne quam in aliam rem transeatur, ne ab ultimo repetatur, ne ad extremum prodeatur, ne quid, quod ad rem pertineat, praetereatur; et omnino, quae praecepta de brevitate sunt, hoc quoque in ge- nere sunt conservanda. nam saepe res parum est in- tellecta longitudine magis quam obscuritate narra- tionis. ac verbis quoque dilucidis utendum est; quo de genere dicendum est in praeceptis elocutionis. Pro- babilis erit narratio, si in ea videbuntur inesse ea, quae solent apparere in veritate; si personarum dignitates servabuntur; si causae factorum exstabunt; si fuisse facultates faciundi videbuntur; si tempus idoneum, si spatii satis, si locus opportunus ad eandem rem, qua de re narrabitur, fuisse ostendetur; si res et ad eorum, qui agent, naturam et ad vulgi morem et ad eorum, qui audient, opinionem accommodabitur. Ac veri quidem similis ex his rationibus esse poterit:
1.30 bisognerà inoltre considerare questo, che la narrazione non s’interponga o quando nuoce o quando in nulla giova; o non si narri fuori luogo, o non come la causa richiede. Nuoce allora, quando l’esposizione della cosa stessa accaduta solleva grande offesa, che bisognerà mitigare argomentando e trattando la causa. Quando ciò accade, bisognerà disperdere a membro a membro le parti della cosa accaduta nella causa e adattarle subito a ciascuna ragione, sì che la medicina sia pronta alla ferita e la difesa mitighi all’istante l’odio. Nulla giova la narrazione allora, quando, esposta la cosa dagli avversari, a noi non importa narrarla di nuovo o in altro modo; oppure quando da coloro che ascoltano l’affare è già così compreso, che a noi non importa istruirli in altro modo. Quando ciò accade, ci si deve del tutto astenere dalla narrazione. Si dice fuori luogo, quando non si colloca in quella parte del discorso in cui la cosa richiede; del qual genere tratteremo quando parleremo della disposizione, ché ciò riguarda la disposizione. Non come la causa richiede si narra, quando o ciò che giova all’avversario si espone chiaramente e con ornamento, o ciò che giova a sé si dice oscuramente e con negligenza. Perciò, affinché si eviti questo vizio, tutto si deve piegare al vantaggio della propria causa, tralasciando le cose contrarie che si potranno tralasciare, sfiorando lievemente quelle che si dovranno dire, narrando le proprie con diligenza e con chiarezza. E della narrazione, invero, pare si sia detto abbastanza; passiamo ora di séguito alla partizione.
illud autem praeterea considerare oportebit, ne, aut cum obsit narratio aut cum nihil prosit, tamen inter- ponatur; aut non loco aut non, quemadmodum causa postulet, narretur. obest tum, cum ipsius rei gestae expositio magnam excipit offensionem, quam argu- mentando et causam agendo leniri oportebit. quod cum accidet, membratim oportebit partes rei gestae disper- gere in causam et ad unam quamque confestim rationem accommodare, ut vulneri praesto medica- mentum sit et odium statim defensio mitiget. nihil prodest narratio tum, cum ab adversariis re exposita nostra nihil interest iterum aut alio modo narrare; aut ab iis, qui audiunt, ita tenetur negotium, ut nostra nihil intersit eos alio pacto docere. quod cum accidit, omnino narratione supersedendum est. non loco dici- tur, cum non in ea parte orationis conlocatur, in qua res postulat; quo de genere agemus tum, cum de dispo- sitione dicemus; nam hoc ad dispositionem pertinet. non, quemadmodum causa postulat, narratur, cum aut id, quod adversario prodest, dilucide et ornate expo- nitur aut id, quod ipsum adiuvat, obscure dicitur et neglegenter. quare, ut hoc vitium vitetur, omnia tor- quenda sunt ad commodum suae causae, contraria, quae praeteriri poterunt, praetereundo, quae dicenda erunt, leviter attingendo, sua diligenter et enodate narrando. Ac de narratione quidem satis dictum videtur; dein- ceps ad partitionem transeamus.
1.31 La partizione, ben fatta nella causa, rende illustre e perspicuo tutto il discorso. Le sue parti sono due, delle quali l’una e l’altra giova grandemente ad aprire la causa e a costituire la controversia. L’una parte è quella che mostra ciò che si concorda con gli avversari e ciò che si lascia nella controversia; da essa si stabilisce all’ascoltatore qualcosa di certo, in cui debba tenere occupato l’animo. L’altra è quella in cui si pone, distribuita, la breve esposizione delle cose di cui saremo per dire; da essa si ottiene che l’ascoltatore tenga nell’animo cose determinate, dette le quali comprenda che si sarà giunti alla conclusione. Ora pare doversi dire in breve in qual modo convenga servirsi dell’uno e dell’altro genere di partizione. Quella partizione che mostra ciò che si concorda o ciò che non si concorda, deve inclinare al vantaggio della propria causa ciò che si concorda, a questo modo: «Che la madre sia stata uccisa dal figlio, concordo con gli avversari». Parimenti dalla parte contraria: «Che Agamennone sia stato ucciso da
Clitemnestra, si concorda». Infatti qui l’uno e l’altro ha posto e ciò che si concordava, e tuttavia ha provveduto al vantaggio della propria causa. Poi, in che cosa consista la controversia, è da porre nell’esposizione del giudizio;
Recte habita in causa partitio inlustrem et per- spicuam totam efficit orationem. partes eius sunt duae, quarum utraque magno opere ad aperiendam causam et constituendam pertinet controversiam. una pars est, quae, quid cum adversariis conveniat et quid in controversia relinquatur, ostendit; ex qua certum quiddam destinatur auditori, in quo animum debeat habere occupatum. altera est, in qua rerum earum, de quibus erimus dicturi, breviter expositio ponitur distributa; ex qua conficitur, ut certas animo res te- neat auditor, quibus dictis intellegat fore peroratum. Nunc utroque genere partitionis quemadmodum con- veniat uti, breviter dicendum videtur. Quae partitio, quid conveniat aut quid non conveniat, ostendit, haec debet illud, quod convenit, inclinare ad suae causae commodum, hoc modo: interfectam matrem esse a filio convenit mihi cum adversariis. item contra: interfec- tum esse a
Clytaemestra Agamemnonem convenit. nam hic uterque et id posuit, quod conveniebat, et tamen suae causae commodo consuluit. deinde, quid contro- versiae sit, ponendum est in iudicationis expositione;
1.32 in qual modo questo si trovi, si è detto innanzi. Quella partizione che contiene l’esposizione distribuita delle cose deve avere queste qualità: brevità, compiutezza, scarsità. La brevità si ha quando non si assume alcuna parola se non necessaria. Essa in questo genere è utile per ciò, perché l’animo dell’ascoltatore è da tenere con le cose stesse e con le parti della causa, non con le parole né con ornamenti estranei. La compiutezza è quella per cui abbracciamo nella partizione tutti i generi che cadono nella causa, di cui si dovrà dire, affinché non si lasci alcun genere utile o non s’introduca tardi, fuori della partizione — ciò che è cosa vizionissima e turpissima. La scarsità si serba nella partizione, se si pongono i generi stessi delle cose e non li si implica confusamente con le parti. Infatti il genere è ciò che abbraccia più parti, come l’animale. La parte è ciò che sta sotto il genere, come il cavallo. Ma spesso la medesima cosa è per l’uno genere, per l’altro parte. Infatti l’uomo è parte dell’animale, i Tebani o i Troiani genere. Si introduce questa distinzione con tanta diligenza affinché, intesa chiaramente la ragione dei generi e delle parti, si possa serbare nella partizione la scarsità dei generi. Infatti chi partisce così: «Mostrerò che per la cupidigia e l’audacia e l’avarizia degli avversari sono toccate alla repubblica tutte le sventure», costui non ha inteso di aver mescolato, nella partizione, esposto il genere, una parte del genere. Infatti genere di tutte le passioni, senza dubbio, è la cupidigia, ma di quel genere è senza dubbio parte l’ava-
quae quemadmodum inveniretur, ante dictum est. Quae partitio rerum distributam continet expositionem, haec habere debet: brevitatem, absolutionem, pauci- tatem. brevitas est, cum nisi necessarium nullum assu- mitur verbum. haec in hoc genere idcirco est utilis, quod rebus ipsis et partibus causae, non verbis neque extraneis ornamentis animus auditoris tenendus est. absolutio est, per quam omnia, quae incidunt in cau- sam, genera, de quibus dicendum est, amplectimur in partitione, ne aut aliquod genus utile relinquatur aut sero extra partitionem, id quod vitiosissimum ac tur- pissimum est, inferatur. paucitas in partitione serva- tur, si genera ipsa rerum ponuntur neque permixtim cum partibus implicantur. nam genus est, quod plures partes amplectitur, ut animal. pars est, quae subest generi, ut equus. sed saepe eadem res alii genus, alii pars est. nam homo animalis pars est, Thebani aut Troiani genus. haec ideo diligentius inducitur di- scriptio, ut aperta intellecta generum et partium ra- tione paucitas generum in partitione servari possit. nam qui ita partitur: ostendam propter cupiditatem et au- daciam et avaritiam adversariorum omnia incommo- da ad rem publicam pervenisse, is non intellexit in partitione exposito genere partem se generis admiscuisse. nam genus est omnium nimirum libidinum cupiditas, eius autem generis sine dubio pars est ava-
1.33 rizia. Bisogna dunque evitare questo, di non porre nella medesima partizione, come fosse una parte diversa e dissimile, ciò di cui hai posto il genere. Che se in qualche genere cadranno più parti, ciò, quando nella prima partizione della causa sarà stato esposto semplicemente, si distribuirà nel modo più opportuno in quel tempo in cui si sarà giunti a spiegarlo, nell’esposizione della causa dopo la partizione. E anche questo riguarda la scarsità, che non diciamo di voler dimostrare più cose del necessario, a questo modo: «Mostrerò che gli avversari, di ciò che imputiamo, e poterono fare e vollero e fecero»; ché basta mostrare che fecero: o che, quando nella causa non vi è alcuna partizione, e si tratta di qualcosa di semplice, tuttavia ci serviamo della distribuzione, ciò che ben di rado può accadere. E vi sono pure altri precetti delle partizioni, che a questo uso oratorio non tanto si riferiscono, e che vertono nella filosofia, dai quali abbiamo trasferito proprio quelle cose che sembravano convenire, di cui nulla trovavamo nelle altre arti. E di questi precetti intorno alla partizione bisognerà ricordarsi in ogni discorso, sì che ogni prima parte, come è stata esposta nella partizione, così con ordine sia trattata, e, spiegate tutte le cose, si sia giunti alla conclusione a questo modo, che nulla s’introduca dopo, oltre la conclusione stessa. Partisce presso Terenzio brevemente e opportunamente il vecchio nell’Andria, che cosa voglia far conoscere al liberto: «Per tal modo e la vita del figlio e il mio disegno conoscerai, e che cosa io voglia che tu faccia in questa cosa». E così, in qual modo propose nella partizione, così narra: dapprima la vita del figlio: «Egli infatti, da che uscì dall’efebia»; poi il proprio disegno: «E ora a ciò mi adopero»; poi che cosa voglia che faccia Sosia, ciò che pose per ultimo nella partizione, per ultimo lo dice: «Ora è tuo dovere». In qual modo dunque costui e si accostò per prima a ogni prima parte, e, compiute tutte, fece fine al dire, così a noi piace e accostarci alle singole parti, e, compiute tutte, concludere. Ora pare doversi dare precetto, di séguito, intorno alla conferma, così come l’ordine stesso richiede.
ritia. hoc igitur vitandum est, ne, cuius genus po- sueris, eius * sicuti aliquam diversam ac dissimilem partem ponas in eadem partitione. quodsi quod in genus plures incident partes, id cum in prima causae partitione erit simpliciter expositum, distribuetur tem- pore eo commodissime, cum ad ipsum ventum erit explicandum in causae dictione post partitionem. atque illud quoque pertinet ad paucitatem, ne aut plura, quam satis est, demonstraturos nos dicamus, hoc modo: ostendam adversarios, quod arguamus, et potuisse facere et voluisse et fecisse; nam fecisse satis est ostendere: aut, cum in causa partitio nulla sit, et cum simplex quiddam agatur, tamen utamur distributione, id quod perraro potest accidere. Ac sunt alia quoque praecepta partitionum, quae ad hunc usum oratorium non tanto opere pertineant, quae versantur in philosophia, ex quibus haec ipsa trans- tulimus, quae convenire viderentur, quorum nihil in ceteris artibus inveniebamus. Atque his de partitione praeceptis in omni dictione meminisse oportebit, ut et prima quaeque pars, ut expo- sita est in partitione, sic ordine transigatur et omnibus explicatis peroratum sit hoc modo, ut ne quid po- sterius praeter conclusionem inferatur. partitur apud Terentium breviter et commode senex in Andria, quae cognoscere libertum velit: Eo pacto et gnati vitam et consilium meum Cognosces et quid facere in hac re te velim. itaque quemadmodum in partitione proposuit, ita narrat, primum nati vitam: Nam is postquam excessit ex ephebis; deinde suum consilium: Et nunc id operam do deinde quid Sosiam velit facere, id quod postremum posuit in partitione, postremum di- cit: Nunc tuum est officium quemadmodum igitur hic et ad primam quamque partem primum accessit et omnibus absolutis finem dicendi fecit, sic nobis pla- cet et ad singulas partes accedere et omnibus abso- lutis perorare. Nunc de confirmatione deinceps, ita ut ordo ipse postulat, praecipiendum videtur.
1.34 La conferma è quella per cui il discorso, argomentando, aggiunge alla nostra causa credito, autorità e fondamento. Di questa parte vi sono precetti determinati, che si divideranno nei singoli generi di cause. Tuttavia non pare inopportuno esporre prima, mescolata e confusa, una certa selva e materia universale di tutte le argomentazioni, ma dopo insegnare in qual modo convenga confermare ciascun genere di causa, tratte di qui tutte le ragioni dell’argomentare. Tutte le cose si confermano argomentando o da ciò che è attribuito alle persone, o da ciò che è attribuito alle vicende. E alle persone riteniamo attribuite queste cose: il nome, la natura, il tenore di vita, la fortuna, la condizione, la disposizione, gli studi, i disegni, i fatti, i casi, i discorsi. Il nome è ciò che si dà a ciascuna persona, per cui ognuna si chiama con un suo proprio e determinato vocabolo. Definire la natura stessa è difficile;
Confirmatio est, per quam argumentando nostrae causae fidem et auctoritatem et firmamentum adiungit oratio. huius partis certa sunt praecepta, quae in singula causarum genera dividentur. verumtamen non incommodum videtur quandam silvam atque materiam universam ante permixtim et confuse exponere omnium argumentationum, post autem tradere, quemadmodum unum quodque causae genus hinc omnibus argumen- tandi rationibus tractis confirmari oporteat. Omnes res argumentando confirmantur aut ex eo, quod personis, aut ex eo, quod negotiis est adtributum. Ac personis has res adtributas putamus: nomen, na- turam, victum, fortunam, habitum, affectionem, studia, consilia, facta, casus, orationes. nomen est, quod uni cuique personae datur, quo suo quaeque proprio et certo vocabulo appellatur. naturam ipsam definire difficile est;
1.35 ma enumerarne quelle parti di cui abbisogniamo per questo insegnamento è più agevole. Esse poi vertono in parte nel genere divino, in parte nel mortale. Dei mortali poi una parte si annovera nel genere degli uomini, una parte in quello delle bestie. E il genere degli uomini si considera e nel sesso, se sia virile o muliebre, e nella nazione, nella patria, nella parentela, nell’età. Nella nazione, se greco o barbaro; nella patria, se ateniese o spartano; nella parentela, da quali antenati, da quali consanguinei; nell’età, se fanciullo o giovane, più innanzi negli anni o vecchio. Inoltre si considerano i vantaggi e gli svantaggi dati dalla natura all’animo o al corpo, a questo modo: se sia robusto o debole, lungo o breve, bello o deforme, veloce o tardo, acuto o più ottuso, memore o smemorato, cortese e servizievole o sgarbato, pudico, paziente o il contrario; e in generale ciò che dalla natura è dato all’animo e al corpo si considererà, e queste cose nella natura sono da considerare. Infatti ciò che si procura con l’industria riguarda la condizione, di cui si deve dire più oltre. Nel tenore di vita conviene considerare presso chi, con quale costume e per arbitrio di chi sia stato educato, quali maestri di arti liberali abbia avuto, quali precettori di vita, di quali amici si serva, in quale affare, guadagno, mestiere sia occupato, in qual modo amministri il patrimonio, di quale consuetudine domestica sia. Nella fortuna si ricerca se sia servo o libero, ricco o povero, privato o investito di potere: se di potere, a buon diritto o a torto; se fortunato, illustre o il contrario; quali figli abbia. E se si ricercherà di un morto, si dovrà considerare anche da quale morte sia stato colpito.
partes autem eius enumerare eas, quarum indigemus ad hanc praeceptionem, facilius est. eae autem partim divino, partim mortali in genere ver- santur. mortalium autem pars in hominum, pars in bestiarum genere numerantur. atque hominum genus et in sexu consideratur, virile an muliebre sit, et in natione, patria, cognatione, aetate. natione, Graius an barbarus; patria, Atheniensis an Lacedaemonius; co- gnatione, quibus maioribus, quibus consanguineis; aetate, puer an adulescens, natu grandior an senex. praeterea commoda et incommoda considerantur ab natura data animo aut corpori, hoc modo: valens an inbecillus, longus an brevis, formonsus an deformis, velox an tardus sit, acutus an hebetior, memor an obli- viosus, comis officiosus an infacetus, pudens, patiens an contra; et omnino quae a natura dantur animo et corpori considerabuntur et haec in natura conside- randa. nam quae industria comparantur, ad habitum pertinent, de quo posterius est dicendum. in victu con- siderare oportet, apud quem et quo more et cuius arbitratu sit educatus, quos habuerit artium liberalium magistros, quos vivendi praeceptores, quibus amicis utatur, quo in negotio, quaestu, artificio sit occupatus, quo modo rem familiarem administret, qua consuetu- dine domestica sit. in fortuna quaeritur, servus sit an liber, pecuniosus an tenuis, privatus an cum potestate: si cum potestate, iure an iniuria; felix, clarus an con- tra; quales liberos habeat. ac si de non vivo quaeretur, etiam quali morte sit affectus, erit considerandum.
1.36 Condizione poi chiamiamo questa costante e compiuta perfezione dell’animo o del corpo in qualche cosa, come l’acquisto della virtù o di qualche arte o di qualsivoglia scienza, e parimenti qualche pregio del corpo non dato dalla natura, ma procurato con lo studio e l’industria. La disposizione è un mutamento dell’animo o del corpo, momentaneo, per qualche causa, come la letizia, la cupidigia, il timore, il fastidio, la malattia, la debolezza e altre cose che si trovano nel medesimo genere. Lo studio poi è un’occupazione dell’animo, assidua e veementemente applicata a qualche cosa con grande piacere, come della filosofia, della poetica, della geometria, delle lettere. Il disegno è una ragione escogitata di fare o di non fare qualcosa. I fatti poi e i casi e i discorsi si considereranno dai tre tempi: che cosa abbia fatto o che cosa gli sia accaduto o che cosa abbia detto; o che cosa faccia, che cosa gli accada, che cosa dica; o che cosa sia per fare, che cosa gli sia per accadere, di quale discorso sia per servirsi. E alle persone, invero, queste cose sembrano essere attribuite:
habitum autem hunc appellamus animi aut corporis constantem et absolutam aliqua in re perfectionem, ut virtutis aut artis alicuius perceptionem aut quamvis scientiam et item corporis aliquam commoditatem non natura datam, sed studio et industria partam. affectio est animi aut corporis ex tempore aliqua de causa commutatio, ut laetitia, cupiditas, metus, molestia, morbus, debilitas et alia, quae in eodem genere re- periuntur. studium est autem animi assidua et vehe- menter ad aliquam rem adplicata magna cum voluptate occupatio, ut philosophiae, poe+ticae, geometricae, lit- terarum. consilium est aliquid faciendi aut non fa- ciendi excogitata ratio. facta autem et casus et ora- tiones tribus ex temporibus considerabuntur: quid fecerit aut quid ipsi acciderit aut quid dixerit; aut quid faciat, quid ipsi accidat, quid dicat; aut quid fac- turus sit, quid ipsi casurum sit, qua sit usurus oratione. Ac personis quidem haec videntur esse adtributa:
1.37 alle vicende poi quelle cose che sono attribuite, in parte sono congiunte con la vicenda stessa, in parte si considerano nello svolgimento della vicenda, in parte sono annesse alla vicenda, in parte conseguono alla vicenda. Congiunte con la vicenda stessa sono quelle cose che sembrano sempre affisse alla cosa né possono separarsene. Di esse la prima è la breve comprensione di tutta la vicenda, che contiene la somma del fatto, a questo modo: «l’uccisione del genitore», «il tradimento della patria»; poi la causa di quella somma, per cui si ricerca e in qual modo e per quale motivo e a scopo di che cosa sia stato fatto; poi quali cose, prima della vicenda compiuta, siano state fatte ininterrottamente fino alla vicenda stessa; poi, nello svolgimento stesso della vicenda, che cosa si sia compiuto; poi, che cosa dopo sia stato fatto.
negotiis autem quae sunt adtributa, partim sunt con- tinentia cum ipso negotio, partim in gestione negotii considerantur, partim adiuncta negotio sunt, partim negotium consequuntur. Continentia cum ipso negotio sunt ea, quae semper affixa esse videntur ad rem neque ab ea possunt se- parari. ex his prima est brevis conplexio totius neg- otii, quae summam continet facti, hoc modo: parentis occisio, patriae proditio; deinde causa eius summae, per quam et quam ob rem et cuius rei causa factum sit, quaeritur; deinde ante gestam rem quae facta sint continenter usque ad ipsum negotium; deinde, in ipso gerendo negotio quid actum sit; deinde, quid postea factum sit.
1.38 Nello svolgimento poi della vicenda, che era il secondo luogo di quelle cose che sono attribuite alle vicende, si ricercheranno il luogo, il tempo, il modo, l’occasione, la possibilità. Il luogo in cui la cosa sia stata compiuta si considera dall’opportunità che sembri aver avuto per amministrare la vicenda. E quell’opportunità si ricerca dalla grandezza, dalla distanza, dalla lontananza, dalla vicinanza, dalla solitudine, dalla frequentazione, dalla natura del luogo stesso e del vicinato e di tutta la regione; e anche da queste attribuzioni: se il luogo sia o sia stato sacro o profano, pubblico o privato, altrui o proprio di colui di cui si tratta.
In gestione autem negotii, qui locus secundus erat de iis, quae negotiis adtributa sunt, quaeretur locus, tempus, modus, occasio, facultas. locus consideratur, in quo res gesta sit, ex opportunitate, quam videatur habuisse ad negotium administrandum. ea autem op- portunitas quaeritur ex magnitudine, intervallo, longin- quitate, propinquitate, solitudine, celebritate, natura ipsius loci et vicinitatis et totius regionis; ex his etiam attributionibus: sacer profanus, publicus anne privatus, alienus an ipsius, de quo agitur, locus sit aut fuerit.
1.39 Il tempo poi è — quello di cui ora ci serviamo, ché definirlo in generale è difficile — una certa parte dell’eternità, con una determinata significazione di un qualche spazio annuale, mensile, diurno o notturno. In esso si considerano e le cose che siano trascorse: e di quelle stesse, quelle che o per la vetustà siano cadute in disuso o sembrino incredibili, sì da riporsi ormai nel numero delle favole; e quelle che, già da gran tempo compiute e remote dalla nostra memoria, tuttavia facciano fede di essere state tramandate veracemente, perché ne esistono nelle lettere monumenti certi; e quelle che siano state compiute di recente, che i più possano conoscere; e parimenti quelle che incombano nel presente e che proprio ora si compiano; e quelle che conseguano, nelle quali si può considerare che cosa sarà più presto e che cosa più tardi. E parimenti, in comune, nello scrutare il tempo, è da considerare la sua lunghezza. Spesso infatti conviene commisurare col tempo la vicenda e vedere se la grandezza della vicenda o la moltitudine delle cose poté svolgersi in quel tempo. Si considera poi il tempo e dell’anno e del mese e del giorno e della notte e della veglia e dell’ora, e in qualche parte di alcuno di questi.
tempus autem est—id quo nunc utimur, nam ipsum quidem generaliter definire difficile est—pars quaedam aeternitatis cum alicuius annui, menstrui, diurni nocturnive spatii certa significatione. in hoc et quae praeterierint, considerantur: et eorum ipsorum, quae aut propter vetustatem obsoleverint aut incredi- bilia videantur, ut iam in fabularum numerum repo- nantur; et quae iam diu gesta et a memoria nostra re- mota tamen faciant fidem vere tradita esse, quia eorum monumenta certa in litteris exstent; et quae nuper gesta sint, quae scire plerique possint; et item quae instent in praesentia et cum maxime fiant; et quae consequan- tur, in quibus potest considerari, quid ocius et quid serius futurum sit. et item communiter in tempore per- spiciendo longinquitas eius est consideranda. nam saepe oportet commetiri cum tempore negotium et vi- dere, potueritne aut magnitudo negotii aut multitudo rerum in eo transigi tempore. consideratur autem tem- pus et anni et mensis et diei et noctis et vigiliae et horae et in aliqua parte alicuius horum.
1.40 L’occasione poi è una parte del tempo che ha in sé l’idonea opportunità di fare o di non fare qualche cosa. Perciò differisce dal tempo in questo: ché, quanto al genere, si intende che l’uno e l’altra siano la medesima cosa, ma nel tempo si dichiara in certo modo uno spazio, che si scorge negli anni o nell’anno o in qualche parte dell’anno, mentre nell’occasione si intende annessa allo spazio di tempo una certa opportunità di fare. (Perciò, pur essendo nel genere la medesima cosa, diventa altra cosa, sì da differire, come abbiamo detto, per una certa parte e specie.) Essa si distribuisce in tre generi: il pubblico, il comune, il singolare. Pubblico è quello che tutta la città frequenta per qualche causa, come i giochi, il giorno festivo, la guerra. Comune, quello che accade a tutti pressappoco nel medesimo tempo, come la mietitura, la vendemmia, il caldo, il freddo. Singolare poi è quello che per qualche causa suole accadere privatamente a qualcuno, come le nozze.
occasio au- tem est pars temporis habens in se alicuius rei idoneam faciendi aut non faciendi opportunitatem. quare cum tempore hoc differt: nam genere quidem utrumque idem esse intellegitur, verum in tempore spatium quo- dam modo declaratur, quod in annis aut in anno aut in aliqua anni parte spectatur, in occasione ad spatium temporis faciendi quaedam opportunitas intellegitur adiuncta. (quare cum genere idem sit, fit aliud, quod parte quadam et specie, ut diximus, differat.) haec distribuitur in tria genera: publicum, commune, sin- gulare. publicum est, quod civitas universa aliqua de causa frequentat, ut ludi, dies festus, bellum. commune, quod accidit omnibus eodem fere tempore, ut messis, vindemia, calor, frigus. singulare autem est, quod ali- qua de causa privatim alicui solet accidere, ut nup-
1.41 un sacrificio, un funerale, un banchetto, il sonno. Il modo poi è quello in cui si ricerca in qual maniera e con quale animo una cosa sia stata fatta. Le sue parti sono la prudenza e l’imprudenza. La ragione della prudenza si ricerca da quelle cose che taluno abbia fatto di nascosto, apertamente, con la forza, con la persuasione. L’imprudenza poi si riconduce alla giustificazione, di cui sono parti l’ignoranza, il caso, la necessità, e alla disposizione dell’animo, cioè il fastidio, l’iracondia, l’amore e le altre cose che vertono in simile genere. Le possibilità sono o quelle per cui una cosa si fa più agevolmente, o quelle senza le quali qualcosa non può compiersi. Annesso alla vicenda poi s’intende ciò che sarà maggiore, ciò che minore, ciò che ugualmente grande, ciò che simile a quella vicenda di cui si tratta, e ciò che contrario, ciò che disparato, e il genere e la parte e l’esito. Il maggiore, il minore e l’ugualmente grande si considerano dalla forza, dal numero e dalla figura della vicenda, così come dalla statura del corpo.
tiae, sacrificium, funus, convivium, somnus. modus autem est, in quo, quemadmodum et quo animo factum sit, quaeritur. eius partes sunt prudentia et inprudentia. prudentiae autem ratio quaeritur ex iis, quae clam, palam, vi, persuasione fecerit. inprudentia autem in purgationem confertur, cuius partes sunt inscientia, casus, necessitas, et in affectionem animi, hoc est molestiam, iracundiam, amorem et cetera, quae in simili genere versantur. facultates sunt, aut quibus fa- cilius fit aut sine quibus aliquid confici non potest. Adiunctum negotio autem id intellegitur, quod maius et quod minus et quod aeque magnum et quod simile erit ei negotio, quo de agitur, et quod contrarium et quod disparatum, et genus et pars et eventus. maius et minus et aeque magnum ex vi et ex numero et ex figura negotii, sicut ex statura corporis, consideratur.
1.42 Il simile poi si giudica da una specie comparabile, o da una natura da confrontare e da assomigliare. Contrario è ciò che, posto in un genere diverso, è massimamente distante da quello stesso a cui è detto contrario, come il freddo al caldo, la morte alla vita. Disparato poi è ciò che da una qualche cosa si separa con la preposizione della negazione, a questo modo: sapere e non sapere. Genere è ciò che abbraccia alcune parti, come la cupidigia. Parte è ciò che sta sotto il genere, come l’amore, l’avarizia. L’esito è l’uscita di una qualche vicenda, in cui si suole ricercare che cosa da ciascuna cosa sia accaduto, accada, sia per accadere. Perciò in questo genere, affinché opportunamente si possa raccogliere prima nell’animo che cosa sia per accadere, è da considerare che cosa da ciascuna cosa suole accadere, a questo modo: dall’arroganza l’odio, dall’insolenza l’arroganza.
simile autem ex specie conparabili aut ex conferunda at- que assimulanda natura iudicatur. contrarium est, quod positum in genere diverso ab eodem, cui contrarium di- citur, plurimum distat, ut frigus calori, vitae mors. disparatum autem est id, quod ab aliqua re praeposi- tione negationis separatur, hoc modo: sapere et non sapere. genus est, quod partes aliquas amplectitur, ut cupiditas. pars est, quae subest generi, ut amor, ava- ritia. eventus est exitus alicuius negotii, in quo quaeri solet, quid ex quaque re evenerit, eveniat, eventurum sit. quare hoc in genere, ut commode, quid eventurum sit, ante animo colligi possit, quid quaque ex re soleat evenire, considerandum est, hoc modo: ex arrogantia odium, ex insolentia arrogantia.
1.43 La quarta parte poi, di quelle cose che dicevamo essere attribuite alle vicende, è la conseguenza. In essa si ricercano quelle cose che conseguono alla vicenda compiuta: per primo, ciò che è stato fatto, con quale nome convenga chiamarlo; poi, di quel fatto quali siano i principali autori e gli inventori, quali infine gli approvatori e gli emuli di quell’autorità e di quell’invenzione; poi, se intorno a quella cosa o di quella cosa vi sia qualche legge, consuetudine, patto, giudizio, scienza, artificio; poi la sua natura, se suole accadere comunemente o insolitamente e di rado; quindi se gli uomini sogliano approvarla con la propria autorità o offendersi in tali cose; e le altre cose che sogliono parimenti conseguire a qualche fatto, all’istante o dopo un intervallo. Poi, da ultimo, è da badare se qualcosa consegua da quelle cose che sono poste tra le parti dell’onestà o dell’utilità; intorno alle quali si dovrà dire più distintamente nel genere deliberativo della causa. E alle vicende, invero, sono attribuite pressappoco queste cose che abbiamo ricordato.
Quarta autem pars est ex iis rebus, quas negotiis dicebamus esse adtributas, consecutio. in hac eae res quaeruntur, quae gestum negotium consequuntur: pri- mum, quod factum est, quo id nomine appellari con- veniat; deinde eius facti qui sint principes et inven- tores, qui denique auctoritatis eius et inventionis com- probatores atque aemuli; deinde ecquae de ea re aut eius rei sit lex, consuetudo, pactio, iudicium, scientia, artificium; deinde natura eius, evenire vulgo soleat an insolenter et raro; postea homines id sua auctoritate comprobare an offendere in iis consueverint; et cetera, quae factum aliquid similiter confestim aut ex inter- vallo solent consequi. deinde postremo adtendendum est, num quae res ex iis rebus, quae positae sunt in par- tibus honestatis aut utilitatis, consequantur; de quibus in deliberativo genere causae distinctius erit dicendum. Ac negotiis quidem fere res haec, quas commemora- vimus, sunt adtributae.
1.44 Ogni argomentazione poi che si trarrà da quei luoghi che abbiamo ricordato dovrà essere o probabile o necessaria. Infatti, per descriverlo brevemente, l’argomentazione sembra essere un ritrovato che da qualche genere mostra una qualche cosa probabilmente o la dimostra necessariamente. Si dimostrano necessariamente quelle cose che, altrimenti da come si dicono, né possono accadere né essere provate, a questo modo: se ha partorito, ha giaciuto con un uomo. Questo genere di argomentare, che verte nella dimostrazione necessaria, si tratta massimamente nel dire o per congiunzione o per l’enumera-
Omnis autem argumentatio, quae ex iis locis, quos commemoravimus, sumetur, aut probabilis aut ne- cessaria debebit esse. etenim, ut breviter describa- mus, argumentatio videtur esse inventum aliquo ex genere rem aliquam aut probabiliter ostendens aut ne- cessarie demonstrans. Necessarie demonstrantur ea, quae aliter ac dicun- tur nec fieri nec probari possunt, hoc modo: si peperit, cum viro concubuit. hoc genus argumentandi, quod in necessaria demonstratione versatur, maxime tractatur in dicendo aut per complexionem aut per enumera-
1.45 zione o per semplice conclusione. La congiunzione è quella in cui, qualunque dei due tu abbia concesso, si è ripresi, a questo modo: se è disonesto, perché te ne servi? se è onesto, perché lo accusi? L’enumerazione è quella in cui, esposte più cose e infirmate le altre, l’una rimanente necessariamente si conferma, a questo patto: è necessario che costui sia stato ucciso o per causa d’inimicizie, o di timore, o di speranza, o per il favore di qualche amico, oppure, se nulla di queste cose sussiste, che da costui non sia stato ucciso; infatti senza causa non può essere stato intrapreso un misfatto; se non vi furono inimicizie, né alcun timore, né speranza di qualche vantaggio dalla morte di quello, né la morte di quello concerneva qualche amico di costui: resta dunque che da costui non sia stato ucciso. La semplice conclusione poi si compie da una necessaria conseguenza, a questo modo: se voi dite che io ho fatto codesto in quel tempo, io invece in quel medesimo tempo fui oltre il mare, resta che ciò che dite non solo io non l’abbia fatto, ma neppure abbia potuto farlo. E con diligenza converrà badare a che questo genere non possa in alcun modo essere confutato, sì che la conferma non abbia in sé soltanto la parvenza di un’argomentazione e una certa somiglianza con la conclusione necessaria, ma l’argomentazione stessa consista di una ragione necessaria.
tionem aut per simplicem conclusionem. conplexio est, in qua, utrum concesseris, reprehenditur, ad hunc mo- dum: si inprobus est, cur uteris? si probus, cur accusas? enumeratio est, in qua pluribus rebus expositis et ceteris infirmatis una reliqua necessario confirmatur, hoc pacto: necesse est aut inimicitiarum causa ab hoc esse occisum aut metus aut spei aut alicuius amici gratia aut, si horum nihil est, ab hoc non esse occisum; nam sine causa maleficium susceptum non potest esse; si neque inimicitiae fuerunt nec metus ullus nec spes ex morte illius alicuius commodi neque ad amicum huius aliquem mors illius pertinebat: relinquitur igi- tur, ut ab hoc non sit occisus. simplex autem conclusio ex necessaria consecutione conficitur, hoc modo: si vos me istuc eo tempore fecisse dicitis, ego autem eo ipso tempore trans mare fui, relinquitur, ut id, quod dicitis, non modo non fecerim, sed ne potuerim quidem facere. atque hoc diligenter oportebit videre, ne quo pacto genus hoc refelli possit, ut ne confirmatio modum in se argumentationis habeat et quandam similitudinem necessariae conclusionis, verum ipsa argumentatio ex necessaria ratione consistat.
1.46 Probabile poi è ciò che pressappoco suole accadere, o ciò che è posto nell’opinione, o ciò che ha in sé verso queste cose una certa somiglianza, sia esso falso sia vero. In quel genere che pressappoco suole accadere, il probabile è di tal sorta: se è madre, ama il figlio; se è avaro, trascura il giuramento. In quello poi che è posto nell’opinione, sono probabili di tal sorta: che agli empi presso gl’inferi siano apprestate le pene; che coloro i quali si dànno alla filosofia non credano esservi gli dèi. La somiglianza poi si scorge massimamente nei contrari, e dai pari, e in quelle cose che cadono sotto la medesima ragione. Nei contrari, a questo modo: infatti, se conviene perdonare a coloro che senza volere recarono danno, non si deve avere gratitudine verso coloro che giovarono per necessità. Dal pari, così:
Probabile autem est id, quod fere solet fieri aut quod in opinione positum est aut quod habet in se ad haec quandam similitudinem, sive id falsum est sive verum. in eo genere, quod fere fieri solet, probabile huiusmodi est: si mater est, diligit filium; si avarus est, neglegit ius iurandum. in eo autem, quod in opinione positum est, huiusmodi sunt probabilia: impiis apud inferos poenas esse praeparatas; eos, qui philosophiae dent operam, non arbitrari deos esse. similitudo autem in contrariis et ex paribus et in iis rebus, quae sub ean- dem rationem cadunt, maxime spectatur. in contrariis, hoc modo: nam si iis, qui inprudentes laeserunt, ignosci convenit, iis, qui necessario profuerunt, haberi gratiam non oportet. ex pari, sic:
1.47 infatti, come un luogo senza porto non può essere sicuro per le navi, così l’animo senza fede non può essere stabile per gli amici. In quelle cose che cadono sotto la medesima ragione, il probabile si considera a questo modo: infatti, se ai
Rodii non è turpe appaltare la gabella, neppure a Ermocreonte è turpe prenderla in appalto. Queste cose talora sono vere, a questo patto: poiché vi è la cicatrice, vi fu la ferita; talora verosimili, a questo modo: se vi era molta polvere sui calzari, conveniva che egli venisse dal viaggio. Ogni probabile poi — per distribuirlo in certe determinate parti — che si assume per l’argomentazione, è o segno, o credibile, o giudicato, o comparabile.
nam ut locus sine portu na- vibus esse non potest tutus, sic animus sine fide stabilis amicis non potest esse. in iis rebus, quae sub eandem rationem cadunt, hoc modo probabile consideratur: nam si
Rhodiis turpe non est portorium locare, ne Her- mocreonti quidem turpe est conducere. haec tum vera sunt, hoc pacto: quoniam cicatrix est, fuit vulnus; tum veri similia, hoc modo: si multus erat in calceis pulvis, ex itinere eum venire oportebat. Omne autem—ut certas quasdam in partes tri- buamus—probabile, quod sumitur ad argumentationem, aut signum est aut credibile aut iudicatum aut comparabile.
1.48 Il segno è ciò che cade sotto qualche senso e significa qualcosa che sembra esserne derivato, e che o fu prima, o nella vicenda stessa, o vi seguì dopo, e tuttavia abbisogna di testimonianza e di una più grave conferma, come il sangue, la fuga, il pallore, la polvere, e le cose che a queste sono simili. Credibile è ciò che, senza alcun testimone, si conferma dall’opinione dell’ascoltatore, a questo modo: non v’è alcuno che non desideri i propri figli incolumi e felici. Giudicato è una cosa approvata dall’assenso, dall’autorità o dal giudizio di taluno o di alcuni. Esso si scorge in tre generi: il religioso, il comune, l’approvato. Religioso è ciò che, sotto giuramento, secondo le leggi hanno giudicato. Comune è ciò che tutti comunemente approvarono e seguirono, di tal sorta: che ci si alzi davanti ai più anziani, che si abbia pietà dei supplici. Approvato è ciò che gli uomini, essendo dubbio in qual conto convenisse tenerlo, stabilirono con la propria autorità: come il fatto del
padre dei Gracchi, che il popolo romano, il quale lo fece console dopo la censura per quel fatto per cui aveva compiuto qualcosa nella censura all’insaputa del collega, approvò.
signum est, quod sub sensum ali- quem cadit et quiddam significat, quod ex ipso pro- fectum videtur, quod aut ante fuerit aut in ipso neg- otio aut post sit consecutum et tamen indiget testi- monii et gravioris confirmationis, ut cruor, fuga, pallor, pulvis, et quae his sunt similia. credibile est, quod sine ullo teste auditoris opinione firmatur, hoc modo: nemo est, qui non liberos suos incolumes et beatos esse cupiat. iudicatum est res assensione aut auctori- tate aut iudicio alicuius aut aliquorum conprobata. id tribus in generibus spectatur, religioso, communi, adprobato. religiosum est, quod iurati legibus iudica- runt. commune est, quod omnes vulgo probarunt et secuti sunt, huiusmodi: ut maioribus natu assurgatur, ut supplicum misereatur. adprobatum est, quod ho- mines, cum dubium esset, quale haberi oporteret, sua constituerunt auctoritate: velut
Gracchi patris factum populus Romanus, qui eum ob id factum eo quod insciente collega in censura non nihil gessit post censuram consulem fecit.
1.49 Comparabile poi è ciò che in cose diverse contiene una qualche ragione simile. Le sue parti sono tre: l’immagine, il paragone, l’esempio. L’immagine è un discorso che dimostra la somiglianza di corpi o di nature. Il paragone è un discorso che confronta cosa con cosa per somiglianza. L’esempio è ciò che conferma o infirma una cosa con l’autorità o con il caso di qualche uomo o di qualche vicenda. Gli esempi e le descrizioni di questi si conosceranno nei precetti dell’elocuzione. E la fonte della conferma, invero, per quanto la facoltà ha consentito, è aperta, e non meno chiaramente di quanto la natura della cosa portava è stata mostrata; in qual modo poi ciascuna constitutio e parte della constitutio e ogni controversia, sia che verta nella ragione sia che verta nello scritto, debba essere trattata, e quali argomentazioni convengano a ciascuna, lo diremo partitamente nel secondo libro intorno a ciascun genere. Al presente abbiamo soltanto disperso confusamente e mescolatamente i numeri, i modi e le parti dell’argomentare; dopo, distintamente e con scelta, distribuiremo da questa abbondanza in ciascun genere di causa ciò che a ciascuno conviene.
conparabile autem est, quod in rebus diversis similem aliquam rationem continet. eius partes sunt tres: imago, conlatio, exemplum. imago est oratio demonstrans corporum aut naturarum simi- litudinem. conlatio est oratio rem cum re ex simili- tudine conferens. exemplum est, quod rem auctoritate aut casu alicuius hominis aut negotii confirmat aut in- firmat. horum exempla et descriptiones in praeceptis elocutionis cognoscentur. Ac fons quidem confirmationis, ut facultas tulit, apertus est nec minus dilucide, quam rei natura fere- bat, demonstratus est; quemadmodum autem quaeque constitutio et pars constitutionis et omnis contro- versia, sive in ratione sive in scripto versabitur, tractari debeat et quae in quamque argumentationes conve- niant, singillatim in secundo libro de uno quoque ge- nere dicemus. in praesentia tantummodo numeros et modos et partes argumentandi confuse et permixtim dispersimus; post discripte et electe in genus quodque causae, quid cuique conveniat, ex hac copia digeremus.
1.50 E ogni argomentazione, invero, potrà trovarsi da questi luoghi: trovata, ornarla e distinguerla in certe determinate parti è cosa e gradevolissima e sommamente necessaria, e dagli scrittori d’arte massimamente trascurata. Perciò ci è parso doversi dire anche di quel precetto, e in questo luogo, affinché alla scoperta si aggiungesse la ragione dell’argomentare. E questo luogo, tutto, è da considerare con grande cura e diligenza, perché della cosa non solo è grande l’utilità, ma somma è anche la difficoltà di darne precetti.
Atque inveniri quidem omnis ex his locis argu- mentatio poterit: inventam exornari et certas in partes distingui et suavissimum est et summe necessarium et ab artis scriptoribus maxime neglectum. quare et de ea praeceptione nobis et in hoc loco dicendum visum est, ut ad inventionem argumentandi ratio adiun- geretur. et magna cum cura et diligentia locus hic om- nis considerandus est, quod rei non solum magna uti- litas est, sed praecipiendi quoque summa difficultas.
1.51 Ogni argomentazione, dunque, è da trattare o per induzione o per raziocinio. L’induzione è un discorso che, mediante cose non dubbie, si conquista l’assenso di colui con cui è intrapresa; e con tali assensi fa sì che a quello una qualche cosa dubbia, per la somiglianza con quelle cose a cui ha assentito, sia approvata; come presso il
socratico Eschine Socrate mostra che
Aspasia parlò con la moglie di
Senofonte e con Senofonte stesso: «Dimmi, ti prego, moglie di Senofonte, se la tua vicina avesse un oro migliore di quello che tu hai, preferiresti il suo o il tuo? Il suo, disse. E che, se avesse una veste e il rimanente ornamento muliebre di maggior pregio di quello che tu hai, preferiresti il tuo o il suo? Rispose: il suo, certo. Orsù dunque, disse, e che? Se ella avesse un marito migliore di quello che tu hai, preferiresti il tuo marito o il suo? Qui la donna arrossì.»
Omnis igitur argumentatio aut per inductionem tractanda est aut per ratiocinationem. Inductio est oratio, quae rebus non dubiis captat assensionem eius, quicum instituta est; quibus assen- sionibus facit, ut illi dubia quaedam res propter si- militudinem earum rerum, quibus assensit, probetur; velut apud Socraticum Aeschinen demonstrat
Socrates cum
Xenophontis uxore et cum ipso Xenophonte Aspa- siam locutam: dic mihi, quaeso, Xenophontis uxor, si vicina tua melius habeat aurum, quam tu habes, utrum illudne an tuum malis? illud, inquit. quid, si vestem et ceterum ornatum muliebrem pretii maioris habeat, quam tu habes, tuumne an illius malis? respondit: illius vero. age sis, inquit, quid? si virum illa me- liorem habeat, quam tu habes, utrumne tuum virum malis an illius? hic mulier erubuit.
1.52 Aspasia poi intavolò il discorso con Senofonte stesso. «Ti prego, disse, Senofonte, se il tuo vicino avesse un cavallo migliore di quello che è il tuo, preferiresti il tuo cavallo o il suo? Il suo, disse. E che, se avesse un podere migliore di quello che tu hai, quale infine preferiresti possedere? Quello, disse, migliore, s’intende. E che, se avesse una moglie migliore di quella che tu hai, preferiresti la tua o la sua?» E qui anche Senofonte stesso tacque. Poi Aspasia: «Poiché ciascuno di voi, disse, mi ha lasciato senza risposta proprio quell’unica cosa che io sola volevo udire, dirò io stessa che cosa ciascuno pensi. Infatti e tu, donna, vuoi avere il migliore dei mariti, e tu, Senofonte, vuoi massimamente avere una moglie eccellentissima. Perciò, se non avrete ottenuto questo, che né vi sia in terra uomo migliore né donna più eletta, di certo sempre desidererete moltissimo ciò che riterrete essere ottimo, sì che e tu sia marito della migliore, e costei sia sposata all’uomo ottimo.» Qui, essendosi assentito a cose non dubbie, avvenne, per la somiglianza, che anche quella cosa che sarebbe sembrata dubbia, se taluno la ricercasse separatamente, per la ragione del domandare fosse concessa come certa.
Aspasia autem ser- monem cum ipso Xenophonte instituit. quaeso, inquit, Xenophon, si vicinus tuus equum meliorem habeat, quam tuus est, tuumne equum malis an illius? illius, inquit. quid, si fundum meliorem habeat, quam tu ha- bes, utrum tandem fundum habere malis? illum, in- quit, meliorem scilicet. quid, si uxorem meliorem ha- beat, quam tu habes, utrum tuamne an illius malis? atque hic Xenophon quoque ipse tacuit. post Aspasia: quoniam uterque vestrum, inquit, id mihi solum non respondit, quod ego solum audire volueram, egomet dicam, quid uterque cogitet. nam et tu, mulier, optumum virum vis habere et tu, Xenophon, uxorem habere lectissimam maxime vis. quare, nisi hoc per- feceritis, ut neque vir melior neque femina lectior in terris sit, profecto semper id, quod optumum putabitis esse, multo maxime requiretis, ut et tu maritus sis quam optumae et haec quam optimo viro nupta sit. hic cum rebus non dubiis assensum est, factum est propter similitudinem, ut etiam illud, quod dubium videretur, si qui separatim quaereret, id pro certo propter rationem rogandi concederetur.
1.53 Di questo modo di discorrere Socrate si servì moltissimo, per ciò che egli nulla voleva apportare di proprio a persuadere, ma da quello che gli aveva concesso colui con cui disputava preferiva concludere qualcosa che quello, da ciò che già aveva concesso, dovesse necessariamente approvare. In questo genere ci pare doversi insegnare per primo che ciò che induciamo per somiglianza sia di tal sorta che sia necessario concederlo. Infatti ciò da cui chiederemo che ci sia concesso quel che è dubbio, non converrà che esso stesso sia dubbio. Poi è da vedere che quella cosa, a scopo di confermare la quale si farà l’induzione, sia simile a quelle cose che prima abbiamo indotto come non dubbie; infatti nulla ci gioverà che qualcosa ci sia stato concesso prima, se sarà dissimile da ciò per cui in primo luogo abbiamo voluto che quello fosse concesso; poi, che colui non comprenda a che cosa mirino quelle prime induzioni e a quale esito siano per giun-
hoc modo ser- monis plurimum Socrates usus est, propterea quod nihil ipse afferre ad persuadendum volebat, sed ex eo, quod sibi ille dederat, quicum disputabat, aliquid conficere malebat, quod ille ex eo, quod iam con- cessisset, necessario adprobare deberet. Hoc in genere praecipiendum nobis videtur primum, ut illud, quod inducimus per similitudinem, eiusmodi sit, ut sit necesse concedere. nam ex quo postulabimus nobis illud, quod dubium sit, concedi, dubium esse id ipsum non oportebit. deinde illud, cuius confirmandi causa fiet inductio, videndum est, ut simile iis rebus sit, quas res quasi non dubias ante induxerimus, nam aliquid ante concessum nobis esse nihil proderit, si ei dissimile erit id, cuius causa illud concedi primum voluerimus; deinde ne intellegat, quo spectent illae primae inductiones et ad quem sint exitum perven-
1.54 gere. Infatti chi vede che, se avrà rettamente assentito a quella cosa intorno a cui dapprima è interrogato, anche quell’altra cosa che gli dispiace dovrà necessariamente concedere, perlopiù o non rispondendo o rispondendo male non lascia procedere più oltre l’interrogazione; perciò, con la ragione dell’interrogazione, ignaro è da condurre da ciò che ha concesso a ciò che non vuole concedere. L’ultima cosa poi conviene o che sia taciuta, o che sia concessa, o che sia negata. Se sarà negata, o si deve mostrare la somiglianza di quelle cose che prima furono concesse, oppure ci si deve servire di un’altra induzione. Se sarà concessa, l’argomentazione è da concludere. Se sarà taciuta, è da elicere la risposta, oppure, poiché il tacere imita la confessione, converrà concludere l’argomentazione come se fosse stato concesso. Così questo genere di argomentare diviene tripartito: la prima parte consta della somiglianza, una o più; la seconda di ciò che vogliamo sia concesso, a scopo del quale si sono adoperate le somiglianze; la terza della conclusione, che o conferma la concessione o mostra che cosa da essa si concluda.
turae. nam qui videt, si ei rei, quam primo rogetur, recte assenserit, illam quoque rem, quae sibi displi- ceat, esse necessario concedendam, plerumque aut non respondendo aut male respondendo longius roga- tionem procedere non sinit; quare ratione rogationis inprudens ab eo, quod concessit, ad id, quod non vult concedere, deducendus est. extremum autem aut ta- ceatur oportet aut concedatur aut negetur. si negabitur, aut ostendenda similitudo est earum rerum, quae ante concessae sunt, aut alia utendum inductione. si con- cedetur, concludenda est argumentatio. si tacebitur, elicienda responsio est aut, quoniam taciturnitas imi- tatur confessionem, pro eo, ac si concessum sit, con- cludere oportebit argumentationem. ita fit hoc genus argumentandi tripertitum: prima pars ex similitudine constat una pluribusve; altera ex eo, quod concedi vo- lumus, cuius causa similitudines adhibitae sunt; tertia ex conclusione, quae aut confirmat concessionem aut quid ex ea conficiatur ostendit.
1.55 Ma poiché a taluno non sembrerà dimostrato con sufficiente chiarezza, se non avremo sottoposto qualche esempio tratto dal genere civile delle cause, sembra doversi adoperare un esempio anche di tal sorta — non perché il precetto differisca, o si debba usarne altrimenti in questo ragionamento e nel dire, ma per soddisfare al desiderio di coloro che ciò che hanno veduto in un luogo, in un altro luogo, se non è stato mostrato, non sanno riconoscere. Dunque in questa causa, che presso i
Greci è assai divulgata, allorché
Epaminonda, comandante dei Tebani, poiché non consegnò l’esercito a colui che secondo la legge gli era succeduto come pretore e, avendo egli stesso tenuto per pochi giorni l’esercito contro la legge, vinse i
Lacedemoni fin dalle fondamenta, l’accusatore potrà servirsi dell’argomentazione per induzione, difendendo lo scritto della legge contro la sua intenzione, a questo modo:
Sed quia non satis alicui videbitur dilucide demon- stratum, nisi quid ex civili causarum genere exempli subiecerimus, videtur eiusmodi quoque utendum ex- emplo, non quo praeceptio differat aut aliter hoc in sermone atque in dicendo sit utendum, sed ut eorum voluntati satis fiat, qui id, quod aliquo in loco viderunt, alio in loco, nisi monstratum est, nequeunt cognoscere. ergo in hac causa, quae apud
Graecos est pervagata, cum
Epaminondas, Thebanorum imperator, * quod ei, qui sibi ex lege praetor successerat, exercitum non tra- didit et, cum paucos ipse dies contra legem exercitum tenuisset,
Lacedaemonios funditus vicit, poterit accusator argumentatione uti per inductionem, cum scrip- tum legis contra sententiam defendat, ad hunc modum:
1.56 se, o giudici, ciò che Epaminonda dice aver inteso lo scrittore della legge si volesse aggiungere alla legge e apporvi questa eccezione: «fuori del caso che taluno non abbia consegnato l’esercito per causa della repubblica», lo tollererete? Non credo. E che, se voi stessi — cosa lontanissima dal vostro scrupolo e dalla vostra saggezza — per causa dell’onore di costui ordinaste che questa medesima eccezione, senza ordine del popolo, fosse aggiunta alla legge, il popolo tebano tollererebbe che ciò si facesse? Di certo non lo tollererà. Ciò dunque che è nefas aggiungere alla legge, vi sembrerà retto seguirlo, come se fosse stato aggiunto? Conosco il vostro intendimento: non può sembrare così, o giudici. Che se per iscritto la volontà dello scrittore non può essere corretta né da quello né da voi, badate che non sia molto più indegno mutarla, di fatto e con il vostro giudizio, quando neppure con una parola può essere mutata. E dell’induzione, invero, sembra per il momento essersi detto abbastanza.
si, iudices, id, quod Epaminondas ait legis scriptorem sensisse, adscribat ad legem et addat hanc ex- ceptionem: extra quam si quis rei publicae causa exercitum non tradiderit, patiemini? non opinor. quid, si vosmet ipsi, quod a vestra religione et a sa- pientia remotissimum est, istius honoris causa hanc eandem exceptionem iniussu populi ad legem adscribi iubeatis, populus Thebanus id patieturne fieri? pro- fecto non patietur. quod ergo adscribi ad legem nefas est, id sequi, quasi adscriptum sit, rectum vobis vi- deatur? novi vestram intellegentiam; non potest ita videri, iudices. quodsi litteris corrigi neque ab illo ne- que a vobis scriptoris voluntas potest, videte, ne multo indignius sit id re et iudicio vestro mutari, quod ne verbo quidem commutari potest. Ac de inductione quidem satis in praesentia dictum videtur.
1.57 Ora consideriamo di seguito la forza e la natura del raziocinio. Il raziocinio è un discorso che dalla cosa stessa elicìta qualcosa di probabile, che, una volta esposto e conosciuto per sé, si confermi con la propria forza e ragione. Coloro che intorno a questo genere stimarono doversi considerare più diligentemente, pur seguendo il medesimo nell’uso del dire, dissentirono alquanto nella ragione del precetto. Infatti parte di essi dissero che le sue parti sono cinque, parte stimarono che non si possa distribuire in più di tre parti. La loro controversia non sembra fuor di proposito esporla con la ragione degli uni e degli altri. Essa infatti è breve e non di tal sorta che gli uni si reputino non dire affatto nulla, e questo luogo nel dire ci sembra punto da trascurare.
nunc deinceps ratiocinationis vim et naturam consideremus. Ratiocinatio est oratio ex ipsa re probabile aliquid eliciens, quod expositum et per se cognitum sua se vi et ratione confirmet. hoc de genere qui diligentius con- siderandum putaverunt, cum idem in usu dicendi se- querentur, paululum in praecipiendi ratione dissense- runt. nam partim quinque eius partes esse dixerunt, partim non plus quam in tres partes posse distribui putaverunt. eorum controversiam non incommodum vi- detur cum utrorumque ratione exponere. nam et brevis est et non eiusmodi, ut alteri prorsus nihil dicere pu- tentur, et locus hic nobis in dicendo minime neglegen- dus videtur.
1.58 Coloro che stimano doversi dividere in cinque parti dicono che conviene per primo esporre la somma dell’argomentazione, a questo modo: meglio si curano le cose che si compiono con consiglio, che quelle che si amministrano senza consiglio. Questa annoverano come prima parte; di seguito stimano che essa debba essere approvata con varie ragioni e con le parole più copiose possibili, in questo modo: quella casa che è retta con ragione è di tutte le cose più fornita e meglio apprestata di quella che si amministra a caso e senza alcun consiglio. Quell’esercito a capo del quale è posto un comandante saggio e avveduto si regge in ogni parte più convenientemente di quello che si amministra per la stoltezza e la temerità di qualcuno. La medesima è la ragione del navigare. Infatti compie ottimamente la sua rotta quella nave che si serve del nocchiero più esperto.
Qui putant in quinque tribui partes oportere, aiunt primum convenire exponere summam argumentatio- nis, ad hunc modum: melius accurantur, quae con- silio geruntur, quam quae sine consilio administran- tur. hanc primam partem numerant; eam deinceps rationibus variis et quam copiosissimis verbis adpro- bari putant oportere, hoc modo: domus ea, quae ra- tione regitur, omnibus est instructior rebus et appara- tior, quam ea, quae temere et nullo consilio admini- stratur. exercitus is, cui praepositus est sapiens et calli- dus imperator, omnibus partibus commodius regitur, quam is, qui stultitia et temeritate alicuius admini- stratur. eadem navigii ratio est. nam navis optime cur- sum conficit ea, quae scientissimo gubernatore utitur.
1.59 Quando la proposizione sia stata approvata a questo patto e siano trascorse due parti del raziocinio, dicono che nella terza parte ciò che vuoi mostrare conviene assumerlo dalla forza della proposizione, a questo patto: nulla poi di tutte le cose si amministra meglio dell’intero mondo. Di questa assunzione, in quarto luogo, inducono poi un’altra approvazione, in questo modo: infatti e il sorgere e il tramontare degli astri serbano un certo ordine determinato, e le mutazioni annuali non solo avvengono sempre nel medesimo modo per una qualche necessità, ma sono anche accomodate alle utilità di tutte le cose, e le vicende diurne e notturne, in nessuna cosa mai mutate, non recarono mai alcun danno; le quali cose tutte sono segno che con un consiglio non mediocre la natura del mondo si amministra. In quinto luogo inducono quella complessione che o inferisce soltanto ciò che si raccoglie da tutte le parti, in questo modo: con consiglio dunque il mondo si amministra; oppure, avendo condotto in un sol luogo brevemente la proposizione e l’assunzione, aggiunge che cosa da queste si concluda, a questo modo: che se meglio si compiono quelle cose che si amministrano con consiglio, di quelle che senza consiglio, e nulla poi di tutte le cose si amministra meglio dell’intero mondo, con consiglio dunque il mondo si amministra. A questo patto dunque stimano che l’argomentazione sia di cinque parti.
cum propositio sit hoc pacto adprobata et duae partes transierint ratiocinationis, tertia in parte aiunt, quod ostendere velis, id ex vi propositionis oportere assu- mere, hoc pacto: nihil autem omnium rerum melius, quam omnis mundus, administratur. huius assump- tionis quarto in loco aliam porro inducunt adproba- tionem, hoc modo: nam et signorum ortus et obitus definitum quendam ordinem servant et annuae commu- tationes non modo quadam ex necessitudine semper eodem modo fiunt, verum ad utilitates quoque rerum omnium sunt accommodatae, et diurnae nocturnaeque vicissitudines nulla in re umquam mutatae quicquam nocuerunt; quae signo sunt omnia non mediocri quo- dam consilio naturam mundi administrari. quinto in- ducunt loco conplexionem eam, quae aut id infert so- lum, quod ex omnibus partibus cogitur, hoc modo: consilio igitur mundus administratur; aut unum in locum cum conduxerit breviter propositionem et ad- sumptionem, adiungit, quid ex his conficiatur, ad hunc modum: quodsi melius geruntur ea, quae consilio, quam quae sine consilio administrantur, nihil autem omnium rerum melius administratur, quam omnis mun- dus, consilio igitur mundus administratur. quinque- pertitam igitur hoc pacto putant esse argumentationem.
1.60 Coloro poi che la stimano di tre parti non stimano doversi trattare l’argomentazione altrimenti, ma riprendono la partizione di questi. Negano infatti che le approvazioni debbano separarsi né dalla proposizione né dall’assunzione, e che paia loro compiuta né la proposizione né perfetta l’assunzione che non sia confermata dall’approvazione. Perciò quelle che quelli annoverano come due parti, la proposizione e l’approvazione, a loro sembrano una sola parte, la proposizione; la quale, se non sia approvata, non è proposizione dell’argomentazione. Parimenti, ciò che da quelli è detto assunzione e approvazione dell’assunzione, a loro sembra una medesima sola assunzione. Così avviene che l’argomentazione, trattata con la medesima ragione, ad alcuni sembra di tre parti, ad altri di cinque parti. Perciò accade che la cosa non riguardi tanto l’uso del dire quanto la ragione del precetto.
Qui autem tripertitam putant esse, ii non aliter tractari putant oportere argumentationem, sed parti- tionem horum reprehendunt. negant enim neque a pro- positione neque ab adsumptione adprobationes earum separari oportere, neque propositionem absolutam ne- que adsumptionem sibi perfectam videri, quae appro- batione confirmata non sit. quare quas illi duas partes numerent, propositionem et adprobationem, sibi unam partem videri, propositionem; quae si adprobata non sit, propositio non sit argumentationis. item, quae ab illis adsumptio et adsumptionis adprobatio dicatur, eandem sibi adsumptionem solam videri. ita fit, ut eadem ratione argumentatio tractata aliis tripertita, aliis quinquepertita videatur. quare evenit, ut res non tam ad usum dicendi pertineat quam ad rationem praeceptionis.
1.61 A noi poi sembra essere più conveniente quella partizione che è divisa in cinque parti, la quale tutti coloro che mossero da Aristotele e da
Teofrasto massimamente seguirono. Infatti, come quel genere superiore di argomentare, che si assume per induzione, massimamente trattarono Socrate e i Socratici, così questo, che si rifinisce per raziocinio, fu sommamente frequentato da Aristotele e dai Peripatetici e da Teofrasto, e poi da quei retori che furono stimati i più eleganti e i più artificiosi. Perché poi quella partizione sia da noi maggiormente approvata sembra doversi dire, affinché non si reputi che l’abbiamo seguita a caso; e doversi dire brevemente, affinché in cose di tal sorta non ci tratteniamo più a lungo di quanto la ragione del precetto richieda.
Nobis autem commodior illa partitio videatur esse, quae in quinque partes tributa est, quam omnes ab Aristotele et
Theophrasto profecti maxime secuti sunt. nam quemadmodum illud superius genus argumen- tandi, quod per inductionem sumitur, maxime Socrates et Socratici tractarunt, sic hoc, quod per ratiocina- tionem expolitur, summe est ab Aristotele atque a Peri- pateticis et Theophrasto frequentatum, deinde a rhetoribus iis, qui elegantissimi atque artificiosis- simi putati sunt. quare autem nobis illa magis partitio probetur, dicendum videtur, ne temere secuti putemur; et breviter dicendum, ne in huiusmodi rebus diutius, quam ratio praecipiendi postulat, commoremur.
1.62 Se in una certa argomentazione basta servirsi della proposizione e non conviene aggiungere l’approvazione della proposizione, mentre in una certa argomentazione la proposizione è infirma, se non vi sia aggiunta l’approvazione, allora l’approvazione è qualcosa di separato dalla proposizione. Infatti ciò che e può essere aggiunto e separato da qualcosa, esso non può essere la medesima cosa che è quella a cui è aggiunto e da cui è separato; vi è poi una certa argomentazione in cui la proposizione non abbisogna dell’approvazione, e una certa in cui nulla vale senza l’approvazione, come mostreremo. Separata dunque è dalla proposizione l’approvazione. Si mostrerà poi ciò che abbiamo promesso, in questo modo: quella proposizione che contiene in sé qualcosa di perspicuo e che è necessario stia fermo presso tutti, volerla approvare e confermare nulla importa. Essa è di tal sorta:
Si quadam in argumentatione satis est uti pro- positione et non oportet adiungere adprobationem pro- positionis, quadam autem in argumentatione infirma est propositio, nisi adiuncta sit adprobatio, separatum est quiddam a propositione adprobatio. quod enim et adiungi et separari ab aliquo potest, id non potest idem esse, quod est id, ad quod adiungitur et a quo separatur; est autem quaedam argumentatio, in qua propositio non indiget approbationis, et quaedam, in qua nihil valet sine approbatione, ut ostendemus. sepa- rata igitur est a propositione approbatio. Ostendetur autem id, quod polliciti sumus, hoc modo: quae propo- sitio in se quiddam continet perspicuum et quod stare inter omnes necesse est, hanc velle approbare et firmare nihil attinet. ea est huiusmodi:
1.63 se, nel giorno in cui codesta strage fu fatta a
Roma, io quel giorno fui ad
Atene, non potei trovarmi presente alla strage. Poiché ciò è perspicuamente vero, nulla importa approvarlo. Perciò all’istante conviene assumere, in questo modo: fui poi ad Atene quel giorno. Se ciò non consta, abbisogna dell’approvazione; indotta la quale, segue la complessione. Vi è dunque una certa proposizione che non abbisogna dell’approvazione. Che poi ve ne sia una certa che ne abbisogni, che importa mostrarlo, ciò che a chiunque è facilmente perspicuo? Che se è così, da questo e da ciò che avevamo proposto si conclude questo, che l’approvazione è qualcosa di separato dalla proposizione. Se poi è così, è falso che l’argomentazione non sia più che di tre parti.
si, quo die ista caedes
Romae facta est, ego
Athenis eo die fui, in caede in- teresse non potui. hoc quia perspicue verum est, nihil attinet approbari. quare assumi statim oportet, hoc modo: fui autem Athenis eo die. hoc si non constat, indiget approbationis; qua inducta complexio conse- quitur. est igitur quaedam propositio, quae non indiget approbatione. nam esse quidem quandam, quae indi- geat, quid attinet ostendere, quod cuivis facile perspi- cuum est? quodsi ita est, ex hoc et ex eo, quod propo- sueramus, hoc conficitur, separatum esse quiddam a propositione approbationem. sin autem ita est, falsum est non esse plus quam tripertitam argumentationem.
1.64 In modo simile è chiaro che anche l’altra approvazione è separata dall’assunzione. Se in una certa argomentazione basta servirsi dell’assunzione e non conviene aggiungere l’approvazione all’assunzione, mentre in una certa argomentazione l’assunzione è infirma, se non vi sia aggiunta l’approvazione, allora l’approvazione è qualcosa di separato, fuori dell’assunzione. Vi è poi una certa argomentazione in cui l’assunzione non abbisogna dell’approvazione, e una certa in cui nulla vale senza l’approvazione, come mostreremo. Separata dunque è dall’assunzione l’approvazione.
Simili modo liquet alteram quoque approbationem separatam esse ab assumptione. si quadam in argu- mentatione satis est uti assumptione et non oportet adiungere approbationem assumptioni, quadam autem in argumentatione infirma est assumptio, nisi adiuncta sit approbatio, separatum quiddam est extra assump- tionem approbatio. est autem argumentatio quaedam, in qua assumptio non indiget approbationis, quaedam autem, in qua nihil valet sine approbatione, ut osten- demus. separata igitur est ab adsumptione approbatio.
1.65 Mostreremo poi ciò che abbiamo promesso, in questo modo: quell’assunzione che contiene una verità perspicua a tutti nulla abbisogna dell’approvazione. Essa è di tal sorta: se conviene voler sapere, conviene dare opera alla filosofia. Qui la proposizione abbisogna dell’approvazione; non è infatti perspicua né consta presso tutti, per ciò che molti stimano che la filosofia nulla giovi, e i più anzi che nuoccia; l’assunzione è perspicua: è infatti questa: conviene poi voler sapere. Poiché ciò per se stesso si scorge da sé e si comprende essere vero, nulla importa approvarlo. Perciò all’istante è da concludere l’argomentazione. Vi è dunque una certa assunzione che non abbisogna dell’approvazione; che poi una certa ne abbisogni è perspicuo. Separata è dunque dall’assunzione l’approvazione. È dunque falso che l’argomenta-
Ostendemus autem, quod polliciti sumus, hoc modo: quae perspicuam omnibus veritatem continet assump- tio, nihil indiget approbationis. ea est huiusmodi: si oportet velle sapere, dare operam philosophiae con- venit. hic propositio indiget approbationis; non enim perspicua est neque constat inter omnes, propterea quod multi nihil prodesse philosophiam, plerique etiam obesse arbitrantur; assumptio perspicua; est enim haec: oportet autem velle sapere. hoc quia ipsum ex se perspicitur et verum esse intellegitur, nihil attinet approbari. quare statim concludenda est argumentatio. est ergo assumptio quaedam, quae approbationis non indiget; nam quandam indigere perspicuum est. se- parata est igitur ab adsumptione approbatio. falsum ergo est non esse plus quam tripertitam argumenta-
1.66 zione non sia più che di tre parti. E da queste cose è ormai perspicuo che vi è una certa argomentazione in cui né la proposizione né l’assunzione abbisogna dell’approvazione, di tal sorta — per porre, a scopo di esempio, qualcosa di certo e breve —: se sommamente è da ricercare la saggezza, sommamente è da fuggire la stoltezza; sommamente poi è da ricercare la saggezza; sommamente dunque è da fuggire la stoltezza. Qui e la proposizione e l’assunzione è perspicua; perciò neppure l’una né l’altra abbisogna dell’approvazione. Da tutte queste cose è perspicuo che l’approvazione ora si aggiunge, ora non si aggiunge. Da ciò si riconosce che né nella proposizione né nell’assunzione è contenuta l’approvazione, ma che l’una e l’altra, poste al loro luogo, ottengono la propria forza come cosa certa e propria. Che se è così, convenientemente fecero la partizione coloro che divisero in cinque parti l’argomentazione.
tionem. Atque ex his illud iam perspicuum est, esse quandam argumentationem, in qua neque propositio neque assumptio indigeat approbationis, huiusmodi, ut certum quiddam et breve exempli causa ponamus: si summopere sapientia petenda est, summo opere stul- titia vitanda est: summo autem opere sapientia pe- tenda est: summo igitur opere stultitia vitanda est. hic et propositio et assumptio perspicua est; quare neutra quoque indiget approbatione. ex hisce om- nibus illud perspicuum est approbationem tum adiungi, tum non adiungi. ex quo cognoscitur neque in pro- positione neque in assumptione contineri approba- tionem, sed utramque suo loco positam vim suam tam- quam certam et propriam obtinere. quodsi ita est, commode partiti sunt illi, qui in quinque partes tri- buerunt argumentationem.
1.67 Cinque dunque sono le parti di quell’argomentazione che si tratta per raziocinio: la proposizione, per la quale si espone brevemente quel luogo da cui conviene che emani tutta la forza del raziocinio; l’approvazione, per la quale ciò che brevemente fu esposto, confermato con ragioni, si fa più probabile e più aperto; l’assunzione, per la quale si assume ciò che dalla proposizione concerne il mostrare; l’approvazione dell’assunzione, per la quale ciò che fu assunto si conferma con ragioni; la complessione, per la quale ciò che si conclude da tutta l’argomentazione si espone brevemente. Quell’argomentazione che ha il maggior numero di parti consta di queste cinque parti; la seconda è di quattro parti; la terza di tre parti; poi di due parti — il che è in controversia.
Quinque igitur partes sunt eius argumentationis, quae per ratiocinationem tractatur: propositio, per quam locus is breviter exponitur, ex quo vis omnis oportet emanet ratiocinationis; approbatio, per quam id, quod breviter expositum est, rationibus adfirmatum probabilius et apertius fit; assumptio, per quam id, quod ex propositione ad ostendendum pertinet, assumi- tur; assumptionis approbatio, per quam id, quod assumptum est, rationibus firmatur; complexio, per quam id, quod conficitur ex omni argumentatione, bre- viter exponitur. quae plurimas habet argumentatio partes, ea constat ex his quinque partibus; secunda est quadripertita; tertia tripertita; dein bipertita; quod in controversia est.
1.68 E anche di una sola parte può sembrare a taluno che possa consistere. Di quelle cose dunque che constano porremo esempi, di queste che sono dubbie addurremo le ragioni. L’argomentazione di cinque parti è di tal sorta: «tutte le leggi, o giudici, conviene riferirle al vantaggio della repubblica, e interpretarle secondo l’utilità comune, non secondo la scrittura che è nelle lettere. Di tale virtù infatti e saggezza furono i nostri maggiori, che nello scrivere le leggi nient’altro si proposero se non la salvezza e l’utilità della repubblica. Né infatti essi volevano scrivere ciò che nuocesse, e, se l’avessero scritto, comprendevano che, una volta inteso, la legge sarebbe stata ripudiata. Nessuno infatti vuole che le leggi siano salve a causa delle leggi, ma a causa della repubblica, perché tutti stimano che dalle leggi la repubblica si amministri ottimamente. Per la qual causa dunque conviene servare le leggi, a quella causa conviene interpretare tutti gli scritti: cioè, poiché serviamo alla repubblica, interpretiamo secondo il vantaggio e l’utilità della repubblica. Infatti, come dalla medicina nulla conviene stimare che provenga se non ciò che mira all’utilità del corpo, poiché a causa di essa fu istituita, così dalle leggi nulla conviene stimare che provenga se non ciò che giova alla repubblica, poiché a causa di essa sono state dispo-
de una quoque parte potest alicui videri posse consistere. eorum igitur, quae constant, exempla ponemus, horum, quae dubia sunt, rationes afferemus. Quinquepertita argumentatio est huiusmodi: “omnes leges, iudices, ad commodum rei publicae re- ferre oportet et eas ex utilitate communi, non ex scrip- tione, quae in litteris est, interpretari. ea enim virtute et sapientia maiores nostri fuerunt, ut in legibus scriben- dis nihil sibi aliud nisi salutem atque utilitatem rei publicae proponerent. neque enim ipsi, quod obesset, scribere volebant, et, si scripsissent, cum esset intellec- tum, repudiatum iri legem intellegebant. nemo enim leges legum causa salvas esse vult, sed rei publicae, quod ex legibus omnes rem publicam optime putant administrari. quam ob rem igitur leges servari oportet, ad eam causam scripta omnia interpretari convenit: hoc est, quoniam rei publicae servimus, ex rei publicae com- modo atque utilitate interpretemur. nam ut ex medicina nihil oportet putare proficisci, nisi quod ad corporis utilitatem spectet, quoniam eius causa est instituta, sic a legibus nihil convenit arbitrari, nisi quod rei publicae conducat, proficisci, quoniam eius causa sunt compara-
1.69 ste. Dunque anche in questo giudizio cessate di scrutinare le lettere della legge e considerate la legge, com’è giusto, secondo l’utilità della repubblica. Che vi fu di più utile, per i Tebani, che l’essere oppressi i Lacedemoni? A chi conveniva provvedere più che a Epaminonda, comandante dei Tebani, alla vittoria dei Tebani? Che cosa conveniva che costui tenesse più caro o più antico di una così grande gloria dei Tebani, di un trofeo tanto illustre e adorno? Avrebbe dovuto, dunque, tralasciato lo scritto della legge, considerare l’intenzione dello scrittore. Ma di ciò, invero, si è considerato abbastanza: che nessuna legge è scritta se non a causa della repubblica. Stimava dunque essere somma demenza interpretare ciò che era stato scritto a causa della salvezza della repubblica non secondo la salvezza della repubblica. Che se conviene riferire tutte le leggi all’utilità della repubblica, e costui giovò alla salvezza della repubblica, certamente non può con il medesimo fatto avere e provveduto alle comuni fortune e non obbedito alle leggi.»
tae. ergo in hoc quoque iudicio desinite litteras legis perscrutari et legem, ut aequum est, ex utilitate rei publicae considerate. quid magis utile fuit Thebanis quam Lacedaemonios opprimi? cui magis Epaminon- dam, Thebanorum imperatorem, quam victoriae The- banorum consulere decuit? quid hunc tanta Thebano- rum gloria, tam claro atque exornato tropaeo carius aut antiquius habere convenit? scripto videlicet legis omisso scriptoris sententiam considerare debebat. at hoc quidem satis consideratum est, nullam esse legem nisi rei publicae causa scriptam. summam igitur amen- tiam esse existimabat, quod scriptum esset rei publicae salutis causa, id non ex rei publicae salute interpretari. quodsi leges omnes ad utilitatem rei publicae referri convenit, hic autem saluti rei publicae profuit, profecto non potest eodem facto et communibus fortunis con- suluisse et legibus non optemperasse.”
1.70 L’argomentazione poi consta di quattro parti, quando o proponiamo o assumiamo senza approvazione. E ciò conviene fare quando o la proposizione si comprende da sé, o l’assunzione è perspicua e di nessuna approvazione abbisogna. Tralasciata l’approvazione della proposizione, l’argomentazione si tratta con quattro parti, a questo modo: «o giudici, voi che sotto giuramento giudicate secondo la legge, dovete obbedire alle leggi. Obbedire poi alle leggi non potete, se non seguite ciò che è scritto nella legge. Quale infatti più sicura testimonianza della propria volontà poté lasciare lo scrittore della legge, che ciò che egli stesso con grande cura e diligenza scrisse? Che se le lettere non esistessero, sommamente le ricercheremmo, affinché da esse si conoscesse la volontà dello scrittore; né tuttavia permetteremmo a Epaminonda, neppure se fosse fuori del giudizio, che egli ci interpretasse l’intenzione della legge; tanto meno ora sopporteremo che costui, quando la legge è a portata di mano, interpreti la volontà dello scrittore non da ciò che è scritto apertissimamente, ma da ciò che conviene alla sua causa. Che se voi, o giudici, dovete obbedire alle leggi, e ciò non potete fare se non seguite ciò che è scritto nella legge, perché non giudicate che costui ha fatto contro la legge?»
Quattuor autem partibus constat argumentatio, cum aut proponimus aut assumimus sine approbatione. id facere oportet, cum aut propositio ex se intellegitur aut assumptio perspicua est et nullius approbationis indiget. propositionis approbatione praeterita quattuor ex partibus argumentatio tractatur, ad hunc modum: iudices, qui ex lege iurati iudicatis, legibus optempe- rare debetis. optemperare autem legibus non potestis, nisi id, quod scriptum est in lege, sequimini. quod enim certius legis scriptor testimonium voluntatis suae re- linquere potuit, quam quod ipse magna cum cura atque diligentia scripsit? quodsi litterae non exstarent, magnopere eas requireremus, ut ex iis scriptoris vo- luntas cognosceretur; nec tamen Epaminondae per- mitteremus, ne si extra iudicium quidem esset, ut is nobis sententiam legis interpretaretur, nedum nunc istum patiamur, cum praesto lex sit, non ex eo, quod apertissime scriptum est, sed ex eo, quod suae causae convenit, scriptoris voluntatem interpretari. quodsi vos, iudices, legibus optemperare debetis et id facere non potestis, nisi id, quod scriptum est in lege, sequa- mini, quin istum contra legem fecisse iudicatis?
1.71 Tralasciata poi l’approvazione dell’assunzione, l’argomentazione si farà quadripartita così: «coloro che molte volte ci hanno ingannati per via della fede, alla loro orazione non dobbiamo prestar fede. Se infatti dalla perfidia di costoro avremo ricevuto qualche danno, nessuno vi sarà, all’infuori di noi stessi, che a diritto possiamo accusare. E la prima volta, invero, l’essere ingannati è incomodo; la seconda, stolto; la terza, turpe. I Cartaginesi poi ci hanno già ingannati spessissimo. È dunque somma demenza riporre speranza nella fede di coloro per la cui perfidia tante volte sei stato ingannato.»
assumptionis autem approbatione praeterita quadri- pertita sic fiet argumentatio: qui saepenumero nos per fidem fefellerunt, eorum orationi fidem habere non debemus. si quid enim perfidia illorum detrimenti acceperimus, nemo erit praeter nosmet ipsos, quem iure accusare possimus. ac primo quidem decipi in- commodum est; iterum, stultum; tertio, turpe. Cartha- ginienses autem persaepe iam nos fefellerunt. summa igitur amentia est in eorum fide spem habere, quorum perfidia totiens deceptus sis.
1.72 Tralasciate l’una e l’altra approvazione, si fa tripartita, a questo patto: «o conviene che temiamo i Cartaginesi, se li avremo lasciati incolumi, oppure distruggiamo la loro città. Ma temere, invero, non conviene. Resta dunque che distruggiamo la città.» Vi sono poi taluni che stimano potersi talvolta soprassedere alla complessione, quando sia perspicuo ciò che si conclude dal raziocinio; e se ciò avviene, farsi anche bipartita l’argomentazione, in questo modo: «se ha partorito, non è vergine: ha partorito poi.» Qui basta proporre e assumere: poiché ciò che si conclude è perspicuo, la cosa non abbisogna della complessione. A noi poi sembra che ogni raziocinio debba concludersi, e che quel vizio, che a costoro dispiace, debba sommamente evitarsi, di portare cioè nella complessione ciò che è perspicuo.
Utraque approbatione praeterita tripertita fit, hoc pacto: aut metuamus Carthaginienses oportet, si incolumes eos reliquerimus, aut eorum urbem diruamus. at metuere quidem non oportet. restat igitur, ut urbem diruamus. Sunt autem, qui putant nonnumquam posse com- plexione supersederi, cum id perspicuum sit, quod conficiatur ex ratiocinatione; quod si fiat, bipertitam quoque fieri argumentationem, hoc modo: si peperit, virgo non est: peperit autem. hic satis esse proponere et adsumere: quod conficiatur quoniam perspicuum sit, complexionis rem non indigere. nobis autem vi- detur et omnis ratiocinatio concludenda esse et illud vitium, quod illis displicet, magnopere vitandum, ne, quod perspicuum sit, id in complexionem inferamus.
1.73 E ciò potrà avvenire, se si comprenderanno i generi delle complessioni. Infatti o complicheremo in modo da condurre in uno la proposizione e l’assunzione, in questo modo: che se conviene riferire tutte le leggi all’utilità della repubblica, e costui giovò alla salvezza della repubblica, certamente non può con il medesimo fatto avere e provveduto alla comune salvezza e non obbedito alle leggi; oppure in modo che la sentenza si concluda dal contrario, in questo modo: è dunque somma demenza riporre speranza nella fede di coloro per la cui perfidia tante volte sei stato ingannato; oppure in modo da inferire soltanto ciò che si conclude, a questo modo: distruggiamo dunque la città; oppure in modo da inferire ciò che è necessario segua quella cosa che si conclude. Ciò è di tal sorta: se ha partorito, ha giaciuto con un uomo: ha partorito poi. Si conclude questo: ha giaciuto dunque con un uomo. Se ciò non vuoi inferire, e inferisci quel che segue: ha dunque commesso incesto, e avrai concluso l’argomentazione e avrai sfuggito la complessione perspicua.
hoc autem fieri poterit, si complexionum genera intelle- gentur. nam aut ita complectemur, ut in unum con- ducamus propositionem et assumptionem, hoc modo: quodsi leges omnes ad utilitatem rei publicae referri convenit, hic autem saluti rei publicae profuit, pro- fecto non potest eodem facto et saluti communi con- suluisse et legibus non optemperasse; aut ita, ut ex contrario sententia conficiatur, hoc modo: summa igitur amentia est in eorum fide spem habere, quorum perfidia totiens deceptus sis; aut ita, ut id solum, quod conficitur, inferatur, ad hunc modum: urbem igitur diruamus; aut, ut id, quod eam rem, quae con- ficitur, sequatur necesse est. id est huiusmodi: si peperit, cum viro concubuit: peperit autem. conficitur hoc: concubuit igitur cum viro. hoc si nolis inferre et inferas id, quod sequitur: fecit igitur incestum, et concluseris argumentationem et perspicuam fugeris complexionem.
1.74 Perciò nelle lunghe argomentazioni conviene complicare dalle conduzioni o dal contrario, nelle brevi esporre soltanto ciò che si conclude, in quelle in cui l’esito è perspicuo servirsi della consecuzione. Se taluni poi stimeranno che l’argomentazione consti anche di una sola parte, potranno dire che spesso basta fare l’argomentazione a questo modo: poiché ha partorito, ha giaciuto con un uomo; ché questo di nessuna approvazione né complessione abbisogna. Ma a noi sembra che costoro errino per l’ambiguità del nome. Infatti «argomentazione», con un solo nome, significa due cose, perché si chiama argomentazione e il trovato in qualche cosa probabile o necessario, e l’artificiosa elaborazione di tale trovato.
quare in longis argumentationibus ex conductionibus aut ex contrario complecti oportet, in brevibus id solum, quod conficitur, exponere, in iis, in quibus exitus perspicuus est, consecutione uti. Si qui autem ex una quoque parte putabunt constare argumentationem, poterunt dicere saepe satis esse hoc modo argumentationem facere: quoniam peperit, cum viro concubuit; nam hoc nullius neque approbationis neque complexionis indigere. sed nobis ambiguitate nominis videntur errare. nam argumentatio nomine uno res duas significat, ideo quod et inventum ali- quam in rem probabile aut necessarium argumentatio vocatur et eius inventi artificiosa expolitio.
1.75 Quando dunque addurranno qualcosa di tal sorta: poiché ha partorito, ha giaciuto con un uomo, addurranno il trovato, non l’elaborazione; noi poi parliamo delle parti dell’elaborazione. Nulla dunque a questa cosa apparterrà quella ragione; e con questa distinzione respingeremo anche altre cose che sembreranno opporsi a questa partizione, se taluno stimi che possa talvolta togliersi o l’assunzione o la proposizione. Le quali, se hanno qualcosa di probabile o necessario, è necessario che in qualunque modo commuovano l’ascoltatore. Che se ciò solo si guardasse e nulla importasse in qual modo si trattasse ciò che fosse stato escogitato, in nessun modo tanto si stime-
cum igitur proferent aliquid huiusmodi: quoniam peperit, cum viro concubuit, inventum proferent, non expolitionem; nos autem de expolitionis partibus loquimur. Nihil igitur ad hanc rem ratio illa pertinebit; atque hac distinctione alia quoque, quae videbuntur officere huic partitioni, propulsabimus, si quis aut assumptio- nem aliquando tolli posse putet aut propositionem. quae si quid habet probabile aut necessarium, quoquo modo commoveat auditorem necesse est. quod si so- lum spectaretur ac nihil, quo pacto tractaretur id, quod esset excogitatum, referret, nequaquam tantum inter summos oratores et mediocres interesse existi-
1.76 rebbe esservi di mezzo tra i sommi oratori e i mediocri. Variare poi l’orazione conviene sommamente; ché in tutte le cose la somiglianza è madre della sazietà. E ciò potrà avvenire, se non sempre nello stesso modo entreremo nell’argomentazione. Infatti, prima di tutto, conviene distinguere con i generi stessi, cioè ora servirsi dell’induzione, ora del raziocinio; poi, nell’argomentazione stessa, non sempre cominciare dalla proposizione, né sempre abusare di cinque parti, né elaborare le parti con la medesima ragione, ma ora cominciare dall’assunzione, ora dall’una o dall’altra approvazione, ora da entrambe, ora servirsi di questo, ora di quel genere di complessione. Affinché ciò si scorga, esercitiamo questo medesimo in un esempio qualsiasi di quelli che furono proposti, sì che è lecito sperimentare quanto sia facile a farsi.
maretur. variare autem orationem magnopere oporte- bit; nam omnibus in rebus similitudo mater est satietatis. id fieri poterit, si non similiter semper ingre- diamur in argumentationem. nam primum omnium generibus ipsis distinguere convenit, hoc est, tum in- ductione uti, tum ratiocinatione, deinde in ipsa ar- gumentatione non semper a propositione incipere nec semper quinque partibus abuti neque eadem partes ratione expolire, sed tum ab assumptione incipere, tum adprobatione alterutra, tum utraque, tum hoc, tum illo genere conplexionis uti. id ut perspiciatur, scribamus * in quolibet exemplo de iis, quae proposita sunt, hoc idem exerceamus, ut quam facile factu sit, periclitari licet.
1.77 E delle parti dell’argomentazione, invero, ci sembra essersi detto abbastanza; vogliamo però che si comprenda come noi ben sappiamo che le argomentazioni si trattano anche con altre ragioni, nella filosofia, molte e oscure, intorno alle quali è stato costituito un determinato artificio. Ma quelle cose ci sono parse aborrire dall’uso oratorio. Quelle poi che stimiamo appartenere al dire, non affermiamo di averle considerate più convenientemente degli altri; promettiamo di averle scritte più accuratamente e diligentemente. Ora, come abbiamo stabilito, procederemo con ordine alle cose restanti.
Ac de partibus quidem argumentationis satis nobis dictum videtur: illud autem volumus intellegi nos probe tenere aliis quoque rationibus tractari argumen- tationes in philosophia multis et obscuris, de quibus certum est artificium constitutum. verum illa nobis abhorrere ab usu oratorio visa sunt. quae pertinere autem ad dicendum putamus, ea nos commodius quam ceteros adtendisse non affirmamus; perquisitius et diligentius conscripsisse pollicemur. nunc, ut statui- mus, proficisci ordine ad reliqua pergemus.
1.78 La confutazione è quella per la quale, argomentando, la conferma degli avversari si dilegua o s’infirma o si attenua. Essa si servirà della medesima fonte d’invenzione di cui si serve la conferma, per ciò che dai luoghi da cui una qualche cosa può confermarsi, dai medesimi può infirmarsi. Nulla infatti è da considerare in tutte queste invenzioni se non ciò che è attribuito alle persone o ai fatti. Perciò converrà trasferire anche in questa parte dell’orazione l’invenzione e l’elaborazione delle argomentazioni da quelle cose che prima furono insegnate. Tuttavia, affinché si dia anche di questa parte qualche precetto, esporremo i modi della confutazione; e coloro che li osserveranno potranno più facilmente dileguare o infirmare ciò che sarà detto in contrario.
Reprehensio est, per quam argumentando adver- sariorum confirmatio diluitur aut infirmatur aut ele- vatur. haec fonte inventionis eodem utetur, quo utitur confirmatio, propterea quod, quibus ex locis ali- qua res confirmari potest, isdem potest ex locis in- firmari. nihil enim considerandum est in his omnibus inventionibus nisi id, quod personis aut negotiis adtributum est. quare inventionem et argumentationum expolitionem ex illis, quae ante praecepta sunt, hanc quoque in partem orationis transferri oportebit. verum- tamen, ut quaedam praeceptio detur huius quoque partis, exponemus modos reprehensionis; quos qui ob- servabunt, facilius ea, quae contra dicentur, diluere aut infirmare poterunt.
1.79 Ogni argomentazione si confuta, se o di quelle cose che sono assunte non si concede qualcuna, una o più, oppure, concesse queste, si nega che da esse si concluda la complessione, oppure se il genere stesso dell’argomentazione si mostra vizioso, oppure se contro una ferma argomentazione se ne pone un’altra del pari ferma o più ferma. Di quelle cose che si assumono qualcuna non si concede, quando o ciò che dicono credibile si nega essere di tal sorta, oppure ciò che stimano comparabile si mostra dissimile, oppure il giudicato si traduce in altra parte, oppure del tutto si riprova il giudizio, oppure ciò che gli avversari dissero essere segno si nega essere di tal sorta, oppure se la comprensione o da una o dall’una e dall’altra parte si confuta, oppure l’enumerazione si mostra falsa, oppure si dimostra che la semplice conclusione contiene qualcosa di falso. Infatti tutto ciò che si assume per argomentare, sia come probabile sia come necessario, è necessario che si assuma da questi luoghi, come prima abbiamo mostrato.
Omnis argumentatio reprehenditur, si aut ex iis, quae sumpta sunt, non conceditur aliquid unum plu- rave aut his concessis conplexio ex his confici ne- gatur, aut si genus ipsum argumentationis vitiosum ostenditur, aut si contra firmam argumentationem alia aeque firma aut firmior ponitur. Ex iis, quae sumuntur, aliquid non conceditur, cum aut id, quod credibile dicunt, negatur esse eiusmodi, aut, quod conparabile putant, dissimile ostenditur, aut iudicatum aliam in partem traducitur, aut omnino iudicium inprobatur, aut, quod signum esse adversarii dixerunt, id eiusmodi negatur esse, aut si conprehensio aut una aut ex utraque parte reprehenditur, aut enume- ratio falsa ostenditur, aut simplex conclusio falsi ali- quid continere demonstratur. nam omne, quod su- mitur ad argumentandum sive pro probabili sive pro necessario, necesse est sumatur ex his locis, ut ante ostendimus.
1.80 Ciò che sarà stato assunto come credibile s’infirmerà, se o sarà perspicuamente falso, in questo modo: non v’è alcuno che non preferisca il denaro alla saggezza; oppure se dal contrario pure avrà qualcosa di credibile, in questo modo: chi è colui che non sia più cupido del dovere che del denaro? oppure se sarà del tutto incredibile, come se taluno, che consti essere avaro, dicesse di aver trascurato una grandissima somma di denaro a causa di un dovere mediocre; oppure se ciò che in certe cose o in certi uomini accade si dice avvenire a tutti, a questo patto: a coloro che sono poveri, il denaro è più antico del dovere; nel luogo che è deserto, conviene che la strage sia stata fatta; in un luogo frequentato, come poté un uomo essere ucciso? oppure se ciò che raramente avviene si nega del tutto avvenire, come
Curione in difesa di Fulvio: nessuno può con un solo sguardo, e di passaggio, cadere in amore.
Quod pro credibili sumptum erit, id infirmabitur, si aut perspicue falsum erit, hoc modo: nemo est, quin pecuniam quam sapientiam malit; aut ex contrario quoque credibile aliquid habebit, hoc modo: quis est, qui non officii cupidior quam pecuniae sit? aut erit omnino incredibile, ut si aliquis, quem constet esse avarum, dicat alicuius mediocris officii causa se maxi- mam pecuniam neglexisse, aut si, quod in quibusdam rebus aut hominibus accidit, id omnibus dicitur usu venire, hoc pacto: qui pauperes sunt, iis antiquior of- ficio pecunia est; qui locus desertus est, in eo caedem factam esse oportet; in loco celebri homo occidi qui potuit? aut si id, quod raro fit, fieri omnino negatur, ut
Curio pro Fulvio: nemo potest uno aspectu neque praeteriens in amorem incidere.
1.81 Ciò poi che sarà assunto come segno, si infirmerà dai medesimi luoghi da cui si conferma. Infatti nel segno conviene per primo mostrare che è vero; poi che è segno proprio di quella cosa di cui si tratta, come il sangue lo è della strage; poi che è stato fatto ciò che non conveniva, o non fatto ciò che conveniva; infine che colui di cui si indaga sapeva la legge e la consuetudine di quella cosa. Ché queste cose sono attribuite al segno; le quali apriremo più diligentemente quando parleremo separatamente della stessa constitutio congetturale. Dunque ciascuna di queste cose, nella confutazione, si dimostrerà o non essere segno, o essere poco grande, o stare piuttosto dalla nostra parte che dalla parte degli avversari, o essere del tutto detta falsamente, o potersi condurre anche in altro sospetto.
Quod autem pro signo sumetur, id ex isdem locis, quibus confirmatur, infirmabitur. nam in signo primum verum esse ostendi oportet; deinde esse eius rei signum proprium, qua de agitur, ut cruorem caedis; deinde factum esse, quod non oportuerit, aut non factum, quod oportuerit; postremo scisse eum, de quo quaeritur, eius rei legem et consuetudinem. nam eae res sunt signo adtributae; quas diligentius aperiemus, cum separatim de ipsa coniecturali constitutione dicemus. ergo horum unum quodque in reprehensione aut non esse signo aut parum magno esse aut a se potius quam ab ad- versariis stare aut omnino falso dici aut in aliam quo- que suspicionem duci posse demonstrabitur.
1.82 Quando poi si addurrà qualcosa come comparabile, poiché ciò massimamente si tratta per somiglianza, nel confutare converrà negare che ciò che si confronterà sia simile a quello con cui si confronterà. E ciò potrà avvenire, se si dimostrerà che è diverso per genere, natura, forza, grandezza, tempo, luogo, persona, opinione; e se si mostrerà in qual conto convenga tenere quello che si reca per somiglianza, e in qual luogo questo a causa del quale si reca. Poi dimostreremo in che cosa una cosa differisca dall’altra: da ciò insegneremo che conviene stimare diversamente intorno a ciò che si comparerà e a ciò con cui si comparerà. Di questa facoltà massimamente abbisogniamo, quando si dovrà confutare quella stessa argomentazione che si tratta per induzione. Se poi si addurrà qualche giudicato, poiché esso massimamente si conferma da questi luoghi: dalla lode di coloro che giudicarono; dalla somiglianza di quella cosa di cui si tratta con quella cosa di cui si è giudicato; e ricordando non solo non essere stato il giudizio confutato, ma da tutti approvato; e dimostrando essere stato più difficile e maggiore a giudicarsi ciò che si reca, di ciò che incalza; converrà infirmarlo dai luoghi contrari, se la cosa o vera o verosimile lo consentirà. E sarà da osservare diligentemente che ciò che si è giudicato non sia del tutto estraneo a ciò di cui si tratta; e si deve vedere che non si rechi una cosa nella quale vi sia stato dell’offesa, sì che sembri farsi giudizio dello stesso che ha giudicato.
Cum autem pro conparabili aliquid inducetur, quon- iam id per similitudinem maxime tractatur, in repre- hendendo conveniet simile id negare esse, quod con- feretur, ei, quicum conferetur. id fieri poterit, si de- monstrabitur diversum esse genere, natura, vi, magni- tudine, tempore, loco, persona, opinione; ac si, quo in numero illud, quod per similitudinem afferetur, et quo in loco hoc, cuius causa afferetur, haberi con- veniat, ostendetur. deinde, quid res cum re differat, demonstrabimus: ex quo docebimus aliud de eo, quod comparabitur, et de eo, quicum comparabitur, existi- mare oportere. huius facultatis maxime indigemus, cum ea ipsa argumentatio, quae per inductionem trac- tatur, erit reprehendenda. Sin iudicatum aliquod inferetur, quoniam id ex his locis maxime firmatur: laude eorum, qui iudicarunt; similitudine eius rei, qua de agitur, ad eam rem, qua de iudicatum est; et commemorando non modo non esse reprehensum iudicium, sed ab omnibus adpro- batum; et demonstrando difficilius et maius fuisse ad iudicandum, quod afferatur, quam id, quod instet: ex contrariis locis, si res aut vera aut veri similis permittet, infirmari oportebit. atque erit observandum diligenter, ne nihil ad id, quo de agatur, pertineat id, quod iudica- tum sit; et videndum est, ne ea res proferatur, in qua sit offensum, ut de ipso, qui iudicarit, iudicium fieri videatur.
1.83 Conviene poi badare che, quando molte cose siano state giudicate altrimenti, non si adduca come giudicato qualcosa di isolato o di raro; ché a questo modo l’autorità del giudicato massimamente può essere infirmata. E quelle cose, invero, che si assumeranno come probabili, converrà saggiarle a questo modo. Quelle invece che si diranno come necessarie, se per avventura imiteranno soltanto l’argomentazione necessaria e non saranno di tal sorta, si confuteranno così: per primo la comprensione, la quale, qualunque parte tu abbia concesso, deve abbattere: se è vera, non sarà mai confutata; se invece è falsa, in due modi, o per conversione o con l’infirmazione dell’altra parte. Per conversione, a questo modo: «infatti se ha pudore, perché accusi colui che è onesto? Se invece possiede un animo d’indole sfrontata, perché poi accusi colui che reputa di poco conto l’esserne stato sentito?» Qui, sia che tu abbia detto che ha pudore, sia che non lo ha, costui stima che si debba concedere questo, che tu neghi doversi accusare. Il che per conversione si confuterà così: anzi, deve proprio essere accusato. Infatti, se ha pudore, accusalo: non terrà in poco conto l’esserne stato sentito. Se invece possiede un animo d’indole sfrontata, accusalo egualmente: non è infatti onesto.
oportet autem animadvertere, ne, cum aliter sint multa iudicata, solitarium aliquid aut rarum iudicatum afferatur. nam sic his rebus auctoritas iudicati maxime potest infirmari. atque ea quidem, quae quasi probabilia sumentur, ad hunc modum temptari oportebit. Quae vero sicuti necessaria dicentur, ea si forte imitabuntur modo necessariam argumentationem ne- que erunt eiusmodi, sic reprehendentur: primum con- prehensio, quae, utrum concesseris, debet tollere: si vera est, numquam reprehendetur; sin falsa, duobus modis, aut conversione aut alterius partis infirmatione conversione, hoc modo: Nam si veretur, quid eum accuses, qui est probus? Sin inverecundum animi ingenium possidet, Quid autem eum accuses, qui id parvi auditum aestimet? hic, sive vereri dixeris sive non vereri, concedendum hoc putat, ut neges esse accusandum. quod conver- sione sic reprehendetur: immo vero accusandus est. nam si veretur, accuses; non enim parvi auditum aesti- mabit. sin inverecundum animi ingenium possidet, tamen accuses; non enim probus est.
1.84 Con l’infirmazione poi dell’altra parte si confuterà a questo modo: ma se ha pudore, corretto dalla tua accusa recederà dall’errore. L’enumerazione s’intende viziosa, se o diciamo qualcosa di tralasciato, che vorremmo concedere, oppure qualcosa di infirmo annoverato fra le altre, che o si possa contraddire o non sia causa per cui non possiamo onestamente concedere. Si tralascia qualcosa in enumerazioni di tal sorta: «poiché hai codesto cavallo, è necessario o che tu l’abbia comprato, o che lo possegga per eredità, o che l’abbia ricevuto in dono, o che ti sia nato in casa, oppure, se nulla di ciò è, che tu l’abbia sottratto: se né l’hai comprato, né ti venne per eredità, né ti fu donato, né ti nacque in casa, è dunque necessario che tu l’abbia sottratto.»
alterius autem partis infirmatione hoc modo reprehendetur: verum si veretur, accusatione tua correctus ab errato recedet. Enumeratio vitiosa intellegitur, si aut praeteritum quiddam dicimus, quod velimus concedere, aut infir- mum aliquid adnumeratum, quod aut contra dici possit aut causa non sit, quare non honeste possimus concedere. praeteritur quiddam in eiusmodi enumerationi- bus: quoniam habes istum equum, aut emeris oportet aut hereditate possideas aut munere acceperis aut domi tibi natus sit aut, si eorum nihil est, subripueris ne- cesse est: si neque emisti neque hereditate venit ne- que donatus est neque domi natus est: necesse est ergo subripueris.
1.85 Questo convenientemente si confuta, se si può dire che il cavallo fu preso ai nemici, della cui preda non si vendette la parte spettante; addotto il quale fatto, s’infirma l’enumerazione, poiché si è indotto ciò che era stato tralasciato nell’enumerazione. Nell’altro modo poi si confuterà, se o si dirà qualcosa in contrario, cioè se, per esempio, per restare nel medesimo caso, si potrà mostrare che venne per eredità; oppure se quell’ultimo termine non sarà turpe a concedersi, come se taluno, avendo gli avversari detto: «o volesti tendere insidie, o assecondasti un amico, o fosti trascinato dalla cupidigia», confessi di aver assecondato un amico.
hoc commode reprehenditur, si dici possit ex hostibus equus esse captus, cuius praedae sectio non venierit; quo inlato infirmatur enumeratio, quon- iam id sit inductum, quod praeteritum sit in enume- ratione. altero autem modo reprehendetur, si aut con- tra aliquid dicetur, hoc est, si exempli causa, ut in eodem versemur, poterit ostendi hereditate venisse, aut si illud extremum non erit turpe concedere, ut si qui, cum dixerint adversarii: aut insidias facere voluisti aut amico morem gessisti aut cupiditate elatus es, amico se morem gessisse fateatur.
1.86 La conclusione semplice si confuta, se ciò che segue non sembri necessariamente coerire con ciò che ha preceduto. Infatti questa, invero: «se trae il respiro, vive», «se è giorno, c’è luce», è di tal sorta che il posteriore sembri necessariamente coerire con l’anteriore. Questa invece: «se è madre, ama», «se talvolta peccò, mai si correggerà», converrà confutarla così, che si dimostri non coerire necessariamente il posteriore con l’anteriore. Questo genere e gli altri necessari e in genere ogni argomentazione e la sua confutazione contiene una certa forza maggiore e si estende più largamente di quanto qui si espone; ma la cognizione di quell’artificio è di tal sorta che non può aggregarsi a una qualche parte di quest’arte, ma essa stessa, separatamente, abbisogna di lungo tempo e di una grande e ardua cognizione. Perciò quelle cose ci saranno spiegate in altro tempo e per altro proposito, se ve ne sarà facoltà; ora converrà che noi ci accontentiamo, per l’uso oratorio, di questi precetti dei retori. Quando dunque di quelle cose che si assumono qualcuna non si concederà, così s’infirmerà.
Simplex autem conclusio reprehenditur, si hoc, quod sequitur, non videatur necessario cum eo, quod ante- cessit, cohaerere. nam hoc quidem: Si spiritum ducit, vivit, si dies est, lucet eiusmodi est, ut cum priore necessario posterius cohaerere videatur. hoc autem: si mater est, diligit, si aliquando peccavit, numquam corrigetur sic conveniet reprehendi, ut demonstretur non necessario cum priore posterius cohaerere. hoc genus et cetera necessaria et omnino omnis argumen- tatio et eius reprehensio maiorem quandam vim con- tinet et latius patet, quam hic exponitur; sed eius artificii cognitio eiusmodi est, ut non ad huius artis partem aliquam adiungi possit, sed ipsa separatim longi temporis et magnae atque arduae cognitionis in- digeat. quare illa nobis alio tempore atque ad aliud institutum, si facultas erit, explicabuntur; nunc his praeceptionibus rhetorum ad usum oratorium conten- tos nos esse oportebit. cum igitur ex iis, quae sumentur, aliquid non concedetur, sic infirmabitur.
1.87 Quando poi, concesse queste cose, da esse non si conclude la complessione, queste cose saranno da considerare: se per avventura si concluda una cosa e se ne dica un’altra, a questo modo: se, allorché taluno dica di essere partito per l’esercito, contro di lui qualcuno voglia servirsi di questa argomentazione: «se fossi venuto all’esercito, saresti stato veduto dai tribuni militari; non sei stato poi veduto da costoro: non sei dunque partito per l’esercito.» Qui, avendo concesso la proposizione e l’assunzione, la complessione è da infirmare.
Cum autem his concessis conplexio ex his non con- ficitur, haec erunt consideranda: num aliud conficiatur, aliud dicatur, hoc modo: si, cum aliquis dicat se pro- fectum esse ad exercitum, contra eum quis velit hac uti argumentatione: si venisses ad exercitum, a tri- bunis militaribus visus esses; non es autem ab his visus: non es igitur ad exercitum profectus. hic cum concesseris propositionem et assumptionem, conplexio est infirmanda.
1.88 Si è infatti inferito qualcosa di diverso da ciò a cui si era costretti. E ora, invero, affinché la cosa si conoscesse più facilmente, abbiamo posto un esempio dotato di un vizio perspicuo e grande; ma spesso un vizio posto più oscuramente si approva come vero, quando o tu ti ricordi troppo poco di ciò che hai concesso, oppure hai concesso come certo qualcosa di ambiguo. Se avrai concesso un termine ambiguo da quella parte che tu stesso avrai inteso, e l’avversario voglia accomodare quella parte ad altra parte per via della complessione, converrà dimostrare che la complessione non si conclude da ciò che tu stesso hai concesso, ma da ciò che quello ha assunto, a questo modo: «se siete bisognosi di denaro, non avete denaro; se non avete denaro, siete poveri: ma siete bisognosi di denaro; ché altrimenti non vi dareste al commercio: siete dunque poveri.» Questo così si confuta: quando dicevi «se siete bisognosi di denaro, non avete denaro», io intendevo questo: «se per indigenza siete nella povertà, non avete denaro», e perciò concedevo; quando poi assumevi questo, «ma siete bisognosi di denaro», io accoglievo quest’altro: «ma volete avere più denaro». Da queste concessioni non si conclude questo: «siete dunque poveri»; si concluderebbe invece, se ti avessi concesso fin da principio anche questo, che chi voglia avere più denaro, quello non abbia denaro.
aliud enim, quam cogebatur, inlatum est. ac nunc quidem, quo facilius res cognosceretur, perspicuo et grandi vitio praeditum posuimus exem- plum; sed saepe obscurius positum vitium pro vero probatur, cum aut parum memineris, quid concesseris, aut ambiguum aliquid pro certo concesseris. ambiguum si concesseris ex ea parte, quam ipse intellexeris, eam partem adversarius ad aliam partem per conplexionem velit accommodare, demonstrare oportebit non ex eo, quod ipse concesseris, sed ex eo, quod ille sumpserit, confici conplexionem, ad hunc modum: si indigetis pecuniae, pecuniam non habetis; si pecuniam non habetis, pauperes estis: indigetis autem pecuniae; mer- caturae enim, ni ita esset, operam non daretis: pauperes igitur estis. hoc sic reprehenditur: cum dicebas: si indigetis pecuniae, pecuniam non habetis, hoc intelle- gebam: si propter inopiam in egestate estis, pecuniam non habetis, et idcirco concedebam; cum autem hoc sumebas: indigetis autem pecuniae, illud accipiebam: vultis autem pecuniae plus habere. ex quibus conces- sionibus non conficitur hoc: pauperes igitur estis; con- ficeretur autem, si tibi primo quoque hoc concessissem, qui pecuniam maiorem vellet habere, eum pecuniam non habere.
1.89 Spesso poi stimano che tu abbia dimenticato ciò che hai concesso, e perciò ciò che non si conclude, come se si concludesse, lo inferiscono nella conclusione, a questo modo: «se a quello veniva l’eredità, è verosimile che da lui sia stato ucciso.» Indi ciò approvano con moltissime parole. Poi assumono: «a quello poi veniva l’eredità». Indi si inferisce: «quello dunque l’uccise»; ciò che da quelle cose che avevano assunto non si conclude. Perciò conviene osservare diligentemente e ciò che si assume e ciò che da esse si conclude. Il genere stesso poi dell’argomentazione si mostrerà vizioso per queste cause, se o in sé vi sarà un vizio, oppure non sarà accomodato a ciò che si propone. E in sé vi sarà vizio, se sarà del tutto interamente falso, se comune, se volgare, se leve, se remoto, se di mala definizione, se controverso, se perspicuo, se non concesso, se turpe, se offensivo, se contrario, se in-
saepe autem oblitum putant, quid con- cesseris, et idcirco id, quod non conficitur, quasi con- ficiatur, in conclusionem infertur, hoc modo: si ad illum hereditas veniebat, veri simile est ab illo ne- catum. deinde hoc adprobant plurimis verbis. post adsumunt: ad illum autem hereditas veniebat. de- inde infertur: ille igitur occidit; id quod ex iis, quae sumpserant, non conficitur. quare observare diligenter oportet, et quid sumatur et quid ex his conficiatur. Ipsum autem genus argumentationis vitiosum his de causis ostendetur, si aut in ipso vitium erit aut non ad id, quod instituitur, accommodabitur. atque in ipso vitium erit, si omnino totum falsum erit, si commune, si vulgare, si leve, si remotum, si mala definitione, si controversum, si perspicuum, si non concessum, si turpe, si offensum, si contrarium, si in-
1.90 costante, se avversario. È falso ciò in cui perspicuamente vi è menzogna, a questo modo: «non può essere saggio colui che trascura il denaro. Socrate poi trascurava il denaro: non era dunque saggio». È comune ciò che non opera nulla più contro gli avversari che a nostro favore, a questo modo: «perciò, o giudici, poiché avevo una causa vera, brevemente perorai». È volgare ciò che si può trasferire anche ad altra cosa non probabile, se ora venga concesso, come questo: «se non avesse una causa vera, non si sarebbe affidato a voi, o giudici». È leve ciò che o si dice fuori tempo, a questo modo: «se gli fosse venuto in mente, non l’avrebbe commesso»; oppure quando si vuole coprire con una leve difesa una cosa perspicuamente turpe, a questo modo: «quando tutti ti cercavano nel regno fiorentissimo, io ti lasciai: ora mi appresto, abbandonata da tutti, con sommo pericolo, sola, a restaurarti.»
constans, si adversarium. falsum est, in quo per- spicue mendacium est, hoc modo: non potest esse sapiens, qui pecuniam neglegit. Socrates autem pecuniam neglegebat: non igitur sapiens erat. com- mune est, quod nihilo magis ab adversariis quam a nobis facit, hoc modo: idcirco, iudices, quia veram causam habebam, brevi peroravi. vulgare est, quod in aliam quoque rem non probabilem, si nunc con- cessum sit, transferri possit, ut hoc: si causam veram non haberet, vobis se, iudices, non commisisset. leve est, quod aut post tempus dicitur, hoc modo: si in mentem venisset, non commisisset; aut perspicue tur- pem rem levi tegere vult defensione, hoc modo: Cum te expetebant omnes florentissimo Regno, reliqui: nunc desertum ab omnibus Summo periclo sola ut restituam paro.
1.91 È remoto ciò che si ricerca più oltre di quanto basti, di tal sorta: «che se
Publio Scipione non avesse maritato la figlia
Cornelia a Tiberio Gracco e da lei non avesse generato i due Gracchi, non sarebbero nate sì grandi sedizioni; perciò questo malanno sembra doversi ascrivere a Scipione». Di tal sorta è anche quella querela: «così non fossero, recise dalle scuri, cadute al suolo nel bosco Pelio le travi di abete!»; ché più lungi si è risaliti di quanto la cosa richiedesse. È mala definizione, quando o descrive cose comuni, a questo modo: «sedizioso è colui che è cittadino malvagio e inutile» — ché questo non descrive la natura del sedizioso più che dell’ambizioso, del calunniatore, di un qualche uomo improbo —; oppure dice qualcosa di falso, a questo patto: «la sapienza è l’intelligenza di acquistare denaro»; oppure contiene qualcosa di non grave né grande, così: «la stoltezza è una smisurata cupidigia di gloria». Questa è bensì stoltezza, ma definita da una parte soltanto, non da ogni genere. È controverso ciò in cui, per dimostrare una cosa dubbia, si reca una causa dubbia, a questo modo: «orsù tu, gli dèi che hanno potestà del moto delle cose celesti e infere, conciliano la pace fra loro, conferiscono concordia.»
remotum est, quod ultra quam satis est petitur, huius- modi: quodsi non P. Scipio
Corneliam filiam Ti. Graccho conlocasset atque ex ea duos Gracchos pro- creasset, tantae seditiones natae non essent; quare hoc incommodum Scipioni adscribendum videtur. huius- modi est illa quoque conquestio: Utinam ne in nemore Pelio securibus Caesae accidissent abiegnae ad terram trabes! longius enim repetita est, quam res postulabat. mala definitio est, cum aut communia describit, hoc modo: seditiosus est is, qui malus atque inutilis civis — nam hoc non magis seditiosi quam ambitiosi, quam calumniatoris, quam alicuius hominis improbi vim describit—; aut falsum quiddam dicit, hoc pacto: sapientia est pecuniae quaerendae intellegentia; aut aliquid non grave nec magnum continens, sic: stul- titia est inmensa gloriae cupiditas. est haec quidem stultitia, sed ex parte quadam, non ex omni genere definita. controversum est, in quo ad dubium demon- strandum dubia causa affertur, hoc modo: Eho tu, di, quibus est potestas motus superum atque inferum, Pacem inter sese conciliant, conferunt concordiam.
1.92 È perspicuo ciò di cui non vi è controversia: come se taluno, accusando Oreste, rendesse palese che da lui fu uccisa la madre. Non è concesso, quando ciò che si amplifica è in controversia, come se taluno, accusando Ulisse, massimamente si trattenesse su questo: essere indegno che dall’uomo più ignavo fosse ucciso l’uomo fortissimo, Aiace. È turpe ciò che, o per il luogo in cui si dice, o per l’uomo che lo dice, o per il tempo in cui si dice, o per coloro che ascoltano, o per la cosa di cui si tratta, sembra indegno a cagione di una cosa disonesta. È offensivo ciò che lede la volontà di coloro che ascoltano: come se taluno, presso i cavalieri romani bramosi di giudicare
Cepione, lodasse la legge
perspicuum est, de quo non est controversia: ut si quis, cum Orestem accuset, planum faciat ab eo matrem esse occisam. non concessum est, cum id, quod au- getur, in controversia est, ut si quis, cum Ulixem ac- cuset, in hoc maxime commoretur: indignum esse ab homine ignavissimo virum fortissimum Aiacem ne- catum. turpe est, quod aut eo loco, in quo dicitur, aut eo homine, qui dicit, aut eo tempore, quo dicitur, aut iis, qui audiunt, aut ea re, qua de agitur, indignum propter inhonestam rem videtur. offensum est, quod eorum, qui audiunt, voluntatem laedit: ut, si quis apud equites Romanos cupidos iudicandi
Caepionis 1.93 giudiziaria. È contrario ciò che si dice in contrasto con quello che hanno fatto coloro che ascoltano: come se taluno, parlando presso
Alessandro il Macedone contro un qualche espugnatore di città, dicesse che nulla è più crudele che distruggere le città, quando Alessandro stesso aveva distrutto Tebe. È incostante ciò che dal medesimo, intorno alla medesima cosa, si dice in modo diverso: come se taluno, avendo detto che chi possiede la virtù non abbisogna di alcuna cosa per ben vivere, neghi poi che senza buona salute si possa ben vivere; oppure che assiste un amico per benevolenza, ma che spera che a sé pervenga qualche vantaggio.
legem iudiciariam laudet. contrarium est, quod contra dicitur atque ii, qui audiunt, fecerunt: ut si quis apud
Alexandrum Macedonem dicens contra aliquem urbis expugnatorem diceret nihil esse crudelius quam urbes diruere, cum ipse Alexander Thebas diruisset. in- constans est, quod ab eodem de eadem re diverse dicitur: ut, si qui, cum dixerit, qui virtutem habeat, eum nullius rei ad bene vivendum indigere, neget postea sine bona valetudine posse bene vivi: aut, se amico adesse propter benivolentiam, sperare autem aliquid commodi ad se perventurum.
1.94 È avversario ciò che alla causa stessa, da qualche parte, nuoce: come se taluno accrescesse la forza, le truppe e la fortuna dei nemici, mentre esorta i soldati a combattere. Se una qualche parte dell’argomentazione non sarà accomodata a ciò che si propone, si troverà in qualcuno di questi vizi: se, avendo promesso di più, dimostrerà di meno; oppure se, dovendo mostrare l’intero, parli di qualche parte, a questo modo: «il genere delle donne è avaro; infatti
Erifile vendette per oro la vita del marito»; oppure se non difenderà ciò di cui sarà accusato, come se taluno, accusato di broglio, si difenda dicendo di essere forte di mano; oppure come
Anfione presso
Euripide, e parimenti presso
Pacuvio, il quale, vituperata la musica, loda la sapienza; oppure se una cosa sarà vituperata per il vizio di un uomo, come se taluno riprenda una dottrina dai vizi di un qualche dotto; oppure se taluno, volendo lodare qualcuno, parli della sua felicità, non della sua virtù; oppure se confronterà una cosa con un’altra in modo da reputare di non lodare l’una se non avrà vituperato l’altra;
adversarium est, quod ipsi causae aliqua ex parte officit, ut si quis hostium vim et copias et felicitatem augeat, cum ad pugnandum milites adhortetur. Si non ad id, quod instituitur, accommodabitur ali- qua pars argumentationis, horum aliquo in vitio re- perietur: si plura pollicitus pauciora demonstrabit; aut si, cum totum debebit ostendere, de parte aliqua lo- quatur, hoc modo: Mulierum genus avarum est; nam
Eriphyla auro viri vitam vendidit; aut si non id, quod accusabitur, defendet, ut, si qui, cum ambitus accusa- bitur, manu se fortem esse defendet; aut ut
Amphion apud
Euripidem, item apud
Pacuvium, qui vituperata musica sapientiam laudat; aut si res ex hominis vitio vituperabitur, ut, si qui doctrinam ex alicuius docti vitiis reprehendat; aut si qui, cum aliquem volet lau- dare, de felicitate eius, non de virtute dicat; aut si rem cum re ita comparabit, ut alteram se non putet laudare, nisi alteram vituperarit;
1.95 oppure se loderà l’una in modo da non far menzione dell’altra; oppure se, quando si ricerca intorno a una cosa determinata, si imposterà il discorso su una cosa comune, come se taluno, allorché alcuni deliberano se far guerra o no, lodi del tutto la pace, e non dimostri che quella guerra è inutile; oppure se di una qualche cosa si renderà una ragione falsa, a questo modo: «il denaro è un bene, perché esso massimamente rende beata la vita»; oppure infirma, come
Plauto: «castigare un amico per una colpa meritata è opera ingrata; ma utile nella vita e proficua; perciò io oggi castigherò ben bene il mio amico per la colpa che ha meritato»; oppure la medesima ragione, a questo modo: «un male è l’avarizia; ché la cupidigia del denaro ha colpito molti con grandi danni»; oppure poco idonea, a questo modo: «sommo bene è l’amicizia; ché moltissimi diletti vi sono nell’amicizia».
aut si alteram ita lau- det, ut alterius non faciat mentionem; aut si, cum de certa re quaeretur, de communi instituetur oratio, ut, si quis, cum aliqui deliberent, bellum gerant an non, pacem laudet omnino, non illud bellum inutile esse demonstret; aut si ratio alicuius rei reddetur falsa, hoc modo: pecunia bonum est, propterea quod ea maxime vitam beatam efficiat; aut infirma, ut
Plautus: Amicum castigare ob meritam noxiam, Immune est facinus; verum in aetate utile Et conducibile; nam ego amicum hodie meum Concastigabo pro commerita noxia; aut eadem, hoc modo: malum est avaritia; multos enim magnis incommodis affecit pecuniae cupiditas; aut parum idonea, hoc modo: maximum bonum est amicitia; plurimae enim delectationes sunt in amicitia.
1.96 Il quarto modo era quello della confutazione, per il quale contro una ferma argomentazione se ne pone una del pari ferma o più ferma. Questo genere si tratterà massimamente nelle deliberazioni, quando concediamo che qualcosa di ciò che si dice in contrario sia equo, ma dimostriamo che ciò che noi difendiamo è necessario; oppure quando confessiamo che ciò che quelli difendono è utile, e dimostriamo che ciò che noi diciamo è onesto. E intorno alla confutazione abbiamo stimato doversi dire queste cose. Di seguito ora porremo intorno alla conclusione.
Quartus modus erat reprehensionis, per quem contra firmam argumentationem aeque firma aut firmior po- nitur. hoc genus in deliberationibus maxime versa- bitur, cum aliquid, quod contra dicatur, aequum esse concedimus, sed id, quod nos defendimus, necessarium esse demonstramus; aut cum id, quod illi defendant, utile esse fateamur, quod nos dicamus, honestum esse demonstremus. Ac de reprehensione haec quidem existimavimus esse dicenda. deinceps nunc de conclusione ponemus.
1.97 Ermagora pone poi la digressione, e quindi, da ultimo, la conclusione. In questa digressione poi egli stima doversi inserire un certo discorso rimosso dalla causa e dalla giudicazione stessa, il quale o contenga la lode di sé o il vituperio dell’avversario, oppure deduca in altra causa, dalla quale tragga qualche conferma o confutazione, non argomentando, ma accrescendo per via di una certa amplificazione. Se taluno stimerà che questa sia una parte del discorso, gli sarà lecito seguirlo. Ché i precetti e dell’accrescere e del lodare e del vituperare in parte sono stati da noi dati, in parte si daranno al loro luogo. A noi però non è parso doversi riporre questa parte nel novero, perché ci dispiace digredire dalla causa se non per via di un luogo comune: del qual genere è da dire più innanzi. Le lodi poi e i vituperi non ci pare doversi trattare separatamente, ma esser implicati nelle argomentazioni stesse. Ora diremo della conclusione.
Hermagoras digressionem deinde, tum postremam conclusionem ponit. in hac autem digressione ille putat oportere quandam inferri orationem a causa atque a iudicatione ipsa remotam, quae aut sui laudem aut ad- versarii vituperationem contineat aut in aliam causam deducat, ex qua conficiat aliquid confirmationis aut re- prehensionis, non argumentando, sed augendo per quandam amplificationem. hanc si qui partem putabit esse orationis, sequatur licebit. nam et augendi et laudandi et vituperandi praecepta a nobis partim data sunt, partim suo loco dabuntur. nobis autem non placuit hanc partem in numerum reponi, quod de causa digredi nisi per locum communem displicet: quo de genere posterius est dicendum. laudes autem et vituperationes non separatim placet tractari, sed in ipsis argumentationibus esse inplicatas. Nunc de conclusione dicemus.
1.98 La conclusione è l’uscita e la determinazione di tutto il discorso. Essa ha tre parti: l’enumerazione, l’indignazione, la conquestione. L’enumerazione è quella per la quale le cose dette in modo sparso e diffuso si raccolgono in un sol luogo e, a scopo di rammemorazione, si sottopongono a un solo sguardo. Questa, se sempre si tratterà nel medesimo modo, da tutti perspicuamente s’intenderà essere trattata con un certo artificio; se invece si farà in modo vario, potrà evitare e questo sospetto e la sazietà. Perciò converrà ora fare come i più fanno per la facilità, toccare singolarmente ciascuna cosa e così scorrere brevemente tutte le argomentazioni; ora poi, ciò che è più difficile, dire quali parti tu abbia esposto nella partizione, intorno alle quali ti sia promesso di parlare, e ridurre in memoria con quali ragioni tu abbia confermato ciascuna parte; ora chiedere a coloro che ascoltano che cosa sia ciò che debbano volersi visto dimostrare, a questo modo: «quello abbiamo insegnato, quello abbiamo reso palese». Così a un tempo e all’ascoltatore tornerà in memoria e questi stimerà che nulla vi sia inoltre che debba desiderare.
Conclusio est exitus et determinatio totius orationis. haec habet partes tres: enumerationem, indignationem, conquestionem. Enumeratio est, per quam res disperse et diffuse dictae unum in locum coguntur et reminiscendi causa unum sub aspectum subiciuntur. haec si semper eodem modo tractabitur, perspicue ab omnibus artificio quo- dam tractari intellegetur; sin varie fiet, et hanc suspi- cionem et satietatem vitare poterit. quare tum oporte- bit ita facere, ut plerique faciunt propter facilitatem, singillatim unam quamque rem adtingere et ita omnes transire breviter argumentationes; tum autem, id quod difficilius est, dicere, quas partes exposueris in par- titione, de quibus te pollicitus sis dicturum, et reducere in memoriam, quibus rationibus unam quamque partem confirmaris; tum ab iis, qui audiunt, quaerere, quid sit, quod sibi velle debeant demonstrari, hoc modo: illud docuimus, illud planum fecimus. ita simul et in memoriam redibit auditor et putabit nihil esse praeterea, quod debeat desiderare.
1.99 E in questi generi, come prima si è detto, ora scorrere separatamente le tue argomentazioni, ora, ciò che è più artificioso, congiungere alle tue le contrarie; e, detta la tua argomentazione, mostrare poi in qual modo tu abbia dileguato ciò che si adduceva contro di essa. Così, per via di un breve confronto, la memoria dell’ascoltatore e intorno alla conferma e intorno alla confutazione si rinnoverà. E queste cose converrà variarle anche con altri modi d’azione. Ché ora potresti enumerare dalla tua persona, sì da ammonire che cosa e in qual luogo tu abbia detto ciascuna cosa; ora invece introdurre una persona o una qualche cosa e attribuirle tutta l’enumerazione. Una persona, a questo modo: «infatti, se lo scrittore della legge sorgesse e così vi chiedesse di che dubitiate: che cosa potreste dire, quando vi è stato dimostrato questo e questo?» E qui, parimenti come nella nostra persona, sarà lecito ora scorrere singolarmente tutte le argomentazioni, ora riferirle ai singoli generi della partizione, ora chiedere all’ascoltatore che cosa desideri, ora fare queste cose per via del confronto delle proprie argomentazioni e delle contrarie.
atque in his ge- neribus, ut ante dictum est, tum tuas argumentationes transire separatim, tum, id quod artificiosius est, cum tuis contrarias coniungere; et cum tuam dixeris argu- mentationem, tum, contra eam quod adferretur, quem- admodum dilueris, ostendere. ita per brevem conpara- tionem auditoris memoria et de confirmatione et de reprehensione redintegrabitur. atque haec aliis actionis quoque modis variare oportebit. nam tum ex tua per- sona enumerare possis, ut, quid et quo quidque loco dixeris, admoneas; tum vero personam aut rem ali- quam inducere et enumerationem ei totam attribuere. personam hoc modo: nam si legis scriptor exsistat et quaerat sic id a vobis, quid dubitetis: quid possitis dicere, cum vobis hoc et hoc sit demonstratum? atque hic, item ut in nostra persona, licebit alias singillatim transire omnes argumentationes, alias ad partitionis singula genera referre, alias ab auditore, quid desideret, quaerere, alias haec facere per comparationem suarum et contrariarum argumentationum.
1.100 Una cosa poi si introdurrà, se a una qualche cosa di tal sorta — una legge, un luogo, una città, un monumento — si attribuirà il discorso per via dell’enumerazione, a questo modo: «che? Se le leggi potessero parlare, non si lamenterebbero presso di voi a questo modo: che cosa mai più desiderate, o giudici, quando vi è stato reso palese questo e questo?» Anche in questo genere sarà lecito servirsi di tutti i medesimi modi. Si dà poi questo precetto comune intorno all’enumerazione: che da ciascuna argomentazione, poiché tutta non si può ridire, si scelga ciò che sarà più grave, e ciascuna cosa si scorra il più brevemente possibile, sì che sembri rinnovata la memoria, non il discorso. L’indignazione è un discorso per il quale si fa sì che contro qualche uomo si concìti un grande odio o contro una cosa una grave avversione. In questo genere vogliamo per primo s’intenda che da tutti quei luoghi che abbiamo posto nel precetto del confermare si può trattare l’indignazione. Ché da quelle cose che sono attribuite alle persone o ai fatti possono nascere qualsivoglia amplificazioni e indignazioni; ma tuttavia quelle cose che separatamente intorno all’indignazione si possono insegnare, conside-
res autem inducetur, si alicui rei huiusmodi, legi, loco, urbi, mo- numento oratio attribuetur per enumerationem, hoc modo: quid? si leges loqui possent, nonne haec apud vos quererentur: quidnam amplius desideratis, iudi- ces, cum vobis hoc et hoc planum factum sit? in hoc quoque genere omnibus isdem modis uti licebit. com- mune autem praeceptum hoc datur ad enumerationem, ut ex una quaque argumentatione, quoniam tota iterum dici non potest, id eligatur, quod erit gravissimum, et unum quidque quam brevissime transeatur, ut me- moria, non oratio renovata videatur. Indignatio est oratio, per quam conficitur, ut in aliquem hominem magnum odium aut in rem gravis offensio concitetur. in hoc genere illud primum in- tellegi volumus, posse omnibus ex locis iis, quos in confirmandi praeceptione posuimus, tractari indigna- tionem. nam ex iis rebus, quae personis aut quae negotiis sunt attributae, quaevis amplificationes et indignationes nasci possunt, sed tamen ea, quae se- paratim de indignatione praecipi possunt, considere-
1.101 riamole. Il primo luogo si prende dall’autorità, quando commemoriamo quanta cura di quella cosa ebbero coloro la cui autorità deve essere gravissima: gli dèi immortali, qual luogo si prenderà dalle sorti, dagli oracoli, dai vati, dai prodigi, dai portenti, dai responsi e da simili cose; parimenti i nostri maggiori, i re, le città, le genti, gli uomini sapientissimi, il senato, il popolo, gli scrittori delle leggi. Il secondo luogo è quello per il quale si mostra, con amplificazione, per via dell’indignazione, a chi quella cosa concerna: o a tutti o alla maggior parte, il che è atrocissimo; o ai superiori, quali sono coloro dalla cui autorità si prende l’indignazione, il che è indegnissimo; o a quelli pari per animo, per fortuna, per corpo, il che è iniquissimo; o agli inferiori, il che è superbissimo. Il terzo luogo è quello per il quale ricerchiamo che cosa mai avverrebbe, se i rimanenti facessero il medesimo; e a un tempo mostriamo che, se a costui ciò venisse concesso, molti emuli della medesima audacia vi sarebbero;
mus. primus locus sumitur ab auctoritate, cum com- memoramus, quantae curae res ea fuerit iis, quorum auctoritas gravissima debeat esse: diis inmortalibus, qui locus sumetur ex sortibus, ex oraculis, vatibus, ostentis, prodigiis, responsis, similibus rebus; item maioribus nostris, regibus, civitatibus, gentibus, hominibus sapientissimis, senatui, populo, legum scripto- ribus. secundus locus est, per quem, illa res ad quos pertineat, cum amplificatione per indignationem osten- ditur, aut ad omnes aut ad maiorem partem, quod atrocissimum est; aut ad superiores, quales sunt ii, quorum ex auctoritate indignatio sumitur, quod in- dignissimum est; aut ad pares animo, fortuna, cor- pore, quod iniquissimum est; aut ad inferiores, quod superbissimum est. tertius locus est, per quem quae- rimus, quidnam sit eventurum, si idem ceteri faciant; et simul ostendimus, huic si concessum sit, multos aemulos eiusdem audaciae futuros;
1.102 da ciò dimostreremo qual male avverrebbe. Il quarto luogo è quello per il quale dimostriamo che molti, pieni d’ansia, aspettano che cosa si stabilisca, sì che da ciò che a uno solo sia concesso possano comprendere che cosa sia lecito anche a loro intorno a una tal cosa. Il quinto luogo è quello per il quale mostriamo che le altre cose stabilite a torto, conosciuta la verità, possono mutarsi e correggersi; ma che questa è una cosa che, se una volta sia giudicata, né con altro giudizio può mutarsi né con alcuna potestà correggersi. Il sesto luogo è quello per il quale si dimostra che la cosa fu fatta a bella posta e di proposito, e vi si aggiunge che a un maleficio volontario non conviene dar venia, mentre talora conviene concedere qualcosa all’imprudenza. Il settimo luogo è quello per il quale ci indigniamo perché diciamo essersi fatto un fatto tetro, crudele, nefario, tirannico, per via della forza,
ex quo, quid mali sit eventurum, demonstrabimus. quartus locus est, per quem demonstramus multos alacres exspectare, quid statuatur, ut ex eo, quod uni concessum sit, sibi quo- que tali de re quid liceat, intellegere possint. quintus locus est, per quem ostendimus ceteras res perperam constitutas intellecta veritate commutatas corrigi posse; hanc esse rem, quae si sit semel iudicata, ne- que alio commutari iudicio neque ulla potestate cor- rigi possit. sextus locus est, per quem consulto et de industria factum demonstratur et illud adiungitur, vo- luntario maleficio veniam dari non oportere, inpru- dentiae concedi nonnumquam convenire. septimus lo- cus est, per quem indignamur, quod taetrum, crudele, nefarium, tyrannicum factum esse dicamus per vim
1.103 della violenza, della ricchezza; cosa lontanissima dalle leggi e da un equanime diritto. L’ottavo luogo è quello per il quale dimostriamo che non è cosa volgare né usitata, neppure presso gli uomini più audaci, quel maleficio di cui si tratta; e che esso è rimosso anche dagli uomini feroci e dalle genti barbare e dalle immani belve. Queste saranno le cose che si diranno crudelmente fatte contro i genitori, i figli, i coniugi, i consanguinei, i supplici, e di seguito, se qualcosa si reca, contro coloro che sono più grandi d’età, contro gli ospiti, i vicini, gli amici, coloro con cui hai trascorso la vita, coloro presso i quali sei stato allevato, coloro dai quali sei stato educato, contro i morti, i miseri e degni di misericordia, contro gli uomini illustri, nobili e onorati, contro coloro che né poterono ledere altri né difendere se stessi, come fanciulli, vecchi, donne; da tutte le quali cose un’indignazione acremente eccitata potrà commuovere sommo odio contro colui che avrà violato qualcuna di queste cose.
manum opulentiam; quae res ab legibus et ab aequabili iure remotissima sit. octavus locus est, per quem de- monstramus non vulgare neque factitatum esse ne ab audacissimis quidem hominibus id maleficium, de quo agatur; atque id a feris quoque hominibus et a bar- baris gentibus et inmanibus bestiis esse remotum. haec erunt, quae in parentes, liberos, coniuges, consangui- neos, supplices crudeliter facta dicentur, et deinceps si qua proferantur in maiores natu, in hospites, in vicinos, in amicos, in eos, quibuscum vitam egeris, in eos, apud quos educatus sis, in eos, ab quibus eruditus, in mortuos, in miseros et misericordia dignos, in ho- mines claros, nobiles et honore usos, in eos, qui neque laedere alium nec se defendere potuerunt, ut in pueros, senes, mulieres; quibus ex omnibus acriter excitata in- dignatio summum in eum, qui violarit horum aliquid,
1.104 Il nono luogo è quello per il quale con altri peccati, che consta essere peccati, si paragona questo di cui è la questione, e così, per via del contrasto, si mostra quanto più atroce e più indegno sia quello di cui si tratta. Il decimo luogo è quello per il quale tutte le cose che furono compiute nel commettere il fatto, e quelle che dopo il fatto ne seguirono, le raccogliamo con l’indignazione e la criminazione di ciascuna, e poniamo la cosa con le parole quanto più possibile dinanzi agli occhi di colui presso il quale si parla, sì che ciò che è indegno gli sembri indegno proprio come se egli stesso vi fosse intervenuto e presente l’avesse veduto. L’undicesimo luogo è quello per il quale mostriamo essere stato fatto da colui dal quale meno conveniva, e dal quale, se altri lo facesse, sarebbe convenuto fosse impedito. Il dodicesimo luogo è quello per il quale ci indigniamo perché questo è capitato a noi per primi e non venne mai in uso ad alcuno.
odium commovere poterit. nonus locus est, per quem cum aliis peccatis, quae constat esse peccata, hoc quo de quaestio est, conparatur, et ita per contentionem, quanto atrocius et indignius sit illud, de quo agitur, ostenditur. decimus locus est, per quem omnia, quae in negotio gerundo acta sunt quaeque post negotium consecuta sunt, cum unius cuiusque indignatione et criminatione colligimus et rem verbis quam maxime ante oculos eius, apud quem dicitur, ponimus, ut id, quod indignum est, proinde illi videatur indignum, ac si ipse interfuerit ac praesens viderit. undecimus locus est, per quem ostendimus ab eo factum, a quo minime oportuerit, et a quo, si alius faceret, prohiberi con- venerit. duodecimus locus est, per quem indignamur, quod nobis hoc primis acciderit neque alicui umquam usu venerit.
1.105 Il tredicesimo luogo è quello, se si dimostra all’ingiuria congiunta la contumelia, per il quale luogo si concita l’odio contro la superbia e l’arroganza. Il quattordicesimo luogo è quello per il quale chiediamo a coloro che ascoltano che riferiscano le nostre ingiurie alle proprie cose: se la cosa concernerà fanciulli, pensino ai propri figli; se donne, alle proprie mogli; se vecchi, ai propri padri o genitori. Il quindicesimo luogo è quello per il quale diciamo che anche ai nemici e agli avversari le cose che ci sono capitate sogliono sembrare indegne. E l’indignazione, invero, da questi luoghi pressappoco si prenderà nel modo più grave.
tertius decimus locus est, si cum iniuria contumelia iuncta demonstratur, per quem locum in superbiam et arrogantiam odium concitatur. quartus decimus locus est, per quem petimus ab iis, qui audiunt, ut ad suas res nostras iniurias referant; si ad pueros pertinebit, de liberis suis cogitent; si ad mulieres, de uxoribus; si ad senes, de patribus aut parentibus. quintus decimus locus est, per quem dicimus inimicis quoque et hostibus ea, quae nobis acciderint, indigna videri solere. Et indignatio quidem his fere de locis gravissime sumetur.
1.106 Le parti poi della conquestione converrà cercarle da cose di tal sorta. La conquestione è un discorso che cattura la misericordia degli ascoltatori. In essa per primo conviene rendere l’animo dell’ascoltatore mite e misericordioso, sì che più facilmente possa essere commosso dalla conquestione. Ciò converrà ottenerlo con luoghi comuni, per i quali si mostra la forza della fortuna su tutti e la debolezza degli uomini; tenuto il qual discorso gravemente e sentenziosamente, massimamente si abbatte l’animo degli uomini e si dispone alla misericordia, quando nel male altrui considererà la propria debolezza.
conquestionis autem huiusmodi de rebus partes petere oportebit. Conquestio est oratio auditorum misericordiam cap- tans. in hac primum animum auditoris mitem et misericordem conficere oportet, quo facilius conque- stione commoveri possit. id locis communibus efficere oportebit, per quos fortunae vis in omnes et hominum infirmitas ostenditur; qua oratione habita graviter et sententiose maxime demittitur animus hominum et ad misericordiam conparatur, cum in alieno malo suam infirmitatem considerabit.
1.107 Indi il primo luogo della misericordia è quello per il quale si mostra in quali beni siano stati e in quali mali ora siano. Il secondo, che si attribuisce ai tempi, per il quale si dimostra in quali mali siano stati e siano e saranno. Il terzo, per il quale si deplora ciascun incomodo, come, nella morte di un figlio, il diletto della fanciullezza, l’amore, la speranza, il conforto, l’educazione, e, se qualcosa di simile in un qualsivoglia genere d’incomodo si potrà dire per via della conquestione. Il quarto, per il quale si recheranno cose turpi, umili e illiberali, e cose indegne dell’età, della stirpe, della fortuna anteriore, dell’onore, dei benefici, che hanno patito o patiranno. Il quinto, per il quale si pongono dinanzi agli occhi singolarmente tutti gli incomodi, sì che colui che ascolta sembri vedere e anche per la cosa stessa, quasi vi assista, non con le parole soltanto sia condotto alla miseri-
deinde primus locus est misericordiae, per quem, quibus in bonis fuerint et nunc per quem quibus in malis sint, ostenditur. se- cundus, qui in tempora tribuitur, per quem, quibus in malis fuerint et sint et futuri sint, demonstratur. ter- tius, per quem unum quodque deploratur incom- modum, ut in morte filii pueritiae delectatio, amor, spes, solatium, educatio et, si qua simili in genere quo- libet de incommodo per conquestionem dici poterunt. quartus, per quem res turpes et humiles et inliberales proferentur et indigna aetate, genere, fortuna pristina, honore, beneficiis, quae passi perpessurive sint. quin- tus, per quem omnia ante oculos singillatim incom- moda ponuntur, ut videatur is, qui audit, videre et re quoque ipsa, quasi assit, non verbis solum ad miseri-
1.108 cordia. Il sesto, per il quale si dimostra che si è nelle miserie contro ogni speranza, e che, mentre si aspettava qualcosa, non solo non lo si è ottenuto, ma si è incorsi nelle somme miserie. Il settimo, per il quale rivolgiamo a coloro stessi che ascoltano una causa simile e chiediamo che, vedendoci, si ricordino dei propri figli o genitori o di qualcuno che a loro debba esser caro. L’ottavo, per il quale si dice essersi fatto qualcosa che non conveniva, o non fatto ciò che conveniva, a questo modo: «non fui presente, non vidi, non udii la sua ultima voce, non raccolsi il suo estremo respiro». Parimenti: «morì fra le mani dei nemici, giacque turpemente insepolto in terra ostile, a lungo straziato dalle fiere, mancò nella morte anche del comune onore».
cordiam ducatur. sextus, per quem praeter spem in miseriis demonstratur esse, et, cum aliquid exspectaret, non modo id non adeptus esse, sed in summas miserias incidisse. septimus, per quem ad ipsos, qui audiunt, similem in causam convertimus et petimus, ut de suis liberis aut parentibus aut aliquo, qui illis carus debeat esse, nos cum videant, recordentur. octavus, per quem aliquid dicitur esse factum, quod non oportuerit, aut non factum, quod oportuerit, hoc modo: non affui, non vidi, non postremam vocem eius audivi, non extremum spiritum eius excepi. item: inimicorum in manibus mortuus est, hostili in terra turpiter iacuit insepultus, a feris diu vexatus, communi quoque honore in morte caruit.
1.109 Il nono, per il quale il discorso si riferisce a cose mute e prive d’animo, come se a un cavallo, a una casa, a una veste accomodi il sermone di qualcuno, dalle quali cose l’animo di coloro che ascoltano e che hanno amato qualcuno vivamente si commuove. Il decimo, per il quale si dimostra l’indigenza, la debolezza, la solitudine. L’undicesimo, per il quale si fa la raccomandazione dei figli o dei genitori o del proprio corpo da seppellire, o di qualche cosa di tal sorta. Il dodicesimo, per il quale si deplora la disgiunzione da qualcuno, quando sei separato da colui con cui vivesti volentierissimo, come da un genitore un figlio, da un fratello un familiare. Il tredicesimo, per il quale con indignazione ci lamentiamo perché siamo maltrattati da coloro da cui meno converrebbe: congiunti, amici, ai quali abbiamo fatto del bene, che avevamo stimato sarebbero stati nostri aiutanti, oppure da coloro da cui è indegno, come servi, liberti, clienti, supplici. Il quattordicesimo, che si prende per via dell’obsecrazione; nel quale si pregano soltanto coloro che ascoltano, con un discorso umile e supplice, di aver misericordia. Il quindicesimo, per il quale dimostriamo di lamentarci non delle nostre fortune, ma di quelle di coloro che ci debbono esser cari. Il sedicesimo, per il quale mostriamo il nostro animo essere misericordioso verso gli altri, e tuttavia dimostriamo che esso è e sarà ampio ed eccelso e paziente degli incomodi, se qualcosa accadrà. Ché spesso la virtù e la magnificenza, in cui vi è gravità e autorità, giova più a commuovere la misericordia che l’umiltà e l’obsecrazione. Commossi poi gli animi, non converrà trattenersi più a lungo nella conquestione. Come infatti disse il
retore Apollonio, nulla più presto della lacrima si dissecca. Ma poiché, come ci sembra, abbastanza abbiamo detto di tutte le parti del discorso, e la mole di questo volume si è spinta troppo lungi, le cose che seguono di seguito le diremo nel secondo libro.
nonus, per quem oratio ad mutas et expertes animi res referetur, ut si ad equum, domum, vestem sermonem alicuius accommodes, quibus animus eorum, qui audiunt et aliquem dilexerunt, vehementer com- movetur. decimus, per quem inopia, infirmitas, soli- tudo demonstratur. undecimus, per quem liberorum aut parentum aut sui corporis sepeliundi aut alicuius eiusmodi rei commendatio fit. duodecimus, per quem disiunctio deploratur ab aliquo, cum diducaris ab eo, quicum libentissime vixeris, ut a parente filio, a fratre familiari. tertius decimus, per quem cum indignatione conquerimur, quod ab iis, a quibus minime conveniat, male tractemur, propinquis, amicis, quibus benigne fecerimus, quos adiutores fore putarimus, aut a qui- bis indignum est, ut servis, libertis, clientibus, sup- plicibus. quartus decimus, qui per obsecrationem sumitur; in quo orantur modo illi, qui audiunt, hu- mili et supplici oratione, ut misereantur. quintus de- cimus, per quem non nostras, sed eorum, qui cari nobis debent esse, fortunas conqueri nos demonstra- mus. sextus decimus, per quem animum nostrum in alios misericordem esse ostendimus et tamen amplum et excelsum et patientem incommodorum esse et fu- turum esse, si quid acciderit, demonstramus. nam saepe virtus et magnificentia, in quo gravitas et auctoritas est, plus proficit ad misericordiam commo- vendam quam humilitas et obsecratio. commotis au- tem animis diutius in conquestione morari non opor- tebit. quemadmodum enim dixit
rhetor Apollonius, lacrima nihil citius arescit. Sed quoniam satis, ut videmur, de omnibus orationis partibus diximus et huius voluminis magnitudo lon- gius processit, quae sequuntur deinceps, in secundo libro dicemus.
2.1 I
Crotoniati, un tempo, mentre fiorivano per ogni sorta di ricchezze ed erano annoverati tra i primi e i più beati d’Italia, vollero arricchire di egregie pitture il tempio di
Giunone, che con somma religione veneravano. E così assoldarono a gran prezzo
Zeusi di Eraclea, il quale allora si stimava di gran lunga eccellere su tutti gli altri pittori. Egli dipinse e parecchie altre tavole, una parte non piccola delle quali rimase fino alla nostra memoria a cagione della religione del santuario, e disse di voler dipingere il simulacro di
Elena, affinché un’immagine muta racchiudesse in sé l’eccellente bellezza della forma femminile. Il che i Crotoniati, avendo spesso udito che egli nel dipingere il corpo femminile superava di gran lunga tutti gli altri, udirono volentieri. Stimarono infatti che, se in quel genere in cui massimamente valeva si fosse a fondo adoperato, avrebbe lasciato per loro in quel santuario un’opera egregia.
Crotoniatae quondam, cum florerent omnibus copiis et in Italia cum primis beati numerarentur, templum
Iunonis, quod religiosissime colebant, egregiis picturis locupletare voluerunt. itaque
Heracleoten Zeuxin, qui tum longe ceteris excellere pictoribus existimabatur, magno pretio conductum adhibuerunt. is et ceteras conplures tabulas pinxit, quarum nonnulla pars us- que ad nostram memoriam propter fani religionem remansit, et, ut excellentem muliebris formae pulchri- tudinem muta in se imago contineret,
Helenae pingere simulacrum velle dixit; quod Crotoniatae, qui eum mu- liebri in corpore pingendo plurimum aliis praestare saepe accepissent, libenter audierunt. putaverunt enim, si, quo in genere plurimum posset, in eo magno opere elaborasset, egregium sibi opus illo in fano relicturum.
2.2 Né allora quella opinione li ingannò. Ché Zeusi sul momento chiese loro quali vergini formose avessero. Quelli senza indugio condussero l’uomo nella palestra e gli mostrarono molti fanciulli dotati di gran dignità. E in verità i Crotoniati in un certo tempo di molto antistarono a tutti per le forze e le dignità dei corpi, e riportarono a casa con somma lode onestissime vittorie dalle gare ginniche. Mentre dunque costui grandemente ammirava le forme e i corpi dei fanciulli, gli dissero quelli: «Le sorelle di questi sono presso di noi vergini; perciò di qual dignità esse siano, lo puoi argomentare da questi.» «Presentatemi dunque, ve ne prego» disse «di codeste vergini le più formose, mentre dipingo ciò che vi ho promesso, sì che dal modello vivente la verità si trasferisca nel simulacro muto.»
neque tum eos illa opinio fefellit. nam Zeuxis ilico quaesivit ab iis, quasnam virgines formosas haberent. illi autem statim hominem deduxerunt in palaestram atque ei pueros ostenderunt multos, magna praeditos dignitate. etenim quodam tempore Crotoniatae multum omnibus corporum viribus et dignitatibus antisteterunt atque honestissimas ex gymnico certamine victorias domum cum laude maxima rettulerunt. cum puerorum igitur formas et corpora magno hic opere miraretur: Horum, inquiunt illi, sorores sunt apud nos virgines. quare, qua sint illae dignitate, potes ex his suspicari. Praebete igitur mihi, quaeso, inquit, ex istis virgini- bus formonsissimas, dum pingo id, quod pollicitus sum vobis, ut mutum in simulacrum ex animali exemplo veritas transferatur.
2.3 Allora i Crotoniati per pubblica deliberazione raccolsero le vergini in un solo luogo e diedero al pittore la facoltà di scegliere quale volesse. Egli poi ne scelse cinque, i cui nomi molti poeti tramandarono alla memoria, poiché erano state approvate dal giudizio di colui che del bello doveva avere il più verace giudizio. Né infatti stimò di poter rinvenire in un sol corpo tutto ciò che cercava ai fini della venustà, per la ragione che la natura nulla ha rifinito di perfetto in ogni sua parte entro un solo genere. E così, quasi non avesse da largire alle altre se non concedesse tutto a una sola, dona all’una un vantaggio e all’altra un altro, aggiungendo sempre qualche incomodo.
tum Crotoniatae publico de con- silio virgines unum in locum conduxerunt et pictori quam vellet eligendi potestatem dederunt. ille autem quinque delegit; quarum nomina multi poe+tae memo- riae prodiderunt, quod eius essent iudicio probatae, qui pulchritudinis habere verissimum iudicium de- buisset. neque enim putavit omnia, quae quaereret ad venustatem, uno se in corpore reperire posse ideo, quod nihil simplici in genere omnibus ex partibus per- fectum natura expolivit. itaque, tamquam ceteris non sit habitura quod largiatur, si uni cuncta concesserit, aliud alii commodi aliquo adiuncto incommodo mu- neratur.
2.4 Poiché dunque anche a noi accadde di voler descrivere l’arte del dire, non ci siamo proposti un solo modello, di cui tutte le parti, in qualunque genere fossero, ci paressero da riprodurre necessariamente; ma, raccolti in un solo luogo tutti gli scrittori, abbiamo tratto da ciascuno ciò che ci pareva insegnasse nel modo più conveniente, e dai vari ingegni abbiamo libato quanto vi era di più eccellente. Di coloro infatti che sono degni di nome e di memoria, nessuno ci pareva dicesse né nulla in modo ottimo né tutto in modo preclarissimo. Perciò ci parve stoltezza o recedere dalle buone scoperte di taluno, se in qualche suo vizio ci fossimo imbattuti, o accostarci anche ai vizi di colui da qualche buon precetto del quale fossimo guidati.
Quod quoniam nobis quoque voluntatis accidit, ut artem dicendi perscriberemus, non unum aliquod pro- posuimus exemplum, cuius omnes partes, quocumque essent in genere, exprimendae nobis necessarie vi- derentur; sed omnibus unum in locum coactis scripto- ribus, quod quisque commodissime praecipere vide- batur, excerpsimus et ex variis ingeniis excellentis- sima quaeque libavimus. ex iis enim, qui nomine et memoria digni sunt, nec nihil optime nec omnia prae- clarissime quisquam dicere nobis videbatur. quapropter stultitia visa est aut a bene inventis alicuius recedere, si quo in vitio eius offenderemur, aut ad vitia eius quoque accedere, cuius aliquo bene praecepto duceremur.
2.5 Che se anche negli altri studi gli uomini preferissero scegliere da molti ciascuna cosa più conveniente, anziché votarsi certamente a uno solo, meno incorrerebbero nell’arroganza; non tanto persevererebbero nei vizi; alquanto più lievemente patirebbero per l’ignoranza. E se in noi vi fosse stata pari scienza di quest’arte quale in quello vi fu della pittura, forse questa nostra opera nel suo genere più brillerebbe di quanto la pittura di quello nel suo. Ché a noi fu data maggior copia di modelli da scegliere che a lui. Egli da una sola città e da quel numero di vergini che allora v’erano poté scegliere; a noi, esposte le copie di tutti, quanti vi furono dal primissimo principio di questa precettistica fino a questo tempo, fu data la facoltà di scegliere ciò che ci piacesse.
quodsi in ceteris quoque studiis a multis eligere homines commodissimum quodque quam sese uni alicui certe vellent addicere, minus in arrogan- tia m offenderent; non tanto opere in vitiis perse- verarent; aliquanto levius ex inscientia laborarent. ac si par in nobis huius artis atque in illo picturae scientia fuisset, fortasse magis hoc in suo genere opus nostrum quam illius in suo pictura nobilis eniteret. ex maiore enim copia nobis quam illi fuit exemplorum eligendi potestas. ille una ex urbe et ex eo numero virginum, quae tum erant, eligere potuit; nobis omnium, quicum- que fuerunt ab ultimo principio huius praeceptionis usque ad hoc tempus, expositis copiis, quodcumque placeret, eligendi potestas fuit.
2.6 E in verità gli antichi scrittori d’arte, ricercati fin da quel principe e inventore
Tisia, Aristotele li raccolse in un sol luogo e i precetti di ciascuno, nominatamente e con gran cura ricercati, perspicuamente scrisse e diligentemente sviluppati espose; e tanto superò gli inventori stessi per soavità e brevità di dire, che nessuno apprende i loro precetti dai libri di quelli, ma tutti coloro che vogliono intendere ciò che quelli insegnano, a costui, quasi a un assai più comodo
Ac veteres quidem scriptores artis usque a prin- cipe illo atque inventore
Tisia repetitos unum in lo- cum conduxit Aristoteles et nominatim cuiusque prae- cepta magna conquisita cura perspicue conscripsit at- que enodata diligenter exposuit; ac tantum inventori- bus ipsis suavitate et brevitate dicendi praestitit, ut nemo illorum praecepta ex ipsorum libris cognoscat, sed omnes, qui quod illi praecipiant velint intellegere, ad hunc quasi ad quendam multo commodiorem ex-
2.7 espositore, fanno ritorno. E costui, in verità, pose nel mezzo e se stesso e coloro che furono prima, sì che gli altri e lui stesso per lui stesso conoscessimo; coloro poi che da lui mossero, benché nelle massime parti della filosofia abbiano consumato moltissima fatica, come aveva fatto egli stesso, le cui istituzioni seguivano, tuttavia ci lasciarono moltissimi precetti del dire. E anche altri maestri del dire scaturirono da altra fonte, i quali parimenti molto giovarono al dire, se in qualcosa l’arte giova. Ché vi fu nel medesimo tempo in cui visse Aristotele, grande e nobile retore,
Isocrate;
plicatorem revertantur. atque hic quidem ipse et sese ipsum nobis et eos, qui ante fuerunt, in medio po- suit, ut ceteros et se ipsum per se cognosceremus; ab hoc autem qui profecti sunt, quamquam in maximis philosophiae partibus operae plurimum con- sumpserunt, sicuti ipse, cuius instituta sequebantur, fe- cerat, tamen permulta nobis praecepta dicendi relique- runt. atque alii quoque alio ex fonte praeceptores di- cendi emanaverunt, qui item permultum ad dicendum, si quid ars proficit, opitulati sunt. nam fuit tempore eodem, quo Aristoteles, magnus et nobilis rhetor Iso- crates;
2.8 del quale non abbiamo trovato che consti esserci un’arte. Dei discepoli però e di coloro che subito mossero da questa scuola, abbiamo rinvenuto molti precetti d’arte. Da queste due quasi diverse famiglie — l’una delle quali, mentre si occupava di filosofia, assumeva su di sé anche qualche cura dell’arte retorica, l’altra invece era tutta occupata nello studio e nell’insegnamento del dire — ne fu fuso un certo genere unico dai posteriori, i quali da entrambe trasferirono nelle proprie arti ciò che pareva dirsi convenientemente; e questi stessi insieme con quelli più antichi ce li siamo proposti tutti, per quanto la facoltà comportò, e anche del nostro non poco abbiamo conferito in comune.
cuius ipsius quam constet esse artem non in- venimus. discipulorum autem atque eorum, qui pro- tinus ab hac sunt disciplina profecti, multa de arte praecepta reperimus. ex his duabus diversis sicuti fa- miliis, quarum altera cum versaretur in philosophia, nonnullam rhetoricae quoque artis sibi curam assume- bat, altera vero omnis in dicendi erat studio et prae- ceptione occupata, unum quoddam est conflatum ge- nus a posterioribus, qui ab utrisque ea, quae com- mode dici videbantur, in suas artes contulerunt; quos ipsos simul atque illos superiores nos nobis omnes, quoad facultas tulit, proposuimus et ex nostro quoque nonnihil in commune contulimus.
2.9 Che se quelle cose che in questi libri si espongono dovevano essere scelte con tanto studio quanto è quello con cui furono scelte, certamente né noi né altri si pentirà della nostra industria. Se invece sembreremo aver tralasciato temerariamente qualcosa di qualcuno, o averlo seguito non abbastanza elegantemente, ammaestrati da qualcuno, facilmente e volentieri muteremo opinione. Non infatti l’aver poco conosciuto, ma l’aver perseverato stoltamente e a lungo in ciò che si è poco conosciuto è cosa turpe, per la ragione che l’uno è attribuito alla comune debolezza degli uomini,
quodsi ea, quae in his libris exponuntur, tanto opere eligenda fuerunt, quanto studio electa sunt, profecto neque nos neque alios industriae nostrae paenitebit. sin autem temere aliquid alicuius praeterisse aut non satis eleganter se- cuti videbimur, docti ab aliquo facile et libenter senten- tiam commutabimus. non enim parum cognosse, sed in parum cognito stulte et diu perseverasse turpe est, propterea quod alterum communi hominum infirmitati,
2.10 l’altro al vizio singolare di ciascuno. Perciò noi, senza alcuna affermazione, ricercando a un tempo, dubitando diremo ciascuna cosa, affinché, mentre conseguiamo una cosuccia, cioè di sembrare aver descritto queste cose abbastanza convenientemente, non perdiamo ciò che è massimo: di non aver assentito a cosa alcuna temerariamente e arrogantemente. Questo invero noi e in questo tempo e in tutta la vita studiosamente, per quanto la facoltà comporterà, conseguiremo: ora però, affinché il discorso non sembri essersi spinto troppo oltre, diremo delle rimanenti cose che paiono doversi insegnare.
alterum singulari cuiusque vitio est adtributum. quare nos quidem sine ulla affirmatione simul quaerentes dubitanter unum quicque dicemus, ne, dum parvulum consequamur, ut satis haec commode perscripsisse vi- deamur, illud amittamus, quod maximum est, ut ne cui rei temere atque arroganter assenserimus. Verum hoc quidem nos et in hoc tempore et in omni vita studiose, quoad facultas feret, consequemur: nunc autem, ne longius oratio progressa videatur, de reliquis, quae praecipienda videntur esse, dicemus.
2.11 Dunque il primo libro, esposto il genere di quest’arte e l’officio e il fine e la materia e le parti, conteneva i generi delle controversie e le invenzioni e le costituzioni e le giudicazioni, indi le parti del discorso e in tutte esse tutti i precetti. Perciò, poiché in esso delle altre cose si è detto più distintamente, ma in modo sparso intorno alla conferma e alla confutazione, ora stimiamo doversi tramandare luoghi certi del confermare e del confutare per ciascun genere di cause. E poiché in qual modo convenisse trattare le argomentazioni nel primo libro non senza diligenza si è esposto, qui soltanto le invenzioni stesse per ciascuna cosa si esporranno semplicemente, senza alcun ornamento, sì che da questo libro si attingano le invenzioni stesse, dal precedente invece la rifinitura delle invenzioni. Perciò queste cose che ora si insegneranno converrà riferirle alle parti della conferma e della confutazione.
Igitur primus liber, exposito genere huius artis et officio et fine et materia et partibus, genera con- troversiarum et inventiones et constitutiones et iudi- cationes continebat, deinde partes orationis et in eas omnes omnia praecepta. quare cum in eo ceteris de rebus distinctius dictum sit, disperse autem de con- firmatione et de reprehensione, nunc certos confir- mandi et reprehendendi in singula causarum genera locos tradendos arbitramur. et quia, quo pacto trac- tari conveniret argumentationes, in libro primo non indiligenter expositum est, hic tantum ipsa inventa unam quamque in rem exponentur simpliciter sine ulla exornatione, ut ex hoc inventa ipsa, ex superiore autem expolitio inventorum petatur. quare haec, quae nunc praecipientur, ad confirmationis et reprehensionis partes referre oportebit.
2.12 Ogni causa, e dimostrativa e deliberativa e giudiziale, necessariamente verte in qualcuno di quei generi di costituzione che prima si sono esposti, in uno solo o in più. Benché ciò sia così, tuttavia, mentre certe cose possono insegnarsi in comune intorno a tutte, separatamente vi sono anche altri precetti diversi per ciascun genere. Ché una cosa deve compiere la lode, un’altra il vituperio, un’altra il pronunciare un parere, un’altra l’accusa o la difesa. Nei giudizi si ricerca che cosa sia equo, nelle dimostrazioni che cosa sia onesto, nelle deliberazioni, come noi stimiamo, che cosa sia onesto e che cosa utile. Ché gli altri stimarono doversi esporre nel persuadere e nel dissuadere il fine secondo la sola utilità.
Omnis et demonstrativa et deliberativa et iudicialis causa necesse est in aliquo eorum, quae ante exposita sunt, constitutionis genere uno pluribusve versetur. hoc quamquam ita est, tamen cum communiter quaedam de omnibus praecipi possint, separatim quo- que aliae sunt cuiusque generis diversae praeceptiones. aliud enim laus, aliud vituperatio, aliud sententiae dictio, aliud accusatio aut recusatio conficere debet. in iudiciis, quid aequum sit, quaeritur, in demonstra- tionibus, quid honestum, in deliberationibus, ut nos arbitramur, quid honestum sit et quid utile. nam ceteri utilitatis modo finem in suadendo et in dissuadendo exponi oportere arbitrati sunt.
2.13 Di quei generi dunque i cui fini ed esiti sono diversi, non possono essere i medesimi i precetti. Né ora diciamo questo, che non vi cadano le medesime costituzioni, e nondimeno un certo discorso nasce dal fine stesso e dal genere della causa, che concerne la dimostrazione della vita di taluno o il pronunciare un parere. Perciò ora, nell’esporre le controversie, ci occuperemo del genere giudiziale di cause e di precetti, dal quale moltissime cose si trasferiscono senza alcuna difficoltà anche negli altri generi di cause, implicate in simile controversia; dopo poi separatamente diremo delle rimanenti.
quorum igitur generum fines et exitus diversi sunt, eorum praecepta eadem esse non possunt. neque nunc hoc dicimus, non easdem incidere constitutiones, verumtamen oratio quaedam ex ipso fine et ex genere causae nascitur, quae pertineat ad vitae alicuius demonstrationem aut ad sententiae dictionem. quare nunc in exponendis controversiis in iudiciali genere causarum et praeceptorum versabimur, ex quo pleraque in cetera quoque causarum genera simili implicata controversia nulla cum difficultate transferuntur; post autem separatim de reliquis di- cemus.
2.14 Ora moviamo dalla costituzione congetturale; di cui sia questo l’esempio esposto. In viaggio, taluno fece compagnia a un altro che si recava a un certo mercato e portava con sé alquanto denaro. Con costui, come per lo più avviene, intrecciò discorso per via; donde avvenne che vollero fare quel viaggio più familiarmente. Perciò, essendo discesi alla medesima taverna, vollero a un tempo cenare e prender sonno nel medesimo luogo. Cenati, si coricarono nel medesimo luogo. L’oste poi — ché così si dice fu chiamato dopo che, scoperto in un altro maleficio, fu trovato colpevole — avendo posto mente a quell’altro, cioè a colui che aveva il denaro, di notte, dopo che sentì che già quelli per la stanchezza dormivano più profondamente, si accostò e trasse dal fodero la spada, posta lì accanto, dell’altro dei due, di colui che era senza denaro, e uccise quell’altro, portò via il denaro, ripose nel fodero la spada insanguinata, ed egli stesso si ritirò nel proprio letto. Quello poi, della cui spada era stata fatta l’uccisione, si levò molto prima dell’alba, chiamò quel suo compagno una e più volte.
Nunc ab coniecturali constitutione proficiscamur; cuius exemplum sit hoc expositum: in itinere qui- dam proficiscentem ad mercatum quendam et secum aliquantum nummorum ferentem est comitatus. cum hoc, ut fere fit, in via sermonem contulit; ex quo factum est, ut illud iter familiarius facere vellent. quare cum in eandem tabernam devertissent, simul ce- nare et in eodem loco somnum capere voluerunt. cenati discubuerunt ibidem. copo autem—nam ita dicitur post inventum, cum in alio maleficio deprehensus est —cum illum alterum, videlicet qui nummos haberet, animum advertisset, noctu postquam illos artius iam ut ex lassitudine dormire sensit, accessit et alterius eorum, qui sine nummis erat, gladium propter adposi- tum e vagina eduxit et illum alterum occidit, nummos abstulit, gladium cruentum in vaginam recondidit, ipse se in suum lectum recepit. ille autem, cuius gladio occisio erat facta, multo ante lucem surrexit, comitem illum suum inclamavit semel et saepius.
2.15 Stimò che quello, impedito dal sonno, non rispondesse; egli prese la spada e le altre cose che aveva recato con sé, e solo partì. L’oste non molto dopo grida che un uomo è stato ucciso e, con certi avventori, raggiunge in viaggio colui che era uscito prima. Afferra l’uomo, gli trae la spada dal fodero, la trova insanguinata. L’uomo è condotto in città da quelli e diviene imputato. In questa causa l’imputazione del delitto è: «hai ucciso.» La ripulsa: «non ho ucciso.» Da queste cose nasce la costituzione, cioè la questione, che nella congetturale è la stessa che la giudicazione: «uccise o no?»
illum somno inpeditum non respondere existimavit; ipse gladium et cetera, quae secum adtulerat, sustulit, solus profectus est. copo non multum post conclamat hominem esse occisum et cum quibusdam devorsoribus illum, qui ante exierat, consequitur in itinere. hominem conpre- hendit, gladium eius e vagina educit, reperit cruentum. homo in urbem ab illis deducitur ac reus fit. in hac intentio est criminis: occidisti. depulsio: non occidi. ex quibus constitutio est id est quaestio eadem in coniecturali quae iudicatio: occideritne?
2.16 Ora esporremo i luoghi, qualche parte dei quali cade in ogni controversia congetturale. Converrà però, e nell’esposizione di questi luoghi e in quella degli altri, badare che non tutti convengono a ogni causa. Ché come ogni nome si scrive con alcune, non con tutte le lettere, così non ogni copia di argomenti, ma necessariamente qualche loro parte converrà a ogni causa. Ogni congettura dunque si ha da prendere dalla causa, dalla persona, dal fatto stesso.
Nunc exponemus locos, quorum pars aliqua in omnem coniecturalem incidit controversiam. hoc au- tem et in horum locorum expositione et in ceterorum oportebit attendere, non omnes in omnem causam convenire. nam ut omne nomen ex aliquibus, non ex omnibus litteris scribitur, sic omnem in causam non omnis argumentorum copia, sed eorum necessario pars aliqua conveniet. omnis igitur ex causa, ex persona, ex facto ipso coniectura capienda est.
2.17 La causa si distingue in impulso e in raziocinio. L’impulso è ciò che senza riflessione, per via di una certa affezione dell’animo, esorta a fare qualcosa, come l’amore, l’iracondia, l’afflizione, l’ubriachezza e in generale tutte quelle cose in cui l’animo appare essere stato così affetto da non aver potuto scorgere la cosa con consiglio e cura, e da aver fatto ciò che fece per un certo impeto dell’animo piuttosto che per riflessione.
Causa tribuitur in inpulsionem et in ratiocinationem. inpulsio est, quae sine cogitatione per quandam affec- tionem animi facere aliquid hortatur, ut amor, iracun- dia, aegritudo, vinolentia et omnino omnia, in quibus animus ita videtur affectus fuisse, ut rem perspicere cum consilio et cura non potuerit et id, quod fecit, impetu quodam animi potius quam cogitatione fecerit.
2.18 Il raziocinio è invece un’accurata e ponderata escogitazione del fare o non fare qualcosa. Si dice esso essere intervenuto allora, quando l’animo apparirà aver evitato o seguito il fare o il non fare qualcosa per una causa determinata: se si dirà essersi fatto qualcosa a cagione dell’amicizia, se del vendicarsi di un nemico, se della paura, se della gloria, se del denaro, se infine, per abbracciare tutto per generi, a cagione del ritenere, dell’accrescere o del conseguire qualche vantaggio, o all’opposto del respingere, del diminuire o dello scansare qualche incomodo. Ché nell’uno o nell’altro di questi generi cadranno anche quelle cose in cui o si assume qualche incomodo a cagione del conseguire un maggior vantaggio o dell’evitare un maggior incomodo, o si tralascia qualche vantaggio a cagione del conseguire un maggior vantaggio o dell’evitare un maggior incomodo.
ratiocinatio est autem diligens et considerata faciendi aliquid aut non faciendi excogitatio. ea dicitur inter- fuisse tum, cum aliquid faciendi aut non faciendi certa de causa vitasse aut secutus esse animus vide- bitur: si amicitiae quid causa factum dicetur, si ini- mici ulciscendi, si metus, si gloriae, si pecuniae, si denique, ut omnia generatim amplectamur, alicuius re- tinendi, augendi adipiscendive commodi aut contra re- iciundi, deminuendi devitandive incommodi causa. nam in horum genus alterutrum illa quoque incident, in quibus aut incommodi aliquid maioris adipiscendi com- modi causa aut maioris vitandi incommodi suscipitur aut aliquod commodum maioris adipiscendi commodi aut maioris vitandi incommodi praeteritur.
2.19 Questo luogo è quasi un fondamento di questa costituzione. Ché ad alcuno non si prova che qualcosa sia stato fatto, se non si mostra qualcosa per cui sia stato fatto. Dunque l’accusatore, quando dirà che qualcosa fu fatto per impulso, dovrà amplificare con parole e sentenze quell’impeto e una certa commozione e affezione dell’animo, e mostrare quanta sia la forza dell’amore, quanta perturbazione dell’animo nasca dall’iracondia o da qualcuna di quelle cause per cui dirà che taluno, spinto, fece ciò. Qui, e con la commemorazione di esempi di coloro che per simile impulso commisero qualcosa, e con il confronto di somiglianze, e con la spiegazione dell’affezione stessa dell’animo, si dovrà curare che non sembri strano se a un qualche misfatto si accostò un animo commosso da tale per-
Hic locus sicut aliquod fundamentum est huius constitutionis. nam nihil factum esse cuiquam pro- batur, nisi aliquid, quare factum sit, ostenditur. ergo accusator, cum inpulsione aliquid factum esse dicet, illum impetum et quandam commotionem animi affectionemque verbis et sententiis amplificare debebit et ostendere, quanta vis sit amoris, quanta animi per- turbatio ex iracundia fiat aut ex aliqua causa earum, qua inpulsum aliquem id fecisse dicet. hic et exem- plorum commemoratione, qui simili inpulsu aliquid commiserint, et similitudinum conlatione et ipsius animi affectionis explicatione curandum est, ut non mirum videatur, si quod ad facinus tali pertur-
2.20 turbazione. Quando poi dirà che taluno commise qualcosa non per impulso, ma per raziocinio, dimostrerà quale vantaggio abbia seguito o quale incomodo abbia fuggito, e ciò amplificherà quanto più potrà, sì che, per quanto possa essere, una causa quanto più idonea sembri averlo esortato a peccare. Se a cagione della gloria, quanta gloria stimasse di conseguire; parimenti se del dominio, se del denaro, se dell’amicizia, se delle inimicizie, e in generale qualunque cosa sarà quella che dirà essere stata la causa, quella dovrà sommamente amplificare.
batione commotus animus accesserit. Cum autem non inpulsione, verum ratiocinatione aliquem commisisse quid dicet, quid commodi sit secutus aut quid incom- modi fugerit, demonstrabit et id augebit, quam maxime poterit, ut, quod eius fieri possit, idonea quam maxime causa ad peccandum hortata videatur. si gloriae causa, quantam gloriam consecuturam existimarit; item si do- minationis, si pecuniae, si amicitiae, si inimicitiarum, et omnino quicquid erit, quod causae fuisse dicet, id summe augere debebit.
2.21 E ciò gli converrà grandemente considerare: non quale vantaggio o incomodo sia stato secondo verità soltanto, ma anzi più vivamente quale sia stato nell’opinione di colui che accuserà. Nulla infatti importa che qualche vantaggio o incomodo non vi sia stato o non vi sia, se si può mostrare che parve esservi a colui che si accusa. Ché l’opinione inganna gli uomini in due modi, quando o la cosa è in altro modo da come si stima, o l’esito non è quello che hanno creduto. La cosa è in altro modo allora, quando o ciò che è bene stimano essere male, o all’opposto ciò che è male stimano essere bene, o ciò che non è né male né bene stimano essere male o bene, o ciò che è male o bene stimano non essere né male né bene.
et hoc eum magno opere consi- derare oportebit, non quid in veritate modo, verum etiam vehementius, quid in opinione eius, quem arguet, fuerit. nihil enim refert non fuisse aut non esse aliquid commodi aut incommodi, si ostendi potest ei visum esse, qui arguatur. nam opinio dupliciter fallit ho- mines, cum aut res alio modo est, ac putatur, aut non is eventus est, quem arbitrati sunt. res alio modo est tum, cum aut id, quod bonum est, malum putant, aut contra, quod malum est, bonum, aut, quod nec malum est nec bonum, malum aut bonum, aut, quod malum aut bonum est, nec malum nec bonum.
2.22 Se per questa via taluno negherà che alcun denaro sia per lui anteriore o più dolce della vita di un fratello o di un amico o, infine, del proprio dovere, ciò non sarà da negarsi dall’accusatore. Ché su colui che negherà ciò che si dice tanto veracemente e piamente si trasferirebbe la colpa e un sommo odio. Anzi quello è da dirsi: che a costui così non parve;
hoc intellectu si qui negabit esse ullam pecuniam fratris aut amici vita aut denique officio suo antiquiorem aut suaviorem, non hoc erit accusatori negandum. nam in eum culpa et summum odium transferetur, qui id, quod tam vere et pie dicetur, negabit. verum illud dicendum est, illi ita non esse visum;
2.23 il che si deve prendere da quelle cose che concernono la persona, di cui si dovrà dire più innanzi. L’esito poi inganna allora, quando avviene altrimenti da come si dice che credettero coloro che sono accusati: come, se taluno si dica aver ucciso un altro da quello che voleva, perché o fu ingannato da una somiglianza o da un sospetto o da una falsa indicazione; o aver ucciso colui del cui testamento non è erede, perché stimò di esserne erede per quel testamento. Non infatti dall’esito si deve scorgere il pensiero, ma si deve considerare con qual pensiero e con quale speranza l’animo mosse al maleficio; ché con quale animo ciascuno faccia qualcosa, non con qual caso si imbatta, concerne la cosa.
quod sumi oportet ex iis, quae ad personam pertinent, de quo post dicendum est. even- tus autem tum fallit, cum aliter accidit, atque ii, qui arguuntur, arbitrati esse dicuntur: ut, si qui dicatur alium occidisse ac voluerit, quod aut similitudine aut suspicione aut demonstratione falsa deceptus sit; aut eum necasse, cuius testamento non sit heres, quod eo testamento se heredem arbitratus sit. non enim ex eventu cogitationem spectari oportere, sed qua cogi- tatione animus et spe ad maleficium profectus sit, con- siderare; quo animo quid quisque faciat, non quo casu utatur, ad rem pertinere.
2.24 In questo luogo poi il punto capitale dell’accusatore sarà se potrà dimostrare che a nessun altro vi fu causa di fare; secondario, se a nessuno ve ne fu una tanto grande o tanto idonea. Se invece sembrerà che vi fu causa di fare anche per altri, si deve dimostrare che ad altri mancò la potestà o la facoltà o la volontà. La potestà, se si dirà che o non seppero o non vi furono presenti o non poterono compiere qualcosa. La facoltà, se si dimostrerà che ad alcuno mancarono il piano, gli aiutanti, i mezzi e le altre cose che concerneranno la cosa. La volontà, se si dirà che l’animo era vuoto e integro da tali fatti. Da ultimo, di quelle ragioni che daremo all’imputato per la difesa, di esse si servirà l’accusatore per togliere altri dalla colpa. Ma ciò si deve fare brevemente, e molte cose si devono ridurre in una sola, sì che non sembri accusare costui a cagione del difendere un altro, ma difendere un altro a cagione dell’accusare costui.
Hoc autem loco caput illud erit accusatoris, si de- monstrare poterit alii nemini causam fuisse faciendi; secundarium, si tantam aut tam idoneam nemini. sin fuisse aliis quoque causa faciendi videbitur, aut po- testas defuisse aliis demonstranda est aut facultas aut voluntas. potestas, si aut nescisse aut non adfuisse aut conficere aliquid non potuisse dicentur. facultas, si ratio, adiutores, adiumenta ceteraque, quae ad rem pertinebunt, defuisse alicui demonstrabuntur. volun- tas, si animus a talibus factis vacuus et integer esse dicetur. postremo, quas ad defensionem rationes reo dabimus, iis accusator ad alios ex culpa eximendos abutetur. verum id brevi faciendum est et in unum multa sunt conducenda, ut ne alterius defendendi causa hunc accusare, sed huius accusandi causa defendere alterum videatur.
2.25 E all’accusatore in verità queste cose sono pressappoco da considerarsi nella causa di fare. Il difensore invece, all’opposto, per primo dirà o che non vi fu alcun impulso o, se concederà che vi fu, lo attenuerà e lo dimostrerà essere stato un certo che di piccolo, o insegnerà che da esso non sogliono nascere fatti di tal sorta. Nel qual luogo si dovrà dimostrare quale forza e natura sia di quell’affezione per cui spinto si dirà che l’imputato commise qualcosa; nel che e gli esempi e le somiglianze saranno da addursi, e la natura stessa di quell’affezione diligentemente, dalla parte quanto più mite e quieta, da spiegarsi, sì che e la cosa stessa da un fatto crudele e turbolento si traduca a un certo che di più mite e tranquillo, e tuttavia il discorso si accomodi all’animo di colui che ascolterà e a un certo intimo senso dell’animo.
Atque accusatori quidem haec fere sunt in causa faciendi consideranda: defensor autem ex contrario primum inpulsionem aut nullam fuisse dicet aut, si fuisse concedet, extenuabit et parvulam quandam fuisse demonstrabit aut non ex ea solere huiusmodi facta nasci docebit. quo erit in loco demonstrandum, quae vis et natura sit eius affectionis, qua inpulsus aliquid reus commisisse dicetur; in quo et exempla et similitudines erunt proferundae et ipsa diligenter natura eius affectionis quam lenissime quietissima ab parte explicanda, ut et res ipsa a facto crudeli et tur- bulento ad quoddam mitius et tranquillius traducatur et oratio tamen ad animum eius, qui audiet, et ad animi quendam intumum sensum accommodetur.
2.26 I sospetti poi del raziocinio infirmerà, se dirà o che non vi è alcun vantaggio o che è piccolo o che è maggiore per altri o che non è punto maggiore per sé che per altri, o che l’incomodo è per sé maggiore del vantaggio, sì che in nessun modo la grandezza di quel vantaggio che si dice essere stato bramato sia da paragonarsi o con quell’incomodo che sarebbe capitato o con quel pericolo a cui ci si sarebbe sottoposti;
ratiocina- tionis autem suspiciones infirmabit, si aut commodum nullum esse aut parvum aut aliis maius esse aut nihilo sibi maius quam aliis aut incommodum sibi maius quam commodum dicet, ut nequaquam fuerit illius commodi, quod expetitum dicatur, magnitudo aut cum eo incom- modo, quod acciderit, aut cum illo periculo, quod subea- tur, comparanda;
2.27 tutti i quali luoghi parimenti si tratteranno anche nell’evitare l’incomodo. Se invece l’accusatore avrà detto che quello seguì ciò che gli parve vantaggio, o fuggì ciò che stimò essere incomodo, benché fosse in una falsa opinione, si dovrà dimostrare dal difensore che nessuno è di tanta stoltezza da poter, in tal cosa, ignorare la verità. Che se ciò si concederà, quello non si concederà: che neppure dubitò di quale fosse il suo diritto in tal cosa, e che ciò che era falso senza alcuna esitazione approvò per vero; poiché, se avesse dubitato, sarebbe stato di somma demenza, spinto da incerta speranza, mettersi in pericolo certo.
qui omnes loci similiter in incommodi quoque vitatione tractabuntur. sin accusator dixerit eum id esse secutum, quod ei visum sit commodum, aut id fugisse, quod putarit esse incommodum, quamquam in falsa fuerit opinione, demonstrandum erit defensori neminem tantae esse stultitiae, qui tali in re possit veritatem ignorare. quodsi hoc concedatur, illud non concessum iri: ne dubitasse quidem, quid eius iuris esset, et id, quod falsum fuerit, sine ulla dubitatione pro vero probasse; quia si dubitarit, summae fuisse amentiae dubia spe inpulsum certum in periculum se committere.
2.28 In qual modo poi l’accusatore, quando rimuoverà la colpa da altri, si servirà dei luoghi del difensore, così di quei luoghi che sono stati dati all’accusatore si servirà l’imputato, quando vorrà trasferire da sé il delitto su altri. Dalla persona poi si prenderà la congettura, se quelle cose che sono attribuite alle persone si considereranno diligentemente, tutte le quali abbiamo esposto nel primo libro. Ché e dal nome talvolta nasce qualcosa di sospetto — quando poi diciamo nome, s’intenda anche il cognome; ché si tratta del vocabolo certo e proprio dell’uomo —, come se dicessimo che taluno per ciò è chiamato Caldo, perché è di consiglio temerario e repentino;
quemadmodum autem accusator, cum ab aliis culpam demovebit, defensoris locis utetur, sic iis locis, qui accusatori dati sunt, utetur reus, cum in alios ab se crimen volet transferre. Ex persona autem coniectura capietur, si eae res, quae personis adtributae sunt, diligenter considera- buntur, quas omnes in primo libro exposuimus. nam et de nomine nonnumquam aliquid suspicionis na- scitur—nomen autem cum dicimus, cognomen quoque intellegatur oportet; de hominis enim certo et proprio vocabulo agitur—, ut si dicamus idcirco aliquem Cal- dum vocari, quod temerario et repentino consilio sit;
2.29 o se con tal cosa avesse ingannato uomini greci inesperti, perché era chiamato Clodio o Cecilio o Muzio. E dalla natura è lecito trarre alquanto di sospetto. Tutte queste cose infatti — se è uomo o donna, di questa o di quella città, di quali antenati, di quali consanguinei, di quale età, di quale animo, di quale corpo — che sono attribuite alla natura, concerneranno il fare qualche congettura. E dal modo di vivere si traggono molti sospetti, quando si ricerca in qual modo e presso quali e da quali sia stato allevato ed erudito, e con chi viva, con qual tenore di vita,
aut si ea re hominibus Graecis inperitis verba dederit, quod Clodius aut Caecilius aut Mutius vocaretur. et de natura licet aliquantum ducere suspicionis. omnia enim haec, vir an mulier, huius an illius civitatis sit, quibus sit maioribus, quibus consanguineis, qua aetate, quo animo, quo corpore, quae naturae sunt ad- tributa, ad aliquam coniecturam faciendam pertinebunt. et ex victu multae trahuntur suspiciones, cum, quemad- modum et apud quos et a quibus educatus et eruditus sit, quaeritur, et quibuscum vivat, qua ratione vitae,
2.30 con qual costume domestico viva. E dalla fortuna spesso nasce un’argomentazione, quando si considera se sia o sia stato o sarà servo o libero, ricco o povero, nobile o ignobile, felice o infelice, privato o in potestà; o infine si ricerca qualcuna di quelle cose che s’intendono essere attribuite alla fortuna. L’abito poi, poiché consiste in una certa perfetta e costante compiutezza dell’animo o del corpo, nel qual genere è la virtù, la scienza e le cose che sono contrarie, la cosa stessa, posta la causa, insegnerà se anche questo luogo mostri qualcosa di sospetto. Ché la ragione dell’affezione suole recare con sé una congettura perspicua, come l’amore, l’iracondia, il fastidio, per la ragione che e la loro forza s’intende e qual cosa segua qualcuna di queste cose è facile a conoscersi.
quo more domestico vivat. et ex fortuna saepe argu- mentatio nascitur, cum servus an liber, pecuniosus an pauper, nobilis an ignobilis, felix an infelix, privatus an in potestate sit aut fuerit aut futurus sit, conside- ratur; aut denique aliquid eorum quaeritur, quae for- tunae esse adtributa intelleguntur. habitus autem quon- iam in aliqua perfecta et constanti animi aut corporis absolutione consistit, quo in genere est virtus, scientia et quae contraria sunt, res ipsa causa posita docebit, ecquid hic quoque locus suspicionis ostendat. nam af- fectionis quidem ratio perspicuam solet prae se gerere coniecturam, ut amor, iracundia, molestia, propterea quod et ipsorum vis intellegitur et, quae res harum aliquam rem consequatur, facile est cognitu.
2.31 Lo studio poi, che è un’assidua e veementemente applicata a qualche cosa occupazione con grande piacere, facilmente da esso si trarrà quell’argomentazione che la cosa stessa richiederà nella causa. Parimenti dal consiglio si prenderà qualcosa di sospetto; ché il consiglio è una ponderata ragione del fare o non fare qualcosa. Già i fatti e i casi e i discorsi, che sono tutte cose, come si è detto nei precetti della conferma, distribuite in tre tempi, sarà facile vedere se rechino alcunché a confermare la congettura del sospetto.
studium autem quod est adsidua et vehementer aliquam ad rem adplicata magna cum voluptate occupatio, facile ex eo ducetur argumentatio ea, quam res ipsa desidera- bit in causa. item ex consilio sumetur aliquid suspi- cionis; nam consilium est aliquid faciendi non facien- dive excogitata ratio. iam facta et casus et orationes, quae sunt omnia, ut in confirmationis praeceptis dic- tum est, in tria tempora distributa, facile erit videre, ecquid afferant ad confirmandam coniecturam suspi- cionis.
2.32 E alle persone in verità sono attribuite queste cose, da tutte le quali, raccolte in un sol luogo, l’accusatore dovrà servirsi per l’improvazione dell’uomo. Ché la causa del fatto ha troppo poca fermezza, se l’animo di colui che è incolpato non è addotto in tal sospetto, che non sembri aver rifuggito da tale colpa. Come infatti improvare l’animo di alcuno a nulla giova, quando non intercorse una causa per cui peccasse, così è cosa di poco peso che intercorra una causa del peccato, se l’animo non si mostra affine ad alcuna ragione men che onesta. Perciò l’accusatore dovrà improvare la vita di colui che incolpa dai fatti anteriori e mostrare, se in qualche pari peccato anteriore fu già convinto; se ciò non potrà, se venne già in qualche simile sospetto, e massimamente, se si potrà fare, se peccò mosso da qualche causa del medesimo genere in genere simile, sia in cosa egualmente grande, sia in maggiore, sia in minore, come se taluno, che si dica indotto dal denaro ad aver fatto, potesse dimostrare qualche fatto avaro di lui in qualche altra cosa.
Ac personis quidem res hae sunt adtributae, ex qui- bus omnibus unum in locum coactis accusatoris erit inprobatione hominis uti. nam causa facti parum fir- mitudinis habet, nisi animus eius, qui insimulatur, in eam suspicionem adducitur, uti a tali culpa non videa- tur abhorruisse. ut enim animum alicuius inprobare nihil attinet, cum causa, quare peccaret, non intercessit, sic causam peccati intercedere leve est, si animus nulli minus honestae rationi affinis ostenditur. quare vitam eius, quem arguit, ex ante factis accusator inprobare debebit et ostendere, si quo in pari ante peccato con- victus sit; si id non poterit, si quam in similem ante suspicionem venerit, ac maxime, si fieri poterit, simili quo in genere eiusdemmodi causa aliqua commotum peccasse aut in aeque magna re aut in maiore aut in minore, ut si qui, quem pecunia dicat inductum fecisse, possit demonstrare aliqua in re eius aliquod factum avarum.
2.33 Parimenti in ogni causa converrà congiungere a quella causa, per cui dirà che peccò mosso, la natura o il modo di vivere o lo studio o la fortuna o qualcuna di quelle cose che sono attribuite alle persone, e improvare l’animo dell’avversario anche da un dispari genere di colpe, se da pari non vi sarà facoltà di prenderne: se accusi che fece indotto dall’avarizia e non possa dimostrare avaro colui che accusi, insegna che è affine ad altri vizi, e che da ciò non v’è da maravigliarsi che chi in quell’altra cosa fu turpe o cupido o petulante, anche in questa cosa abbia mancato. Ché quanto si è sottratto all’onestà e all’autorità di colui che è incolpato, altrettanto si è diminuito alla facoltà di tutta la sua difesa.
item in omni causa naturam aut victum aut studium aut fortunam aut aliquid eorum, quae personis adtributa sunt, ad eam causam, qua commotum pec- casse dicet, adiungere atque ex dispari quoque genere culparum, si ex pari sumendi facultas non erit, inpro- bare animum adversarii oportebit: si avaritia inductum arguas fecisse et avarum eum, quem accuses, demon- strare non possis, aliis adfinem vitiis esse doceas, et ex ea re non esse mirandum, qui in illa re turpis aut cupidus aut petulans fuerit, hac quoque in re eum deliquisse. quantum enim de honestate et auctoritate eius, qui arguitur, detractum est, tantundem de facul-
2.34 Se l’imputato non potrà dimostrarsi affine ad alcun vizio prima ammesso, si introdurrà quel luogo per cui i giudici si dovranno esortare a stimare che la vecchia fama dell’uomo nulla concerna la cosa. Ché egli prima si era celato, ora è colto manifestamente; perciò non doversi questa cosa scorgere dalla vita anteriore, ma la vita anteriore improvarsi da questa cosa, e o non esservi stata prima la potestà di peccare o la causa; o, se queste cose non si potranno dire, si dovrà dire quell’estremo, non esser maraviglia se ora per la prima volta abbia mancato: ché è necessario che chi vuole peccare alcuna volta manchi per la prima volta. Se invece la vita anteriore sarà ignota, tralasciato questo luogo e dimostrato perché si tralasci, converrà subito confermare l’accusa con argomenti.
tate eius totius est defensionis deminutum. si nulli affinis poterit vitio reus ante admisso demonstrari, locus inducetur ille, per quem hortandi iudices erunt, ut veterem famam hominis nihil ad rem putent per- tinere. nam eum ante celasse, nunc manifesto teneri; quare non oportere hanc rem ex superiore vita spec- tari, sed superiorem vitam ex hac re inprobari, et aut potestatem ante peccandi non fuisse aut causam; aut, si haec dici non poterunt, dicendum erit illud extremum, non esse mirum, si nunc primum deliquerit: nam necesse esse eum, qui velit peccare, aliquando primum delinquere. sin vita ante acta ignorabitur, hoc loco praeterito et, cur praetereatur, demonstrato argu- mentis accusationem statim confirmare oportebit.
2.35 Il difensore invece per primo dovrà, se potrà, dimostrare quanto più onesta possibile la vita di colui che sarà incolpato. E ciò farà se mostrerà alcuni suoi notevoli e comuni officii; di quel genere che son verso i genitori, i congiunti, gli amici, gli affini, i necessari; e anche quelle cose che sono più rare ed egregie, se dirà che da lui, con qualche grande fatica o pericolo o con l’una e l’altra cosa, quando non era necessario, a cagione dell’officio fu fatto qualcosa o verso la repubblica o verso i genitori o verso alcuni di quelli che ora si sono esposti; infine se dirà che nulla mancò, che da nessuna cupidità impedito si ritrasse dall’officio. Il che sarà tanto più confermato, se, quando si dirà esservi stata la potestà di fare impunemente qualcosa di men che onesto, si dimostrerà che la volontà fu lontana dal farlo.
Defensor autem primum, si poterit, debebit vitam eius, qui insimulabitur, quam honestissimam demon- strare. id faciet, si ostendet aliqua eius nota et com- munia officia; quod genus in parentes, cognatos, ami- cos, affines, necessarios; etiam quae magis rara et eximia sunt, si ab eo cum magno aliquid labore aut periculo aut utraque re, cum necesse non esset, officii causa aut in rem publicam aut in parentes aut in aliquos eorum, qui modo expositi sunt, factum esse dicet; denique si nihil deliquisse, nulla cupiditate in- peditum ab officio recessisse. quod eo confirmatius erit, si, cum potestas inpune aliquid faciendi minus honeste fuisse dicetur, voluntas a faciendo demon-
2.36 E questo medesimo genere sarà tanto più fermo, se in quel medesimo genere di cui sarà incolpato si dimostrerà che prima fu integro: come se, quando si incolpi che fece a cagione dell’avarizia, si insegni che in tutta la vita fu pochissimo cupido di denaro. Qui con grande gravità si introdurrà quella indignazione, congiunta alla querela, per cui si dimostrerà che il misfatto è cosa misera e indegna; sì che, essendo stato l’animo in tutta la vita lontanissimo dai vizi, si stimi che quella causa, che suole rapire in frode gli uomini audaci, abbia potuto sospingere a peccare anche l’uomo più casto; o: esser iniquo e perniciosissimo a ogni miglior uomo che non la vita onestamente condotta giovi quanto più si possa in tal frangente, ma che dalla subitanea accusa, la quale comunque falsamente si può fingere, non dalla vita anteriore, la quale né per il momento si può fingere né in alcun modo mutare, si faccia il giudizio.
strabitur afuisse. hoc autem ipsum genus erit eo firmius, si eo ipso in genere, quo arguetur, integer ante fuisse demonstrabitur: ut si, cum avaritiae causa fecisse arguatur, minime omni in vita pecuniae cupi- dus fuisse doceatur. hic illa magna cum gravitate inducetur indignatio, iuncta conquestioni, per quam miserum facinus esse et indignum demonstrabitur; ut, cum animus in vita fuerit omni a vitiis remotissimus, eam causam putare, quae homines audaces in fraudem rapere soleat, castissimum quoque hominem ad pec- candum potuisse inpellere; aut: iniquum esse et op- timo cuique perniciosissimum non vitam honeste actam tali in tempore quam plurimum prodesse, sed subita ex criminatione, quae confingi quamvis false possit, non ex ante acta vita, quae neque ad tempus fingi neque ullo modo mutari possit, facere iudicium.
2.37 Se invece nella vita anteriore vi saranno alcune turpitudini: o si dirà che falsamente venne in tale opinione per l’invidia o l’obtrettazione o la falsa opinione di alcuni; o si attribuiranno all’imprudenza, alla necessità, alla persuasione, alla giovinezza o a qualche non maliziosa affezione dell’animo; o a un dissimile genere di vizi, sì che l’animo non del tutto integro, ma rimosso da tale colpa sembri essere. Che se in nessun modo la turpitudine o l’infamia della vita si potrà mitigare col discorso, converrà negare che si ricerchi intorno alla vita e ai costumi di lui, ma intorno a quel delitto di cui è incolpato; perciò, tralasciati i fatti anteriori, doversi trattare ciò che incalza.
sin autem in ante acta vita aliquae turpitudines erunt: aut falso venisse in eam existimationem dicetur ex aliquorum invidia aut obtrectatione aut falsa opi- nione; aut inprudentiae, necessitudini, persuasioni, adulescentiae aut alicui non malitiosae animi af- fectioni attribuentur; aut dissimili in genere vitio- rum, ut animus non omnino integer, sed ab tali culpa remotus esse videatur. at si nullo modo vitae turpitudo aut infamia leniri poterit oratione, negare oportebit de vita eius et de moribus quaeri, sed de eo crimine, quo de arguatur; quare ante factis omissis illud, quod instet, id agi oportere.
2.38 Dal fatto poi stesso si trarranno i sospetti, se l’amministrazione di tutto il negozio si esaminerà a fondo in tutte le sue parti; e questi sospetti in parte procederanno dal negozio separatamente, in parte in comune dalle persone e dal negozio. Dal negozio si potranno trarre, se considereremo diligentemente quelle cose che sono attribuite ai negozi. Da esse dunque sembrano convenire a questa costituzione tutti i loro generi, e la maggior parte delle parti dei generi.
Ex facto autem ipso suspiciones ducentur, si to- tius administratio negotii ex omnibus partibus per- temptabitur; atque eae suspiciones partim ex negotio separatim, partim communiter ex personis atque ex negotio proficiscentur. ex negotio duci poterunt, si eas res, quae negotiis adtributae sunt, diligenter con- siderabimus. ex iis igitur in hanc constitutionem convenire videntur genera earum omnia, partes gene-
2.39 Converrà dunque vedere per primo quali siano le cose continenti col negozio stesso, cioè quelle che dalla cosa non si possono separare. Nel qual luogo basterà aver considerato diligentemente che cosa sia stato fatto prima della cosa, donde sembri esser nata la speranza di compierla e cercata la facoltà di farla; che cosa nel gerire la cosa stessa, che cosa di poi sia seguito. Indi si ha da trattare a fondo la gestione del negozio stesso. Ché questo genere di quelle cose che sono attribuite al negozio ci è stato esposto in secondo luogo.
rum pleraeque. Videre igitur primum oportebit, quae sint continentia cum ipso negotio, hoc est, quae ab re separari non possint. quo in loco satis erit dili- genter considerasse, quid sit ante rem factum, ex quo spes perficiundi nata et faciundi facultas quaesita vi- deatur; quid in ipsa re gerenda, quid postea conse- cutum sit. Deinde ipsius est negotii gestio pertrac- tanda. nam hoc genus earum rerum, quae negotio sunt adtributae, secundo in loco nobis est expositum.
2.40 In questo genere dunque si scorgerà il luogo, il tempo, l’occasione, la facoltà; la forza di ciascuna delle quali si è diligentemente spiegata nei precetti della conferma. Perciò, affinché non sembriamo o qui non avere ammonito o aver detto due volte le medesime cose, brevemente getteremo un cenno di che cosa convenga considerare in ciascuna parte. Nel luogo dunque si ha da considerare l’opportunità, nel tempo la lunghezza, nell’occasione la comodità idonea al fare, nella facoltà la copia e la potestà di quelle cose per cui qualcosa si fa più facilmente o senza le quali non si può affatto compiere.
hoc ergo in genere spectabitur locus, tempus, occasio, facultas; quorum unius cuiusque vis diligenter in con- firmationis praeceptis explicata est. quare, ne aut hic non admonuisse aut ne eadem iterum dixisse videamur, breviter iniciemus, quid quaque in parte considerari oporteat. in loco igitur opportunitas, in tempore longinquitas, in occasione commoditas ad faciendum idonea, in facultate copia et potestas earum rerum, propter quas aliquid facilius fit aut quibus sine omnino confici non potest, consideranda est.
2.41 Indi si deve vedere che cosa sia congiunto al negozio, cioè che cosa vi sia di maggiore, che cosa di minore, che cosa di egualmente grande, che cosa di simile; dalle quali cose si trae una certa congettura, se si considererà diligentemente in qual modo le cose maggiori, le minori, le egualmente grandi, le simili si soglian gerire. In tal genere si dovrà anche vedere l’esito, cioè si deve grandemente considerare che cosa da ciascuna cosa suole esitare, come la paura, la letizia, il titubare, l’audacia.
De- inde videndum est, quid adiunctum sit negotio, hoc est, quid maius, quid minus, quid aeque magnum sit, quid simile; ex quibus coniectura quaedam ducitur, si, quemadmodum res maiores, minores, aeque magnae, similes agi soleant, diligenter considerabitur. quo in genere eventus quoque videndus erit, hoc est, quid ex quaque re soleat evenire, magno opere consi- derandum est, ut metus, laetitia, titubatio, audacia.
2.42 La quarta parte poi di quelle cose che dicevamo essere attribuite ai negozi era la conseguenza. In essa si ricercano quelle cose che il negozio gerito sogliono seguire subito o dopo un intervallo. Nel che vedremo se vi sia qualche consuetudine, qualche legge, qualche patto, qualche artificio di tale cosa o uso o esercizio, qualche approvazione o offesa degli uomini; dalle quali talvolta si ricava qualcosa di sospetto. Vi sono poi altri sospetti che si prendono in comune dalle attribuzioni e dei negozi e delle persone. Ché e dalla fortuna e dalla natura e dal modo di vivere, dallo studio, dai fatti, dal caso, dai discorsi, dal consiglio e dall’abito dell’animo o del corpo la maggior parte concerne le medesime cose, che possono rendere la cosa credibile o incredibile
Quarta autem pars rebus erat ex iis, quas negotiis di- cebamus esse adtributas, consecutio. in ea quaeruntur ea, quae gestum negotium confestim aut intervallo con- sequuntur. in quo videbimus, ecqua consuetudo sit, ecqua lex, ecqua pactio, ecquod eius rei artificium aut usus aut exercitatio, hominum aut adprobatio aut offensio; ex quibus nonnumquam elicitur aliquid suspicionis. Sunt autem aliae suspiciones, quae communiter et ex negotiorum et ex personarum adtributionibus su- muntur. nam et ex fortuna et ex natura et ex victu, studio, factis, casu, orationibus, consilio et ex habitu animi aut corporis pleraque pertinent ad easdem res, quae rem credibilem aut incredibilem facere pos-
2.43 e si congiungono col sospetto del fatto. Massimamente infatti conviene ricercare in questa costituzione, per primo se qualcosa poté esser fatto; indi se poté esserlo da qualche altro; indi la facoltà, di cui prima abbiamo detto; indi se sia tal misfatto, di cui sia stato necessario pentirsi, che non avesse speranza di celarlo; indi si ricerca la necessità, in cui sia stato necessario che ciò o fosse fatto o fosse fatto così. Parte delle quali cose concerne il consiglio, che è attribuito alle persone, come in quella causa che abbiamo esposto: prima della cosa, perché in viaggio così familiarmente si congiunse, perché cercò causa di discorso, perché a un tempo discese alla taverna, indi cenò. Nella cosa, la notte, il sonno. Dopo la cosa, perché solo uscì, perché lasciò quel tanto familiare con animo tanto sereno,
sunt et cum facti suspicione iunguntur. maxime enim quaerere oportet in hac constitutione, primum po- tueritne aliquid fieri; deinde ecquo ab alio potuerit; deinde facultas, de qua ante diximus; deinde utrum id facinus sit, quod paenitere fuerit necesse, quod spem celandi non haberet; deinde necessitudo, in qua necesse fuerit id aut fieri aut ita fieri, quaeritur. quorum pars ad consilium pertinet, quod personis adtributum est, ut in ea causa, quam exposuimus: ante rem, quod in itinere se tam familiariter adplicaverit, quod sermonis causam quaesierit, quod simul deverterit, deinde cena- rit. in re nox, somnus. post rem, quod solus exierit, quod illum tam familiarem tam aequo animo reli-
2.44 perché ebbe la spada insanguinata. Di nuovo, se sembri esser stata avuta ed escogitata una diligente ragione del fare, oppure così temerariamente che non sia verosimile che alcuno si sia accostato a un maleficio tanto temerariamente. Nel che si ricerca se in qualche altro modo più comodamente avrebbe potuto esser fatto o esser amministrato dalla fortuna. Ché spesso, se mancano i mezzi pecuniari, gli aiuti, gli aiutanti, non sembra esservi stata la facoltà di fare. In questo modo, se attendiamo diligentemente, intendiamo essere fra loro adatte queste cose che sono attribuite ai negozi e quelle che sono attribuite alle persone. Qui non è facile né necessario distinguere, come nelle parti superiori, in qual modo convenga trattare ciascuna cosa l’accusatore e in qual modo il difensore. Non è necessario, per ciò che, posta la causa, che cosa convenga a ciascuna parte la cosa stessa lo insegnerà a coloro che non stimeranno di trovar qui tutte le cose,
querit, quod cruentum gladium habuerit. rursum, utrum videatur diligenter ratio faciendi esse habita et excogitata, an ita temere, ut non veri simile sit quem- quam tam temere ad maleficium accessisse. in quo quaeritur, num quo alio modo commodius potuerit fieri vel a fortuna administrari. nam saepe, si pecuniae, adiumenta, adiutores desint, facultas fuisse faciundi non videtur. hoc modo si diligenter attendamus, apta inter se esse intellegimus haec, quae negotiis, et illa, quae personis sunt adtributa. Hic non facile est neque necessarium est distinguere, ut in superioribus partibus, quo pacto quicque accu- satorem et quomodo defensorem tractare oporteat. non est necessarium, propterea quod causa posita, quid in quamque conveniat, res ipsa docebit eos, qui non omnia hic se inventuros putabunt,
2.45 purché rechino in comune una certa mediocre intelligenza; non è poi facile, perché e cosa infinita è spiegare in entrambe le parti singolarmente intorno a ciascuna cosa, tra tante cose, e queste cose sogliono convenire in entrambe le parti della causa ora in un modo ora in un altro. Perciò converrà considerare queste cose che abbiamo esposto. Più facilmente poi l’animo cadrà nell’invenzione, se tratterà a fondo spesso e diligentemente e la propria e dell’avversario narrazione del negozio gerito e, ricavando ciò che ciascuna parte avrà di sospetto, considererà perché, con qual consiglio, con qual speranza di compierlo ciascuna cosa sia stata fatta; perché in questo modo piuttosto che in quello; perché da questo piuttosto che da quello; perché senza alcun aiutante o perché con questo; perché nessuno ne sia consapevole o perché ve ne sia o perché ve ne sia questo; perché questo sia stato fatto prima; perché questo non sia stato fatto prima; perché questo nel negozio stesso, perché questo dopo il negozio, se sia stato fatto a bella posta o se abbia seguito la cosa stessa; se il discorso stia o con la cosa o con se stesso; se questo sia segno di questa cosa o di quella, o e di questa e di quella e di quale piuttosto; che cosa sia stato fatto, che non avrebbe dovuto, o non fatto, che avrebbe dovuto.
si modo quandam in commune mediocrem intellegentiam conferent; non facile autem, quod et infinitum est tot de rebus utram- que in partem singillatim de una quaque explicare et alias aliter haec in utramque partem causae solent convenire. quare considerare haec, quae exposuimus, oportebit. facilius autem ad inventionem animus in- cidet, si gesti negotii et suam et adversarii narrationem saepe et diligenter pertractabit et, quod quaeque pars suspicionis habebit, eliciens considerabit, quare, quo consilio, qua spe perficiundi quicque factum sit; hoc cur modo potius quam illo; cur ab hoc potius quam ab illo; cur nullo adiutore aut cur hoc; cur nemo sit conscius aut cur sit aut cur hic sit; cur hoc ante fac- tum sit; cur hoc ante factum non sit; cur hoc in ipso negotio, cur hoc post negotium, an factum de industria an rem ipsam consecutum sit; constetne oratio aut cum re aut ipsa secum; hoc huiusne rei sit signum an illius, an et huius et illius et utrius potius; quid fac- tum sit, quod non oportuerit, aut non factum, quod oportuerit.
2.46 Quando l’animo con questa intensione considererà tutte le parti di tutto il negozio, allora procederanno innanzi quegli stessi luoghi raccolti in un sol cumulo, di cui prima si è detto; e allora ora dai singoli, ora dai congiunti nasceranno argomenti certi, parte dei quali argomenti verseranno nel genere probabile, parte nel necessario. S’aggiungono poi spesso alla congettura le inquisizioni, le testimonianze, le dicerie, le quali tutte di contro l’uno e l’altro dovrà torcere a vantaggio della sua causa per simile via di precetti. Ché e dall’inquisizione i sospetti e dalla testimonianza e da qualche diceria si dovranno trarre con pari ragione che dalla causa e dalla persona e dal fatto.
cum animus hac intentione omnes totius negotii partes considerabit, tum illi ipsi in medium coacervati loci procedent, de quibus ante dictum est; et tum ex singulis, tum ex coniunctis argumenta certa nascentur, quorum argumentorum pars probabili, pars necessario in genere versabitur. accedunt autem saepe ad coniecturam quaestiones, testimonia, rumores, quae contra omnia uterque simili via praeceptorum torquere ad suae causae commodum debebit. nam et ex quae- stione suspiciones et ex testimonio et ex rumore aliquo pari ratione ut ex causa et ex persona et ex facto duci oportebit.
2.47 Perciò ci sembra che errino e coloro che stimano questo genere di sospetti non aver bisogno d’arte, e coloro che stimano doversi dar precetti intorno a questo genere altrimenti che intorno a ogni congettura. Ogni congettura infatti si ha da prendere dai medesimi luoghi. Ché e la causa e la verità di colui che nell’inquisizione avrà detto qualcosa, e di colui che nella testimonianza, e della diceria stessa si reperiranno dalle medesime attribuzioni. In ogni causa poi parte degli argomenti è congiunta a quella sola causa che si dice, e tratta da essa così che non si possa abbastanza comodamente trasferire da essa separatamente in tutte le cause del medesimo genere; parte invece è più diffusa e accomodata o a tutte le cause del medesimo genere o alla maggior parte.
Quare nobis et ii videntur errare, qui hoc genus suspicionum artificii non putant indigere, et ii, qui aliter hoc de genere ac de omni coniectura praeci- piundum putant. omnis enim iisdem ex locis con- iectura sumenda est. nam et eius, qui in quaestione aliquid dixerit, et eius, qui in testimonio, et ipsius rumoris causa et veritas ex iisdem adtributionibus re- perietur. Omni autem in causa pars argumentorum est ad- iuncta ei causae solum, quae dicitur, et ex ipsa ita ducta, ut ab ea separatim in omnes eiusdem generis causas transferri non satis commode possit; pars au- tem est pervagatior et aut in omnes eiusdem generis aut in plerasque causas adcommodata.
2.48 Questi dunque argomenti, che si possono trasferire in molte cause, li chiamiamo luoghi comuni. Ché il luogo comune o contiene una certa amplificazione di cosa certa, come se taluno volesse mostrare questo, che chi avrà ucciso un genitore è degno del massimo supplizio; del qual luogo non si deve servire se non perorata e provata la causa; o di cosa dubbia, la quale dal contrario abbia pure probabili ragioni dell’argomentare, come che ai sospetti si deve credere, e all’opposto, ai sospetti non si deve credere. E parte dei luoghi comuni si introduce per via dell’indignazione o della querela, di cui prima si è detto, parte per via di qualche ragione probabile da entrambe le parti.
haec ergo argumenta, quae transferri in multas causas possunt, locos communes nominamus. nam locus communis aut certae rei quandam continet amplificationem, ut si quis hoc velit ostendere, eum, qui parentem ne- carit, maximo supplicio esse dignum; quo loco nisi perorata et probata causa non est utendum; aut dubiae, quae ex contrario quoque habeat probabiles rationes argumentandi, ut suspicionibus credi oportere, et contra, suspicionibus credi non oportere. ac pars locorum communium per indignationem aut per con- questionem inducitur, de quibus ante dictum est, pars per aliquam probabilem utraque ex parte rationem.
2.49 Si distingue poi e massimamente s’illustra il discorso introducendo di rado i luoghi comuni e dopo qualche luogo già confermato con argomenti più certi presso quegli uditori. Ché e allora si concede di dire qualcosa di comune, quando diligentemente si è trattato qualche luogo proprio della causa e l’animo dell’uditore o si rinnova verso ciò che resta, o, dette ormai tutte le cose, si ridesta. Tutti poi gli ornamenti dell’elocuzione, nei quali e di soavità e di gravità moltissimo consiste, e tutte le cose che nell’invenzione delle cose e delle sentenze hanno qualcosa di dignità,
distinguitur autem oratio atque inlustratur maxime raro inducendis locis communibus et aliquo loco iam certioribus illis auditoribus argumentis confirmato. nam et tum conceditur commune quiddam dicere, cum diligenter aliqui proprius causae locus tractatus est et auditoris animus aut renovatur ad ea, quae restant, aut omnibus iam dictis exsuscitatur. omnia autem ornamenta elocutionis, in quibus et suavitatis et gravitatis plurimum consistit, et omnia, quae in in- ventione rerum et sententiarum aliquid habent digni-
2.50 si conferiscono nei luoghi comuni. Perciò, come delle cause, così anche di molti oratori vi sono luoghi comuni. Ché se non da coloro che con molto esercizio si saranno procacciati grande copia di parole e di sentenze, non si potranno trattare ornatamente e gravemente, come la loro natura stessa richiede. E questo sia detto da noi in comune intorno a ogni genere di luoghi comuni; ora esporremo quali luoghi comuni sogliano cadere nella costituzione congetturale: ai sospetti si deve credere e non si deve credere; alle dicerie si deve credere e non si deve credere; ai testimoni si deve credere e non si deve credere; alle inquisizioni si deve credere e non si deve credere; la vita anteriore si deve scorgere e non si deve scorgere; esser di un medesimo, chi in quella cosa peccò, l’aver commesso anche questa, e non esser di un medesimo; doversi sommamente scorgere la causa e non doversi. E questi luoghi comuni, e se altri di tal sorta da un argomento proprio na-
tatis, in communes locos conferuntur. quare non, ut causarum, sic oratorum quoque multorum communes loci sunt. nam nisi ab iis, qui multa in exercitatione magnam sibi verborum et sententiarum copiam con- paraverint, tractari non poterunt ornate et graviter, quemadmodum natura ipsorum desiderat. Atque hoc sit nobis dictum communiter de omni genere locorum communium; nunc exponemus, in coniecturalem constitutionem qui loci communes in- cidere soleant: suspicionibus credi oportere et non oportere; rumoribus credi oportere et non oportere; testibus credi oportere et non oportere; quaestionibus credi oportere et non oportere; vitam ante actam spectari oportere et non oportere; eiusdem esse, qui in illa re peccarit, et hoc quoque admisisse et non esse eiusdem; causam maxime spectari causam oportere et non oportere. atque hi quidem et si qui eiusmodi ex proprio argumento communes loci na-
2.51 sceranno, si distribuiscono in parti contrarie. Vi è poi un luogo certo dell’accusatore, per cui accresce l’atrocità del fatto, e un altro per cui nega doversi avere misericordia dei malvagi; del difensore, quello per cui si mostra con indignazione la calunnia degli accusatori e quello per cui con querela si capta la misericordia. Questi e tutti gli altri luoghi comuni si prendono dai medesimi precetti, da cui le altre argomentazioni; ma quelle si trattano più tenuemente e più sottilmente e più acutamente, questi invece più gravemente e più ornatamente e con parole e altresì con sentenze eccellenti. In quelle infatti il fine è che ciò che si dice sembri esser vero, in questi, benché anche questo si debba mostrare, tuttavia il fine è l’ampiezza. Ora passiamo a un’altra costituzione.
scentur, in contrarias partes diducuntur. certus autem locus est accusatoris, per quem auget facti atrocitatem, et alter, per quem negat malorum misereri oportere: defensoris, per quem calumnia accusatorum cum in- dignatione ostenditur et per quem cum conquestione misericordia captatur. hi et ceteri loci omnes com- munes ex iisdem praeceptis sumuntur, quibus ceterae argumentationes; sed illae tenuius et subtilius et acu- tius tractantur, hi autem gravius et ornatius et cum verbis tum etiam sententiis excellentibus. in illis enim finis est, ut id, quod dicitur, verum esse videatur, in his, tametsi hoc quoque videri oportet, tamen finis est amplitudo. Nunc ad aliam constitutionem transeamus.
2.52 Quando è controversia di nome, poiché la forza del vocabolo si deve definire con parole, la costituzione si dice definitiva. Sia da noi posta per esempio di questo genere questa causa:
Gaio Flaminio, quello che da console gerì male la cosa nella seconda guerra punica, essendo tribuno della plebe, contro il volere del senato e del tutto contro la volontà di tutti gli ottimati, per via di sedizione proponeva al popolo una legge agraria. Costui suo padre, mentre teneva il concilio della plebe, trasse giù dal tempio; è chiamato in giudizio di lesa maestà. L’imputazione è: «hai diminuito la maestà, perché traesti giù dal tempio un tribuno della plebe.» La ripulsa è: «non diminuii la maestà.» La questione è: diminuì o no la maestà? Il raziocinio: ché usai di quella potestà che avevo sul figlio. L’infirmazione del raziocinio: ma chi con la potestà paterna, cioè con una certa potestà privata, infirma la potestà tribunizia, cioè la potestà del popolo, costui diminuisce la maestà. La giudicazione è: diminuisce egli la maestà, chi usi della potestà paterna contro la potestà tribunizia? A questa giudicazione converrà recare tutte le argomentazioni.
Cum est nominis controversia, quia vis vocabuli definienda verbis est, constitutio definitiva dicitur. eius generis exemplo nobis posita sit haec causa:
C. Flaminius, is qui consul rem male gessit bello Punico secundo, cum tribunus plebis esset, invito senatu et omnino contra voluntatem omnium opti- matium per seditionem ad populum legem agrariam ferebat. hunc pater suus concilium plebis habentem de templo deduxit; arcessitur maiestatis. intentio est: maiestatem minuisti, quod tribunum plebis de templo deduxisti. depulsio est: non minui maiestatem. quaestio est: maiestatemne minuerit? ratio: in filium enim quam habebam potestatem, ea sum usus. rationis infirmatio: at enim, qui patria potestate, hoc est pri- vata quadam, tribuniciam potestatem, hoc est populi potestatem, infirmat, minuit is maiestatem. iudicatio est: minuatne is maiestatem, qui in tribuniciam po- testatem patria potestate utatur? ad hanc iudicationem argumentationes omnes afferre oportebit.
2.53 E affinché alcuno per caso non arbitri che noi non intendiamo cadere anche un’altra costituzione in questa causa, noi prendiamo quella sola parte intorno a cui ci si devono dare i precetti. Spiegate poi in questo libro tutte le parti, chiunque in ogni causa, se attenderà diligentemente, vedrà tutte le costituzioni e le loro parti e le controversie, se per caso alcune in esse cadano; ché di tutte daremo prescrizione. Il primo luogo dunque dell’accusatore è una breve e aperta e secondo l’opinione degli uomini definizione di quel nome della cui forza si ricerca, in questo modo: Diminuire la maestà è derogare qualcosa alla dignità o all’ampiezza o alla potestà del popolo o di coloro a cui il popolo diede la potestà. Questo, così brevemente esposto, si ha da confermare con più parole e ragioni e da mostrare che è così come avrai descritto. Di poi converrà congiungere a ciò che avrai definito il fatto di colui che sarà accusato e, da ciò che avrai mostrato esser, per esempio, diminuire la maestà, insegnare che l’avversario diminuì la maestà e confermare tutto questo luogo con un luogo comune, per cui l’atrocità o l’indegnità o in generale la colpa del fatto stesso con indignazione si accresca.
Ac ne qui forte arbitretur nos non intellegere aliam quoque incidere constitutionem in hanc causam, eam nos partem solam sumimus, in quam praecepta nobis danda sunt. omnibus autem partibus hoc in libro explicatis quivis omni in causa, si diligenter adtendet, omnes videbit constitutiones et earum partes et contro- versias, si quae forte in eas incident; nam de omnibus praescribemus. Primus ergo accusatoris locus est eius nominis, cuius de vi quaeritur, brevis et aperta et ex opinione hominum definitio, hoc modo: Maiestatem minuere est de dignitate aut amplitudine aut potestate populi aut eorum, quibus populus potestatem dedit, aliquid derogare. hoc sic breviter expositum pluribus verbis est et rationibus confirmandum et ita esse, ut descrip- seris, ostendendum. postea ad id, quod definieris, factum eius, qui accusabitur, adiungere oportebit et ex eo, quod ostenderis esse, verbi causa maiestatem minuere, docere adversarium maiestatem minuisse et hunc totum locum communi loco confirmare, per quem ipsius facti atrocitas aut indignitas aut omnino culpa cum indignatione augeatur.
2.54 Di poi si dovrà infirmare la descrizione degli avversari. Essa poi si infirmerà, se si dimostrerà falsa. E ciò si prenderà dall’opinione degli uomini, quando si considererà in qual modo e in quali cose gli uomini, nella consuetudine dello scrivere o del conversare, soglian usare di quella parola. Parimenti si infirmerà, se si mostra che l’approvazione di quella descrizione è turpe o inutile e si mostreranno quali incomodi seguirebbero, concesso ciò — e questo si prenderà dalle parti dell’onestà e dell’utilità, di cui esporremo nei precetti della deliberazione — e se confronteremo con la nostra definizione la definizione degli avversari e dimostreremo che la nostra è vera, onesta, utile, la loro all’opposto.
post erit infirmanda ad- versariorum descriptio. ea autem infirmabitur, si falsa demonstrabitur. hoc ex opinione hominum sumetur, cum, quemadmodum et quibus in rebus homines in consuetudine scribendi aut sermocinandi eo verbo uti soleant, considerabitur. item infirmabitur, si turpis aut inutilis esse ostenditur eius descriptionis adprobatio et, quae incommoda consecutura sint eo concesso, ostendetur—id autem ex honestatis et ex utilitatis partibus sumetur, de quibus in deliberationis praecep- tis exponemus—et si cum definitione nostra adver- sariorum definitionem conferemus et nostram veram, honestam, utilem esse demonstrabimus, illorum con-
2.55 Cercheremo poi cose simili in un negozio o maggiore o minore o pari, dalle quali si affermi la nostra descrizione. Già se vi saranno più cose da definire: come, se si ricerchi se sia ladro o sacrilego chi avrà sottratto da un luogo privato vasi sacri, si dovrà usare di più definizioni; di poi con simile ragione si dovrà trattare la causa. Il luogo comune poi è contro la malizia di colui che si è sforzato d’arrogarsi la potestà non solo delle cose, ma anche delle parole, e fa ciò che vuole e ciò che avrà fatto lo chiama con quel nome che vuole. Indi il primo luogo del difensore è parimenti una breve e aperta e secondo l’opinione degli uomini descrizione del nome, in questo modo: Diminuire la maestà è amministrare qualcosa intorno alla repubblica, quando non ne hai la potestà. Indi la conferma di questa con somiglianze ed esempi e ragioni; di poi la separazione del proprio fatto da quella definizione.
tra. quaeremus autem res aut maiore aut minore aut pari in negotio similes, ex quibus affirmetur nostra descriptio. iam si res plures erunt definiendae: ut, si quaeratur, fur sit an sacrilegus, qui vasa ex privato sacra subripuerit, erit utendum pluribus definitionibus; deinde simili ratione causa tractanda. Locus autem communis in eius malitiam, qui non modo rerum, verum etiam verborum potestatem sibi arrogare cona- tus et faciat, quod velit, et id, quod fecerit, quo velit nomine appellet. Deinde defensoris primus locus est item nominis brevis et aperta et ex opinione hominum descriptio, hoc modo: Maiestatem minuere est aliquid de re publica, cum potestatem non habeas, administrare. deinde huius confirmatio similibus et exemplis et ra- tionibus; postea sui facti ab illa definitione separatio.
2.56 Indi il luogo comune, per cui si accresce l’utilità o l’onestà del fatto. Indi segue la reprensione della definizione degli avversari, che si compie con tutti quei medesimi luoghi che abbiamo prescritto all’accusatore; e le rimanenti cose poi si introdurranno le medesime, fuorché il luogo comune. Il luogo comune poi del difensore sarà quello per cui si indignerà che l’accusatore, a cagione del proprio pericolo, si sforzi non solo di mutare le cose, ma anche di commutare le parole. Ché quei luoghi comuni in verità, o che si prendono per dimostrare la calunnia degli accusatori o per captare la misericordia o per indignarsi del fatto o per distogliere dalla misericordia, si traggono dalla grandezza del pericolo, non dal genere della causa. Perciò non in ogni causa, ma in ogni genere di causa cadono. Di essi facemmo menzione nella costituzione congetturale, e ce ne serviremo per via d’introduzione, quando la causa lo richiederà.
deinde locus communis, per quem facti utilitas aut honestas adaugetur. deinde sequitur adversariorum definitionis reprehensio, quae iisdem ex locis omnibus, quos accusatori praescripsimus, conficitur; et cetera post eadem praeter communem locum inducentur. Lo- cus autem communis erit defensoris is, per quem indi- gnabitur accusatorem sui periculi causa non res solum convertere, verum etiam verba commutare conari. nam illi quidem communes loci, aut qui calumniae accu- satorum demonstrandae aut misericordiae captandae aut facti indignandi aut a misericordia deterrendi causa sumuntur, ex periculi magnitudine, non ex cau- sae genere ducuntur. quare non in omnem causam, sed in omne causae genus incidunt. eorum mentionem in coniecturali constitutione fecimus, inductione autem, cum causa postulabit, utemur.
2.57 Quando poi l’azione sembra aver bisogno di trasferimento o di commutazione, perché o non agisce colui che si conviene, o non con colui con cui si conviene, o non presso quelli, con qual legge, con qual pena, con qual delitto, in qual tempo si conviene, la costituzione si chiama traslativa. Ci sarebbero necessari moltissimi esempi di essa, se ricercassimo i singoli generi di trasferimenti; ma poiché la ragione dei precetti è simile, si deve far senza la moltitudine degli esempi. E nella nostra consuetudine almeno per molte cause avviene che più di rado cadano i trasferimenti. Ché e per le eccezioni del pretore molte azioni si escludono e abbiamo il diritto civile così costituito che soccombe nella causa colui che non avrà agito
Cum autem actio translationis aut commutationis indigere videtur, quod non aut is agit, quem oportet, aut cum eo, quicum oportet, aut apud quos, qua lege, qua poena, quo crimine, quo tempore oportet, con- stitutio translativa appellatur. eius nobis exempla permulta opus sint, si singula translationum genera quaeramus; sed quia ratio praeceptorum similis est, exemplorum multitudine supersedendum est. atque in nostra quidem consuetudine multis de causis fit, ut rarius incidant translationes. nam et praetoris excep- tionibus multae excluduntur actiones et ita ius civile habemus constitutum, ut causa cadat is, qui non quem-
2.58 come si conviene. Perciò per lo più ci si versa nella fase del diritto. Ivi infatti e si chiedono le eccezioni e si dà la potestà di agire e si costituisce ogni concezione dei giudizi privati. Nei giudizi stessi poi più di rado cadono e tuttavia, se talvolta cadono, sono di tal sorta che per sé hanno minor fermezza, ma si confermano assumendo qualche altra costituzione: come in un certo giudizio, quando era stata deferita la nomina di un certo avvelenamento e, perché era stata sottoscritta come causa di parricidio, era stato accolto fuori dell’ordine, ma nell’accusa altri certi delitti si confermavano con testimoni e argomenti, mentre del parricidio si era fatta soltanto menzione, conviene che il difensore in questo medesimo punto molto e a lungo si soffermi: non essendosi nulla dimostrato intorno all’uccisione del genitore, esser misfatto indegno affliggere l’imputato con quella pena con cui si affliggono i parricidi; e ciò, se fosse condannato, esser necessario che avvenisse, poiché e quella causa era sottoscritta e per quella cosa la nomina era stata accolta fuori dell’ordine.
admodum oportet egerit. quare in iure plerumque ver- santur. ibi enim et exceptiones postulantur et agendi potestas datur et omnis conceptio privatorum iudi- ciorum constituitur. in ipsis autem iudiciis rarius incidunt et tamen, si quando incidunt, eiusmodi sunt, ut per se minus habeant firmitudinis, confirmentur autem assumpta alia aliqua constitutione: ut in quodam iudicio, cum veneficii cuiusdam nomen esset de- latum et, quia parricidii causa subscripta esset, extra ordinem esset acceptum, in accusatione autem alia quaedam crimina testibus et argumentis confirmaren- tur, parricidii autem mentio solum facta esset, defensor in hoc ipso multum oportet et diu consistat: cum de nece parentis nihil demonstratum esset, indignum facinus esse ea poena afficere reum, qua parricidae afficiuntur; id autem, si damnaretur, fieri necesse esse, quoniam et id causae subscriptum et ea re nomen extra ordinem sit acceptum.
2.59 Se dunque non conviene affliggere l’imputato con quella pena, non conviene neppure condannarlo, poiché quella pena necessariamente segue la condanna. Qui il difensore, introducendo dal genere traslativo la commutazione della pena, infirmerà tutta l’accusa. Nondimeno, difendendo anche gli altri delitti, confermerà il trasferimento con la costituzione congetturale. Sia da noi posto in una causa un esempio di trasferimento di questa sorta: essendo venuti certi armati a far violenza, certi armati di contro furono pronti, e a un certo cavaliere romano che resisteva uno degli armati con la spada recise la mano. Agisce per le ingiurie colui a cui fu recisa la mano. Colui con cui si agisce chiede dal pretore un’eccezione: salvo che si faccia pregiudizio in un giudizio capitale dell’imputato.
ea igitur poena si af- fici reum non oporteat, damnari quoque non oportere, quoniam ea poena damnationem necessario consequa- tur. hic defensor poenae commutationem ex transla- tivo genere inducendo totam infirmabit accusationem. verumtamen ceteris quoque criminibus defendendis con- iecturali constitutione translationem confirmabit. Exemplum autem translationis in causa positum no- bis sit huiusmodi: cum ad vim faciendam quidam armati venissent, armati contra praesto fuerunt et cuidam equiti Romano quidam ex armatis resistenti gladio manum praecidit. agit is, cui manus praecisa est, iniuriarum. postulat is, quicum agitur, a praetore exceptionem: extra quam in reum capitis prae-
2.60 Qui colui che agisce chiede un giudizio puro; quell’altro, con cui si agisce, dice doversi aggiungere l’eccezione. La questione è: si deve eccettuare o no. Il raziocinio: ché non conviene che in un giudizio recuperatorio si faccia pregiudizio di quel maleficio di cui si ricerca tra i sicari. L’infirmazione del raziocinio: le ingiurie son di tal sorta che è indegno che di esse non si giudichi al primo tempo possibile. La giudicazione: l’atrocità delle ingiurie è causa sufficiente perché, mentre di essa si giudica, si faccia pregiudizio di qualche maggiore maleficio di cui sia stato apprestato un giudizio? E questo in verità è l’esempio. In ogni causa poi converrà che dall’uno e dall’altro si ricerchi: da chi e per mezzo di quali e in qual modo e in qual tempo convenga o agire o giudicare o statuire qualcosa intorno a quella cosa.
iudicium fiat. hic is, qui agit, iudicium purum postulat; ille, quicum agitur, exceptionem addi ait oportere. quaestio est: excipiundum sit an non. ratio: non enim oportet in recuperatorio iudicio eius male- ficii, de quo inter sicarios quaeritur, praeiudicium fieri. infirmatio rationis: eiusmodi sunt iniuriae, ut de iis indignum sit non primo quoque tempore iudicari. iudicatio: atrocitas iniuriarum satisne causae sit, quare, dum de ea iudicatur, de aliquo maiore maleficio, de quo iudicium conparatum sit, praeiudicetur? atque exemplum quidem hoc est. in omni autem causa ab utroque quaeri oportebit, a quo et per quos et quo modo et quo tempore aut agi aut iudicari aut quid statui de ea re conveniat.
2.61 Ciò converrà prendere dalle parti del diritto, intorno a cui si dovrà dire dopo, e ragionare che cosa in simili cose suole farsi, e vedere se per malizia altro si faccia, altro si simuli, o per stoltezza, o per necessità, perché in altro modo non possa fare, o se per occasione di agire così sia stato costituito il giudizio o l’azione, o se rettamente, senza alcuna cosa di tal sorta, la cosa si gerisca. Il luogo comune poi contro colui che introdurrà il trasferimento è: fuggire il giudizio e la pena, perché diffida della causa. Dal trasferimento poi: che vi sarà perturbazione di tutte le cose, se le cose non si geriscono e non vengono in giudizio nel modo in cui si conviene; cioè, se o si agisce con colui con cui non si conviene, o con altra pena, con altro delitto, in altro tempo; e che questa ragione concerne la perturbazione di tutti i giudizi. Queste tre costituzioni dunque, che non hanno parti, si tratteranno a questo modo. Ora consideriamo la costituzione generale e le sue parti.
id ex partibus iuris, de qui- bus post dicendum est, sumi oportebit et ratiocinari, quid in similibus rebus fieri soleat, et videre, utrum malitia quid aliud agatur, aliud simuletur, an stultitia, an necessitudine, quod alio modo agere non possit, an occasione agendi sic sit iudicium aut actio constituta, an recte sine ulla re eiusmodi res agatur. Locus autem communis contra eum, qui translationem inducet: fu- gere iudicium ac poenam, quia causae diffidat. a trans- latione autem: omnium fore perturbationem, si non ita res agantur et in iudicium veniant, quo pacto oporteat; hoc est, si aut cum eo agatur, quocum non oporteat, aut alia poena, alio crimine, alio tempore; atque hanc rationem ad perturbationem iudiciorum omnium per- tinere. Tres igitur haec constitutiones, quae partes non ha- bent, ad hunc modum tractabuntur. nunc generalem constitutionem et partes eius consideremus.
2.62 Quando, concesso e il fatto e il nome del fatto, e introdotta nessuna controversia d’azione, si ricerca la forza e la natura e il genere del negozio stesso, la chiamiamo costituzione generale. Di essa dicemmo che ci sembravano esser due le prime parti, la negoziale e la giuridiciale. La negoziale è quella che ha implicata nel negozio stesso una controversia di diritto civile. Essa è di questa sorta: un tale fece erede un pupillo; ma il pupillo morì prima di venire nella sua tutela. Intorno a quell’eredità che venne al pupillo vi è controversia tra coloro che sono eredi secondi del padre del pupillo e gli agnati del pupillo. Il possesso è degli eredi secondi. L’imputazione degli agnati è: «è nostra la pecunia di cui colui di cui siamo agnati non fece testamento.» La ripulsa è: «anzi è nostra, che siamo eredi per testamento del padre.» La questione è: di chi dei due sia? Il raziocinio: ché il padre scrisse testamento e per sé e per il figlio, finché egli fosse pupillo. Perciò quelle cose che furono del figlio è necessario che per testamento del padre divengano nostre. L’infirmazione del raziocinio: anzi il padre scrisse per sé, e comandò che l’erede secondo fosse non del figlio, ma di sé. Perciò, fuorché di ciò che fu di lui stesso, per il testamento di quello nulla può esser vostro. La giudicazione: può alcuno far testamento intorno alla cosa del figlio pupillo? oppure gli eredi secondi sono eredi del padre di famiglia stesso, non anche del figlio pupillo di lui?
Cum et facto et facti nomine concesso neque ulla actionis inlata controversia vis et natura et genus ipsius negotii quaeritur, constitutionem generalem ap- pellamus. huius primas esse partes duas nobis videri diximus, negotialem et iuridicialem. Negotialis est, quae in ipso negotio iuris civilis habet implicatam controversiam. ea est huiusmodi: quidam pupillum heredem fecit; pupillus autem ante mortuus est, quam in suam tutelam venit. de hereditate ea, quae pupillo venit, inter eos, qui patris pupilli heredes secundi sunt, et inter adgnatos pupilli contro- versia est. possessio heredum secundorum est. intentio est adgnatorum: nostra pecunia est, de qua is, cuius adgnati sumus, testatus non est. depulsio est: immo nostra, qui heredes testamento patris sumus. quaestio est: utrorum sit? ratio: pater enim et sibi et filio testamentum scripsit, dum is pupillus esset. quare, quae filii fuerunt, testamento patris nostra fiant ne- cesse est. infirmatio rationis: immo pater sibi scripsit et secundum heredem non filio, sed sibi iussit esse. quare, praeterquam quod in ipsius fuit, testamento il- lius vestrum esse non potest. iudicatio: possitne quis- quam de filii pupilli re testari; an heredes secundi ipsius patrisfamilias, non filii quoque eius pupilli heredes sint?
2.63 Ed è qui opportuno ammonire questo, che concerne molte cose, affinché non si dica né in nessun luogo né dappertutto. Vi sono cause che hanno più raziocini in una semplice costituzione; il che avviene quando ciò che è stato fatto o ciò che si difende può sembrar retto o probabile per più cause, come in questa stessa causa. Si supponga infatti dagli eredi questo raziocinio: di una sola pecunia non possono esservi più eredi per dissimili cause, né mai avvenne che della medesima pecunia altri fosse erede per testamento, altro per legge,
Atque hoc non alienum est, quod ad multa pertineat, ne aut nusquam aut usquequaque dicatur, hic ad- monere. sunt causae, quae plures habent rationes in simplici constitutione; quod fit, cum id, quod factum est aut quod defenditur, pluribus de causis rectum aut probabile videri potest, ut in hac ipsa causa. sub- ponatur enim ab heredibus haec ratio: unius enim pe- cuniae plures dissimilibus de causis heredes esse non possunt, nec umquam factum est, ut eiusdem pecuniae alius testamento, alius lege heres esset,
2.64 l’infirmazione poi sarà questa: non è una sola pecunia, perché l’una era già del pupillo come avventizia, della quale nessuno era stato scritto erede in quel testamento, se qualcosa fosse accaduto al pupillo; e dell’altra valeva ancora moltissimo la volontà del padre, ormai morto, la quale, morto ormai il pupillo, la concedeva ai propri eredi. La giudicazione è: se sia stata una sola pecunia; oppure, se useranno di questa infirmazione, che possono esservi più eredi di una sola pecunia per dissimili cause e di questo stesso vi è controversia, nasce la giudicazione: possono esservi più eredi della medesima pecunia per dissimili generi? Dunque in una sola costituzione si è inteso in qual modo e i raziocini e le infirmazioni dei raziocini e perciò le giudicazioni divengano più d’una.
infirmatio autem haec erit: non est una pecunia, propterea quod altera pupilli iam erat adventicia, cuius heres non illo in testamento quisquam scriptus erat, si quid pupillo accidisset; et de altera patris etiamnunc mortui vo- luntas plurimum valebat, quae iam mortuo pupillo suis heredibus concedebat. iudicatio est: unane pe- cunia fuerit; aut, si hac erunt usi infirmatione: posse plures esse unius heredes pecuniae dissimilibus de cau- sis et de eo ipso esse controversiam, iudicatio nascitur: possintne eiusdem pecuniae plures dissimilibus gene- ribus heredes esse? ergo una in constitutione intel- lectum est, quomodo et rationes et rationum infirma- tiones et propterea iudicationes plures fiant.
2.65 Ora vediamo i precetti di questo genere. Da entrambi, o anche da tutti, se più contenderanno, si ha da considerare da quali cose il diritto consti. Il suo inizio dunque sembra tratto dalla natura; alcune cose poi, per ragione d’utilità o a noi perspicua o oscura, sembrano esser venute in consuetudine; di poi alcune cose approvate dalla consuetudine o invero parse utili sono state confermate dalle leggi. E diritto di natura è invero ciò che a noi reca non l’opinione, ma una certa forza innata, come la religione, la pietà, la gratitudine, la vindicazione, l’osservanza, la verità.
Nunc huius generis praecepta videamus. utrisque aut etiam omnibus, si plures ambigent, ius ex quibus rebus constet, considerandum est. initium ergo eius ab natura ductum videtur; quaedam autem ex utili- tatis ratione aut perspicua nobis aut obscura in con- suetudinem venisse; post autem adprobata quaedam a consuetudine aut vero utilia visa legibus esse fir- mata; ac naturae quidem ius esse, quod nobis non opinio, sed quaedam innata vis adferat, ut religionem, pietatem, gratiam, vindicationem, observantiam, veri-
2.66 Chiamano religione quella che sta nel timore e nella cerimonia degli dèi; pietà, quella che ammonisce a conservare l’officio verso la patria o i genitori o gli altri congiunti per sangue; gratitudine, quella che tiene nella memoria e nella rimunerazione degli offici e dell’onore e delle amicizie l’osservanza; vindicazione, per la quale, difendendo o vendicando, respingiamo da noi e dai nostri, che ci devono esser cari, la violenza e la contumelia, e per la quale puniamo i peccati; osservanza, per la quale veneriamo e onoriamo coloro che ci precedono per età o sapienza o onore o qualche dignità; verità, per la quale diamo opera affinché nulla sia o sia stato o sarà fatto altrimenti che come avremo affermato.
tatem. religionem eam, quae in metu et caerimonia deorum sit, appellant; pietatem, quae erga patriam aut parentes aut alios sanguine coniunctos officium conservare moneat; gratiam, quae in memoria et re- muneratione officiorum et honoris et amicitiarum ob- servantiam teneat; vindicationem, per quam vim et contumeliam defendendo aut ulciscendo propulsamus a nobis et nostris, qui nobis cari esse debent, et per quam peccata punimur; observantiam, per quam aetate aut sapientia aut honore aut aliqua dignitate antecedentes veremur et colimus; veritatem, per quam damus operam, ne quid aliter, quam confirmaverimus, fiat aut factum aut futurum sit.
2.67 E invero i diritti di natura per se stessi si ricercano meno per questa controversia, perché né si versano in questo diritto civile e sono più remoti dall’intelligenza volgare; ma a qualche somiglianza o per amplificare la cosa spesso si devono recare. Per consuetudine poi si stima esser diritto ciò che la vetustà, per volontà di tutti, senza legge, avrà approvato. In essa poi alcuni diritti son già certi a cagione della vetustà. Nel qual genere e vi son molte altre cose, e di esse di gran lunga la massima parte è quella che i pretori sogliono editare. Alcuni generi di diritto poi son fatti ormai per certa consuetudine,
ac naturae quidem iura minus ipsa quaeruntur ad hanc controversiam, quod neque in hoc civili iure versantur et a vulgari intellegentia remotiora sunt; ad similitudinem vero aliquam aut ad rem amplificandam saepe sunt inferenda. consuetu- dine autem ius esse putatur id, quod voluntate omnium sine lege vetustas comprobarit. In ea autem quaedam sunt iura ipsa iam certa propter vetustatem. quo in genere et alia sunt multa et eorum multo maxima pars, quae praetores edicere consuerunt. quaedam autem genera iuris iam certa consuetudine facta sunt;
2.68 del qual genere è il patto, il pari, il giudicato. Il patto è ciò che, convenuto tra alcuni, si stima così giusto da dirsi che si presta secondo il diritto; il pari, ciò che è eguabile verso tutti; il giudicato, intorno a cui ormai prima si è costituito per sentenza di alcuno o di alcuni. Già i diritti legittimi si dovranno conoscere dalle leggi. Da queste parti del diritto dunque converrà attendere a ciò che a ciascuno sembrerà nascere o dalla cosa stessa o da una simile o da una maggiore o minore, e ricavarlo saggiando una per una ciascuna parte del diritto. Poiché poi dei luoghi comuni, come prima si è detto, vi sono due generi, l’uno dei quali contiene l’amplificazione di cosa dubbia, l’altro di cosa certa, si considererà che cosa dia la causa stessa e che cosa per il luogo comune si possa e si convenga accrescere. Ché non si possono prescrivere luoghi certi che cadano in tutte le cause; nella maggior parte forse converrà dire dall’autorità dei giureconsulti e contro l’autorità. Si ha da attendere poi e in questa e in tutte le cose se la cosa stessa mostri qualche luogo comune oltre quelli che noi esponiamo. Ora consideriamo il genere giuridiciale e le sue parti.
quod genus pactum, par, iudicatum. pactum est, quod inter quos convenit ita iustum putatur, ut iure praestare dicatur; par, quod in omnes aequabile est; iudicatum, de quo iam ante sententia alicuius aut aliquorum con- stitutum est. iam iura legitima ex legibus cognosci oportebit. his ergo ex partibus iuris, quod cuique aut ex ipsa re aut ex simili aut maiore minoreve nasci videbitur, attendere atque elicere pertemptando unam quamque iuris partem oportebit. Locorum autem communium quoniam, ut ante dic- tum est, duo genera sunt, quorum alterum dubiae rei, alterum certae continet amplificationem, quid ipsa causa det et quid augeri per communem locum possit et oporteat, considerabitur. nam certi, qui in omnes incidant, loci praescribi non possunt; in plerisque for- tasse ab auctoritate iuris consultorum et contra auctoritatem dici oportebit. adtendendum est autem et in hac et in omnibus, num quos locos communes praeter eos, quos nos exponimus, ipsa res ostendat. Nunc iuridiciale genus et partes consideremus.
2.69 Giuridiciale è quella in cui si ricerca la natura dell’equo e dell’iniquo e la ragione del premio o della pena. Le sue parti son due, l’una delle quali chiamiamo assoluta, l’altra assuntiva. Assoluta è quella che contiene in sé stessa, non come la negoziale implicitamente e nascostamente, ma più apertamente e più speditamente, la questione del retto e del non retto. Essa è di questa sorta: avendo i Tebani superato in guerra i Lacedemoni, ed essendo press’a poco costume dei Greci che, quando avessero gerito guerra tra loro, coloro che avessero vinto erigessero qualche trofeo nei confini, soltanto per dichiarare la vittoria al presente, non perché in perpetuo restasse memoria della guerra, eressero un trofeo di bronzo. Sono accusati presso gli
Anfizioni, cioè presso il comune consiglio della Grecia. L’imputazione è:
Iuridicialis est, in qua aequi et iniqui natura et praemii aut poenae ratio quaeritur. huius partes sunt duae, quarum alteram absolutam, adsumptivam alteram nominamus. Absoluta est, quae ipsa in se, non ut neg- otialis implicite et abscondite, sed patentius et expedi- tius recti et non recti quaestionem continet. ea est huiuscemodi: cum Thebani Lacedaemonios bello su- peravissent et fere mos esset Graiis, cum inter se bellum gessissent, ut ii, qui vicissent, tropaeum ali- quod in finibus statuerent victoriae modo in praesen- tiam declarandae causa, non ut in perpetuum belli memoria maneret, ae+neum statuerunt tropaeum. accu- santur apud
Amphictyonas id est apud commune Graeciae consilium. intentio est:
2.70 «non si conveniva.» La ripulsa è: «si conveniva.» La questione è: si conveniva o no? Il raziocinio è: ché partorimmo dalla guerra con la virtù quella gloria tale che ne volemmo lasciare ai nostri posteri eterne insegne. L’infirmazione è: ma tuttavia non si conviene che i Greci eriggano sui Greci un eterno monumento d’inimicizie. La giudicazione è: avendo i Greci, a cagione di celebrare la somma virtù, eretto sui Greci un eterno monumento d’inimicizie, rettamente o al contrario fecero? Abbiamo sottoposto questo raziocinio perché si conoscesse questo stesso genere di causa di cui trattiamo. Ché se avessimo supposto quello di cui forse si servirono, «non geriste infatti la guerra né giustamente né piamente», scivoleremmo nella relazione del delitto, di cui parleremo dopo. Che poi l’uno e l’altro genere di causa cada in questa causa è perspicuo. In essa le argomentazioni si devono prendere dai medesimi luoghi che nella causa negoziale, di cui prima si è detto.
non oportuit. de- pulsio est: oportuit. quaestio est: oportueritne? ratio est: eam enim ex bello gloriam virtute peperimus, ut eius aeterna insignia posteris nostris relinquere velle- mus. infirmatio est: at tamen aeternum inimicitiarum monumentum Graios de Graiis statuere non oportet. iudicatio est: cum summae virtutis concelebrandae causa Graii de Graiis aeternum inimicitiarum monu- mentum statuerunt, rectene an contra fecerint? hanc ideo rationem subiecimus, ut hoc causae genus ipsum, de quo agimus, cognosceretur. nam si eam subpo- suissemus, qua fortasse usi sunt: non enim iuste neque pie bellum gessistis, in relationem criminis de- laberemur, de qua post loquemur. utrumque autem causae genus in hanc causam incidere perspicuum est. in hanc argumentationes ex isdem locis sumendae sunt atque in causam negotialem, qua de ante dictum est.
2.71 I luoghi comuni poi sarà lecito e converrà prenderne molti e gravi e dalla causa stessa, se vi sarà alcunché d’indignazione o di querela, e dall’utilità e dalla natura del diritto, se la dignità della causa sembrerà richiederlo. Ora consideriamo la parte assuntiva della giuridiciale. Assuntiva dunque si dice allora, quando il fatto stesso per sé non si può provare, ma si difende con qualche argomento aggiunto di fuori. Le sue parti son quattro: la comparazione, la relazione del delitto, la rimozione del delitto, la concessione.
Locos autem communes et ex causa ipsa, si quid inerit indignationis aut conquestionis, et ex iuris uti- litate et natura multos et graves sumere licebit et oportebit, si causae dignitas videbitur postulare. Nunc adsumptivam partem iuridicialis considere- mus. Adsumptiva igitur tum dicitur, cum ipsum ex se fac- tum probari non potest, aliquo autem foris adiuncto argumento defenditur. eius partes sunt quattuor: com- paratio, relatio criminis, remotio criminis, concessio.
2.72 Comparazione è, quando qualcosa di fatto, che esso stesso non sia da provarsi, si difende da quello a cagione di cui fu fatto. Essa è di questa sorta: un certo comandante, essendo assediato dai nemici e non potendo in alcun modo fuggire, pattuì con essi di lasciar le armi e gli impedimenti e di condurre fuori i soldati; e così fece; perdute le armi e gli impedimenti, oltre la speranza conservò i soldati.
Comparatio est, cum aliquid factum, quod ipsum non sit probandum, ex eo, cuius id causa factum est, defenditur. ea est huiusmodi: quidam imperator, cum ab hostibus circumsederetur neque effugere ullo modo posset, depectus est cum iis, ut arma et inpedimenta relinqueret, milites educeret; itaque fecit; armis et in- pedimentis amissis praeter spem milites conservavit.
2.73 È accusato di lesa maestà. Qui incorre la definizione. Ma noi consideriamo questo luogo di cui trattiamo. L’imputazione è: «non si conveniva lasciar le armi e gli impedimenti.» La ripulsa è: «si conveniva.» La questione è: si conveniva o no? Il raziocinio è: ché tutti i soldati sarebbero periti. L’infirmazione è o congetturale: «non sarebbero periti»; o l’altra congetturale: «non per questo facesti», dalle quali è la giudicazione: «sarebbero periti?» e «per questo fece?»; o questa comparativa, di cui ora abbisogniamo: «ma fu meglio perdere i soldati che concedere ai nemici le armi e gli impedimenti.» Dalla quale nasce la giudicazione: dovendo tutti i soldati perire, se non fossero venuti a questo patto, fu meglio perdere i soldati o venire a questa condizione?
accusatur maiestatis. incurrit huc definitio. sed nos hunc locum, de quo agimus, consideremus. intentio est: non oportuit arma et inpedimenta relinquere. de- pulsio est: oportuit. quaestio est: oportueritne? ratio est: milites enim omnes perissent. infirmatio est aut coniecturalis: non perissent; aut altera coniecturalis: non ideo fecisti ex quibus iudicatio est: perissentne? et: ideone fecerit?; aut haec comparativa, cuius nunc indigemus: at enim satius fuit amittere milites quam arma et inpedimenta concedere hostibus. ex quo iudi- catio nascitur: cum omnes perituri milites essent, nisi ad hanc pactionem venissent, utrum satius fuerit amit- tere milites, an ad hanc condicionem venire?
2.74 Questo genere di causa converrà trattarlo dai suoi luoghi e adoperare anche la ragione e i precetti delle altre costituzioni; e massimamente, facendo congetture, infirmare ciò che con quel che si darà a delitto confronteranno coloro che saranno accusati. Ciò avverrà se o si negherà che sarebbe avvenuto ciò che i difensori diranno sarebbe avvenuto, se non fosse stato fatto ciò del cui fatto è il giudizio; o se si dimostrerà esser stato fatto per altra ragione e per altra causa che quella per cui dirà l’imputato d’aver fatto. La conferma di questa cosa, e parimenti dalla parte contraria l’infirmazione, si prenderà dalla costituzione congetturale. Se poi sarà chiamato in giudizio per un certo nome di maleficio, come in questa causa — ché è chiamato in giudizio di lesa maestà —, converrà usare della definizione e dei precetti della definizione. E queste cose invero per lo più accadono in questo genere, che si debba usare e della congettura e della definizione. Se poi cadrà anche qualche altro genere, sarà lecito trasferir qui con pari ragione i precetti di quel genere. Ché all’accusatore massimamente si deve in questo elaborare, che infirmi con quante più ragioni può quello stesso fatto a cagione del quale l’imputato stima doverglisi concedere.
Hoc causae genus ex suis locis tractari oportebit et adhibere ceterarum quoque constitutionum rationem atque praecepta; ac maxime coniecturis faciendis infir- mare illud, quod cum eo, quod crimini dabitur, ii, qui accusabuntur, comparabunt. id fiet, si aut id, quod dicent defensores futurum fuisse, nisi id factum esset, de quo facto iudicium est, futurum fuisse negabi- tur; aut si alia ratione et aliam ob causam, ac dicet se reus fecisse, demonstrabitur esse factum. eius rei con- firmatio et item contraria de parte infirmatio ex con- iecturali constitutione sumetur. sin autem certo nomine maleficii vocabitur in iudicium, sicut in hac causa— nam maiestatis arcessitur—, definitione et praeceptis definitionis uti oportebit. atque haec quidem ple- rumque in hoc genere accidunt, ut et coniectura et definitione utendum sit. sin aliud quoque aliquod genus incidet, eius generis praecepta licebit huc pari ratione transferre. Nam accusatori maxime est in hoc elaborandum, ut id ipsum factum, propter quod sibi reus concedi putet oportere, quam plurimis infirmet rationibus.
2.75 Il che è facile, se con quante più costituzioni può assalirà a improvare ciò. La comparazione stessa poi, separata dagli altri generi di controversie, si considererà così dalla sua forza, se si dimostrerà che ciò che si confronterà fu o non onesto o non utile o non necessario, o non tanto utile o non tanto onesto o non tanto necessario. Indi conviene che l’accusatore separi ciò che egli stesso arguisce da ciò che il difensore confronta. E ciò farà se dimostrerà che non così suole farsi né si conviene né vi è ragione perché questo si faccia a cagione di quello, sì che a cagione della salute dei soldati si consegnino ai nemici quelle cose che sono apprestate a cagione della salute. Di poi conviene confrontare col beneficio il maleficio e in generale contendere ciò che si arguisce con ciò che dal difensore si loda esser fatto o si dimostra esser stato da farsi, e con questo, sminuendo, a un tempo accrescere la grandezza del maleficio. Ciò si potrà fare se si dimostrerà più onesto, più utile, più necessario quello che l’imputato evitò, di quello che fece.
quod facile est, si quam plurimis constitu- tionibus aggredietur id inprobare. ipsa autem compara- tio separata a ceteris generibus controversiarum sic ex sua vi considerabitur, si illud, quod comparabitur, aut non honestum aut non utile aut non necessarium fuisse aut non tantopere utile aut non tantopere honestum aut non tantopere necessarium fuisse demonstrabitur. deinde oportet accusatorem illud, quod ipse arguat, ab eo, quod defensor conparat, separare. id autem faciet, si demonstrabit non ita fieri solere neque oportere neque esse rationem, quare hoc propter hoc fiat, ut propter salutem militum ea, quae salutis causa comparata sunt, hostibus tradantur. postea com- parare oportet cum beneficio maleficium et omnino id, quod arguitur, cum eo, quod factum ab defensore laudatur aut faciendum fuisse demonstratur, conten- dere et hoc extenuando maleficii magnitudinem simul adaugere. id fieri poterit, si demonstrabitur honestius, utilius, magis necessarium fuisse illud, quod vitarit reus, quam illud, quod fecerit.
2.76 La forza poi e la natura dell’onesto e dell’utile e del necessario si conoscerà nei precetti della deliberazione. Indi converrà esporre quella stessa giudicazione comparativa come una causa deliberativa e intorno a essa dire dai precetti della deliberazione. Sia infatti questa giudicazione, che prima esponemmo: dovendo tutti i soldati perire, se non fossero venuti a questo patto, fu meglio che i soldati perissero o che venissero a questo patto? Ciò converrà trattarlo dai luoghi della deliberazione, come se la cosa venisse in qualche consultazione. Il difensore poi, in quei luoghi in cui dall’accusatore saranno state introdotte altre costituzioni, in essi anch’egli apparecchierà la difesa dalle medesime costituzioni; ma tutti gli altri luoghi che concerneranno la comparazione stessa li tratterà al contrario.
honesti autem et utilis et necessarii vis et natura in deliberationis praecep- tis cognoscetur. deinde oportebit ipsam illam com- parativam iudicationem exponere tamquam causam deliberativam et de ea ex deliberationis praeceptis dicere. sit enim haec iudicatio, quam ante expo- suimus: cum omnes perituri milites essent, nisi ad hanc pactionem venissent, utrum satius fuerit perire milites, an ad hanc pactionem venire? hoc ex locis deliberationis, quasi aliquam in consultationem res veniat, tractari oportebit. Defensor autem, quibus in locis ab accusatore aliae constitutiones erunt inductae, in iis ipse quoque ex isdem constitutionibus defensionem comparabit; ceteros autem omnes locos, qui ad ipsam comparationem pertinebunt, ex contrario tractabit.
2.77 I luoghi comuni poi saranno: dell’accusatore, contro colui che, pur confessando intorno a qualche fatto turpe o inutile o l’uno e l’altro, ricerca tuttavia qualche difesa, e proferire con indignazione l’inutilità o la turpitudine del fatto; del difensore è che nessun fatto si deve stimare inutile né turpe né parimenti utile né onesto, se non si intenda con qual animo, in qual tempo, per qual causa sia stato fatto; il qual luogo è così comune che, ben trattato in questa causa, sarà di gran momento per persuadere; e un altro luogo, per cui con grande amplificazione si dimostra la grandezza del beneficio dall’utilità o dall’onestà o dalla necessità del fatto;
Loci communes autem erunt: accusatoris in eum, qui, cum de facto turpi aliquo aut inutili aut utroque fateatur, quaerat tamen aliquam defensionem, et facti inutilitatem aut turpitudinem cum indignatione pro- ferre; defensoris est, nullum factum inutile neque turpe neque item utile neque honestum putari opor- tere, nisi, quo animo, quo tempore, qua de causa fac- tum sit, intellegatur; qui locus ita communis est, ut bene tractatus in hac causa magno ad persuadendum momento futurus sit; et alter locus, per quem magna cum amplificatione beneficii magnitudo ex utilitate aut honestate aut facti necessitudine demonstratur;
2.78 e un terzo, per cui la cosa, espressa con parole, si pone dinanzi agli occhi di coloro che ascoltano, sì che arbitrino che anch’essi avrebbero fatto il medesimo, se a loro quella cosa e quella causa di farla fosse accaduta nel medesimo tempo. Relazione del delitto è, quando l’imputato, confessato ciò che si arguisce, dimostra d’averlo fatto secondo il diritto, indotto dal peccato altrui. Essa è di questa sorta:
Orazio, uccisi tre
Curiazi e perduti due fratelli, vincitore si ritirò a casa. Egli s’avvide che la sorella sua non si affliggeva della morte dei fratelli, ma chiamava di continuo il nome dello sposo Curiazio con gemito e lamentazione.
et tertius, per quem res expressa verbis ante oculos eorum, qui audiunt, ponitur, ut ipsi se quoque idem facturos fuisse arbitrentur, si sibi illa res atque ea faciendi causa per idem tempus accidisset. Relatio criminis est, cum reus id, quod arguitur, confessus alterius se inductum peccato iure fecisse demonstrat. ea est huiusmodi:
Horatius occisis tribus
Curiatiis et duobus amissis fratribus domum se victor recepit. is animadvertit sororem suam de fratrum morte non laborantem, sponsi autem nomen appellan- tem identidem Curiatii cum gemitu et lamentatione.
2.79 Sdegnatosi, uccise la vergine. È accusato. L’imputazione è: «ingiustamente uccidesti la sorella.» La ripulsa è: «secondo il diritto uccisi.» La questione è: secondo il diritto uccise o no? Il raziocinio è: ché ella lugeva la morte dei nemici, trascurava quella dei fratelli; mal sopportava che io e il popolo romano avessimo vinto. L’infirmazione è: tuttavia non si conveniva che da un fratello, non condannata, fosse uccisa. Dal che si fa la giudicazione: trascurando
Orazia la morte dei fratelli, lugendo quella dei nemici, non rallegrandosi della vittoria del fratello e del popolo romano, si conveniva che da un fratello, non condannata, fosse uccisa? In questo genere di causa per primo, se qualcosa si darà dalle altre costituzioni, converrà prenderlo, come nella comparazione si è prescritto; di poi, se vi sarà qualche facoltà,
indigne passus virginem occidit. accusatur. intentio est: iniuria sororem occidisti. depulsio est: iure occidi. quaestio est: iurene occiderit? ratio est: illa enim hostium mortem lugebat, fratrum neglegebat; me et populum Romanum vicisse moleste ferebat. infirmatio est: tamen a fratre indamnatam necari non oportuit. ex quo iudicatio fit: cum
Horatia fra- trum mortem neglegeret, hostium lugeret, fratris et populi Romani victoria non gauderet, oportueritne eam a fratre indamnatam necari? Hoc in genere causae primum, si quid ex ceteris dabitur constitutionibus, sumi oportebit, sicuti in com- paratione praeceptum est; postea, si qua facultas erit,
2.80 per via di qualche costituzione difendere colui su cui si trasferisce il delitto; indi, esser più lieve quello che l’imputato trasferisce nell’altro come peccato, di quello che egli stesso intraprese; di poi usare delle parti del trasferimento e mostrare da chi e per mezzo di quali e in qual modo e in qual tempo fosse convenuto o agire o giudicare o statuire intorno a quella cosa; e a un tempo mostrare che non si conveniva interporre il supplizio prima del giudizio. Allora si devono anche dimostrare le leggi e i giudizi per mezzo dei quali quel peccato, di cui di sua spontaneità l’imputato si fece vendetta, avrebbe potuto esser vindicato secondo i costumi e il giudizio. Indi negare che si convenga ascoltare ciò che si conferisce a delitto contro colui di cui colui stesso che lo conferisce
per aliquam constitutionem illum, in quem crimen transferetur, defendere; deinde, levius esse illud, quod in alterum peccatum reus transferat, quam quod ipse susceperit; postea translationis partibus uti et osten- dere, a quo et per quos et quo modo et quo tem- pore aut agi aut iudicari aut statui de ea re convene- rit; ac simul ostendere non oportuisse ante supplicium quam iudicium interponere. tum leges quoque et iudi- cia demonstranda sunt, per quae potuerit id pecca- tum, quod sponte sua reus poenitus sit, moribus et iudicio vindicari. deinde negare audire oportere id, quod in eum criminis conferatur, de quo is ipse, qui conferat,
2.81 non volle che si facesse giudizio, e doversi avere per non fatto ciò che non è stato giudicato; di poi dimostrare l’impudenza di coloro che ora accusano presso i giudici colui che essi stessi senza giudici condannarono, e fanno giudizio di colui di cui essi stessi già presero il supplizio; di poi diremo che vi sarà perturbazione del giudizio e che i giudici procederanno più oltre di quanto abbiano potestà, se a un tempo giudicheranno e dell’imputato e di colui che l’imputato arguisce; indi, se questo sia costituito, che gli uomini vendichino i peccati con peccati e le ingiurie con ingiurie, quanti incomodi ne conseguano; e che, se il medesimo avesse voluto fare colui stesso che ora accusa, non sarebbe stato affatto bisogno neppure di questo stesso giudizio;
iudicium fieri noluerit, et id, quod iudicatum non sit, pro infecto habere oportere; postea inpuden- tiam demonstrare eorum, qui eum nunc apud iudices accusent, quem sine iudicibus ipsi condemnarint, et de eo iudicium faciant, de quo iam ipsi supplicium sump- serint; postea perturbationem iudicii futuram dice- mus et iudices longius, quam potestatem habeant, progressuros, si simul et de reo et de eo, quem reus arguat, iudicarint; deinde, si hoc constitutum sit, ut peccata homines peccatis et iniurias iniuriis ulciscantur, quan- tum incommodorum consequatur; ac si idem facere ipse, qui nunc accusat, voluisset, ne hoc quidem ipso quicquam opus fuisse iudicio;
2.82 ché se invero anche gli altri facessero il medesimo, non vi sarebbe affatto alcun giudizio. Di poi si dimostrerà che, neppure se quella contro cui dall’imputato si conferisce quel delitto fosse stata condannata per giudizio, costui stesso avrebbe potuto prenderne il supplizio; perciò esser indegno che colui che neppure di una condannata avrebbe potuto egli stesso prendere le pene, abbia preso il supplizio di colei che neppure fu addotta in giudizio. Indi postulerà che proferisca con qual legge fece. Indi, come nella comparazione prescrivevamo che ciò che si confrontava fosse sminuito quanto più dall’accusatore, così in questo genere converrà confrontare la colpa di colui su cui si trasferisce il delitto col maleficio di costui che dice d’aver fatto secondo il diritto. Di poi si deve dimostrare che quella non era di tal sorta che a cagione di essa convenisse far questo. Estrema è, come nella comparazione, l’assunzione della giudicazione e intorno a essa la dizione per amplificazione dai precetti della deliberazione.
si vero ceteri quoque idem faciant, omnino iudicium nullum futurum. postea demonstrabitur, ne si iudicio quidem illa damnata esset, in quam id crimen ab reo conferatur, potuisse hunc ipsum de illa supplicium sumere; quare esse indignum eum, qui ne de damnata quidem poenas sumere ipse potuisset, de ea supplicium sumpsisse, quae ne adducta quidem sit in iudicium. deinde postu- labit, ut legem, qua lege fecerit, proferat. deinde quem- admodum in comparatione praecipiebamus, ut illud, quod compararetur, extenuaretur ab accusatore quam maxime, sic in hoc genere oportebit illius culpam, in quem crimen transferatur, cum huius maleficio, qui se iure fecisse dicat, comparare. postea demonstran- dum est non esse illud eiusmodi, ut ob id hoc fieri con- venerit. extrema est, ut in comparatione, assumptio iudicationis et de ea per amplificationem ex delibera- tionis praeceptis dictio.
2.83 Il difensore poi infirmerà ciò che s’introdurrà per via di altre costituzioni dai luoghi che sono stati tramandati; ma la relazione stessa l’approverà, primo accrescendo la colpa e l’audacia di colui su cui riferisce il delitto, e ponendola dinanzi agli occhi quanto più per via d’indignazione, se la cosa lo comporterà, congiunta alla querela; di poi dimostrando d’essersi vendicato più lievemente di quanto fosse il merito di quello, e confrontando il proprio supplizio con l’ingiuria di quello. Indi converrà infirmare con ragioni contrarie quei luoghi che saranno stati così trattati dall’accusatore da potersi confutare e volgere nella parte contraria, del qual genere sono i tre estremi.
Defensor autem, quae per alias constitutiones indu- centur, ex iis locis, qui traditi sunt, infirmabit; ipsam autem relationem comprobabit, primum augendo eius, in quem referet crimen, culpam et audaciam et quam maxime per indignationem, si res feret, iuncta con- questione ante oculos ponendo; postea levius demon- strando se poenitum, quam sit illius promeritum, et suum supplicium cum illius iniuria conferendo. deinde oportebit eos locos, qui ita erunt ab accusatore trac- tati, ut refelli et contrariam in partem converti pos- sint, quo in genere sunt tres extremi, contrariis ratio-
2.84 Quell’acerrima criminazione poi degli accusatori, per cui dimostrano che vi sarà perturbazione di tutti i giudizi, se sarà data la potestà di prendere il supplizio di un non condannato, si alleggerirà, primo se si dimostrerà un’ingiuria di tal sorta che sembri non esser stata da tollerarsi non solo da un uomo buono, ma del tutto da un uomo libero; di poi così perspicua che neppure da colui stesso che l’avesse fatta si chiamasse in dubbio; di poi di tal sorta che a essa massimamente avesse dovuto por mente colui che vi pose mente; sì che non tanto fu retto, non tanto fu onesto che quella cosa venisse in giudizio, quanto che fosse vindicata in quel modo e da colui da cui fu vindicata;
nibus infirmare. illa autem acerrima accusatorum criminatio, per quam perturbationem fore omnium iu- diciorum demonstrant, si de indamnato supplicii su- mendi potestas data sit, levabitur, primum si eius- modi demonstrabitur iniuria, ut non modo viro bono, verum omnino homini libero videatur non fuisse tole- randa; deinde ita perspicua, ut ne ab ipso quidem, qui fecisset, in dubium vocaretur; deinde eiusmodi, ut in eam is maxime debuerit animum advertere, qui ani- mum advertit; ut non tam rectum, non tam fuerit ho- nestum in iudicium illam rem pervenire, quam eo modo atque ab eo vindicari, quo modo et ab quo sit vindicata;
2.85 di poi che la cosa fu così aperta che nulla rilevava che di essa si facesse giudizio. E qui si deve dimostrare con ragioni e con cose simili che moltissime cose son così atroci e perspicue che intorno a esse non solo non è necessario, ma neppure utile aspettare quanto presto si faccia giudizio. Il luogo comune dell’accusatore è contro colui che, pur non potendo negare ciò che si arguisce, tuttavia s’apparecchia qualche speranza dalla perturbazione dei giudizi. E qui è la dimostrazione dell’utilità dei giudizi e la querela di colui che, non condannato, diede il supplizio;
postea sic rem fuisse apertam, ut iudicium de ea re fieri nihil adtinuerit. atque hic demonstran- dum est rationibus et similibus rebus permultas ita atroces et perspicuas res esse, ut de his non modo non necesse sit, sed ne utile quidem, quam mox iu- dicium fiat, exspectare. Locus communis accusatoris in eum, qui, cum id, quod arguitur, negare non possit, tamen aliquid sibi spei conparet ex iudiciorum perturbatione. atque hic utilitatis iudiciorum demonstratio et de eo conquestio, qui supplicium dederit indamnatus;
2.86 l’indignazione poi contro l’audacia e la crudeltà di colui che lo prese. Dal difensore, l’indignazione contro l’audacia di colui di cui si vendicò, con la querela di sé; e che la cosa si deve considerare non dal nome del negozio stesso, ma dal consiglio di colui che fece, e dalla causa e dal tempo; e qual male vi sarebbe stato o dall’ingiuria o dallo scelus di alcuno, se non fosse stata vindicata da colui a cui concerneva o la fama o i genitori o i figli o qualche cosa che è o necessario o conveniente che a tutti sia cara, un’audacia tanto grande e tanto perspicua. Rimozione del delitto è, quando l’imputazione del fatto che dall’avversario è recata si rimuove in un altro o in altra cosa.
in eius autem, qui sumpserit, audaciam et crudelitatem indignatio. ab defensore, in eius, quem ultus sit, audaciam cum sui conquestione; rem non ex nomine ipsius negotii, sed ex consilio eius, qui fecerit, et causa et tempore considerari oportere; quid mali futurum sit aut ex iniuria aut scelere alicuius, nisi tanta et tam perspicua audacia ab eo, ad cuius famam aut ad parentes aut ad liberos pertineret aut ad aliquam rem, quam caram esse omnibus aut necesse est aut oportet esse, vin- dicata. Remotio criminis est, cum eius intentio facti, quod ab adversario infertur, in alium aut in aliud de- movetur.
2.87 Ciò si fa in due modi; ché ora si rimuove la causa, ora la cosa stessa. Della rimozione della causa ci sia per esempio questo: i Rodii inviarono alcuni in legazione ad
Atene. Ai legati i questori non diedero la spesa che si conveniva fosse data. I legati non partirono. Sono accusati. L’imputazione è: «si conveniva partire.» La ripulsa è: «non si conveniva.» La questione è: si conveniva o no? Il raziocinio è: ché la spesa che dal pubblico suole esser data non fu data dal questore. L’infirmazione è: voi tuttavia dovevate compiere ciò che pubblicamente vi era stato dato per negozio. La giudicazione è: non essendo data a coloro che erano legati la spesa che era dovuta dal pubblico, si conveniva che essi compissero nondimeno la legazione? In questo genere per primo, come negli altri, converrà vedere se qualcosa si possa prendere o dalla congetturale o da altra costituzione. Di poi la maggior parte e dalla comparazione e dalla relazione del delitto potranno convenire anche in questa causa.
id fit bipertito; nam tum causa, tum res ipsa removetur. causae remotioni hoc nobis exem- plo sit: Rhodii quosdam legarunt
Athenas. legatis quaestores sumptum, quem oportebat dari, non dede- runt. legati profecti non sunt. accusantur. intentio est: proficisci oportuit. depulsio est: non oportuit. quaestio est: oportueritne? ratio est: sumptus enim, qui de publico dari solet, is ab quaestore non est datus. infirmatio est: vos tamen id, quod publice vobis erat negotii datum, conficere oportebat. iudi- catio est: cum iis, qui legati erant, sumptus, qui de- bebatur de publico, non daretur, oportueritne eos con- ficere nihilo minus legationem? hoc in genere pri- mum sicut in ceteris, si quid aut ex coniecturali aut ex alia constitutione sumi possit, videri oportebit. deinde pleraque et ex comparatione et ex relatione criminis in hanc quoque causam convenire poterunt.
2.88 L’accusatore poi difenderà, se potrà, colui per la colpa del quale l’imputato dirà esser avvenuto ciò; se poi non potrà, negherà che a questo giudizio concerna la colpa di quello, ma di costui che egli stesso accusa. Di poi dirà che ciascuno deve provvedere al proprio officio; né, se quello avesse peccato, conveniva che costui peccasse; indi, se quello avesse mancato, doversi quello accusare separatamente come costui, e non doversi congiungere l’accusa di quello con la difesa di costui. Il difensore poi, quando avrà trattato a fondo le altre cose, se qualcuna cadrà da altre costituzioni, intorno alla rimozione stessa argomenterà così:
Accusator autem illum, cuius culpa id factum reus dicet, primum defendet, si poterit; sin minus poterit, negabit ad hoc iudicium illius, sed huius, quem ipse accuset, culpam pertinere. postea dicet suo quemque officio consulere oportere; nec, si ille peccasset, hunc oportuisse peccare; deinde, si ille deliquerit, separatim illum sicut hunc accusari oportere et non cum huius defensione coniungi illius accusationem. Defensor autem cum cetera, si qua ex aliis incident constitutionibus, pertractarit, de ipsa remotione sic ar-
2.89 primo, dimostrerà per colpa di chi sia avvenuto; di poi, essendo ciò avvenuto per colpa altrui, mostrerà o di non aver potuto o di non aver dovuto fare ciò che l’accusatore dice che si conveniva; che cosa abbia potuto, lo dimostrerà dalle parti dell’utilità, nelle quali è implicata la forza della necessità; che cosa abbia dovuto, si considererà dall’onestà. Intorno all’uno e all’altro si dirà più distintamente nel genere deliberativo. Indi, che tutte le cose furono fatte dall’imputato che furono in sua potestà;
gumentabitur: primum, cuius acciderit culpa, demon- strabit; deinde, cum id aliena culpa accidisset, ostendet se aut non potuisse aut non debuisse id facere, quod accusator dicat oportuisse; quid potuerit, ex utilitatis partibus, in quibus est necessitudinis vis implicata, demonstrabit quid debuerit, ex honestate considera- bitur. de utroque distinctius in deliberativo genere dicetur. deinde omnia facta esse ab reo, quae in ipsius fuerint potestate;
2.90 che ciò che fu fatto meno di quanto era convenuto, avvenne per colpa altrui. Indi, esposta la colpa altrui, si deve dimostrare quanta volontà e quanto studio vi fu in lui stesso, e ciò si deve confermare con segni di questa sorta: dalla rimanente diligenza, dalle cose prima fatte o dette; e che ciò gli era utile a farsi, inutile poi a non farsi, e che con la rimanente vita ciò era più consentaneo di quel che, per colpa altrui, non fece. Se poi non in un uomo certo, ma in qualche cosa la causa si rimuoverà, come in questa medesima cosa, se il questore fosse morto e perciò ai legati non fosse stata data la pecunia, tolta l’accusa dell’altro e la ripulsa della colpa, converrà usare similmente degli altri luoghi e assumere dalle parti della concessione quelle che convengano; intorno alle quali ci si dovrà dire.
quod minus, quam convenerit, fac- tum sit, culpa id alterius accidisse. deinde alterius culpa exponenda demonstrandum est, quantum volun- tatis et studii fuerit in ipso, et id signis confirman- dum huiusmodi: ex cetera diligentia, ex ante factis aut dictis; atque hoc ipsi utile fuisse facere, inutile autem non facere, et cum cetera vita fuisse hoc magis consentaneum, quam quod propter alterius culpam non fecerit. si autem non in hominem certum, sed in rem aliquam causa demovebitur, ut in hac eadem re, si quaestor mortuus esset et idcirco legatis pe- cunia data non esset, accusatione alterius et culpae depulsione dempta ceteris similiter uti locis oportebit et ex concessionis partibus, quae convenient, assumere; de quibus nobis dicendum erit.
2.91 I luoghi comuni poi sono press’a poco gli stessi per l’uno e l’altro che cadono nelle superiori assuntive; questi tuttavia con la massima certezza: dell’accusatore, l’indignazione del fatto; del difensore, che, essendo la colpa in altri, o non essendo in lui stesso, non si conviene che egli sia afflitto dal supplizio. La rimozione poi della cosa stessa si fa quando l’imputato nega che ciò che si dà a delitto né a lui né al suo officio sia appartenuto; né, se in esso vi sia stato alcun delitto, doversi a lui attribuire. Questo genere di causa è di tal sorta: in quel patto che un tempo fu fatto con i
Sanniti, un certo giovine nobile sostenne il porco per comando del comandante. Improvato poi il patto dal senato e consegnato il comandante ai Sanniti, taluno in senato dice che anche colui che tenne il porco si conviene consegnare.
Loci autem communes idem utrisque fere, qui in superioribus assumptivis, incident; hi tamen certissi- me: accusatoris, facti indignatio; defensoris, cum in alio culpa sit, aut in ipso non sit, supplicio se affici non oportere. Ipsius autem rei fit remotio, cum id, quod datur crimini, negat neque ad se neque ad officium suum reus pertinuisse; nec, si quid in eo sit delictum, sibi adtribui oportere. id causae genus est huiusmodi: in eo foedere, quod factum est quondam cum
Samnitibus, quidam adulescens nobilis porcum sustinuit iussu im- peratoris. foedere autem ab senatu inprobato et im- peratore Samnitibus dedito quidam in senatu eum quoque dicit, qui porcum tenuerit, dedi oportere.
2.92 L’imputazione è: «si conviene consegnare.» La ripulsa è: «non si conviene.» La questione è: si conviene o no? Il raziocinio è: ché non fu mio l’officio né mia la potestà, essendo io di quell’età e privato, e essendovi un comandante di somma autorità e potestà, cui spettava vedere che si stringesse un patto abbastanza onesto. L’infirmazione è: ma poiché tu ti facesti partecipe in un patto turpissimo di somma religione, conviene che tu sia consegnato. La giudicazione è: colui che non ebbe alcuna potestà, essendo per comando del comandante intervenuto nel patto e in tanta religione, si deve consegnare ai nemici o no? Questo genere di causa differisce dal superiore in ciò, che in quello l’imputato concede che si sarebbe convenuto che egli facesse ciò che l’accusatore dice che si sarebbe convenuto fare, ma attribuisce la causa a qualche cosa o uomo che fu d’impedimento alla sua volontà, senza le parti della concessione; ché di esse vi è una certa forza maggiore, come poco appresso s’intenderà.
in- tentio est: dedi oportet. depulsio est: non oportet. quaestio est: oporteatne? ratio est: non enim meum fuit officium nec mea potestas, cum et id aetatis et privatus essem et esset summa cum auctoritate et potestate imperator, qui videret, ut satis honestum foedus feriretur. infirmatio est: at enim quoniam par- ticeps tu factus es in turpissimo foedere summae re- ligionis, dedi te convenit. iudicatio est: cum is, qui potestatis nihil habuerit, iussu imperatoris in foedere et in tanta religione interfuerit, dedendusne sit hosti- bus necne? hoc genus causae cum superiore hoc differt, quod in illo concedit se reus oportuisse facere id, quod fieri dicat accusator oportuisse, sed alicui rei aut homini causam attribuit, quae voluntati suae fuerit inpedimento, sine concessionis partibus; nam earum maior quaedam vis est, quod paulo post intellegetur.
2.93 In questo invece non deve accusare altri né trasferire la colpa in altro, ma dimostrare che quella cosa nulla concerne né lui né la sua potestà né il suo officio, né concernette. E in questo genere accade questo di nuovo, che anche l’accusatore spesso compie la criminazione dalla rimozione, come se taluno accusi colui che, essendo pretore, chiamò il popolo alle armi in spedizione, mentre vi erano i consoli. Ché come nell’esempio superiore l’imputato rimoveva il fatto dal proprio officio e dalla potestà, così in questo l’accusatore stesso, rimovendo il fatto dall’officio e dalla potestà di colui che è accusato,
in hoc autem non accusare alterum nec culpam in alium transferre debet, sed demonstrare eam rem nihil ad se nec ad potestatem neque ad officium suum per- tinuisse aut pertinere. atque in hoc genere hoc ac- cidit novi, quod accusator quoque saepe ex remo- tione criminationem conficit, ut si quis eum accuset, qui, cum praetor esset, in expeditionem ad arma populum vocarit, cum consules essent. nam ut in su- periore exemplo reus ab suo officio et a potestate factum demovebat, sic in hoc ab eius officio ac po- testate, qui accusatur, ipse accusator factum remo-
2.94 con questa medesima ragione conferma l’accusazione. In questa converrà che dall’uno e dall’altro, da tutte le parti dell’onestà e da tutte le parti dell’utilità, con esempi, con segni, raziocinando, si ricerchi quale sia l’officio, il diritto, la potestà di ciascuno, e se a colui di cui si tratterà fosse stato attribuito quel diritto, quell’officio, quella potestà o no. I luoghi comuni poi converrà prenderli dalla cosa stessa, se avrà alcunché d’indignazione o di querela. La concessione è quella per cui dall’imputato non si prova il fatto stesso, ma si chiede che gli si perdoni. Le sue parti son due: la purgazione e la deprecazione. La purgazione è quella per cui di colui che è accusato non si difende il fatto stesso, ma la volontà. Essa ha tre parti: l’imprudenza, il caso, la necessità.
vendo hac ipsa ratione confirmat accusationem. in hac ab utroque ex omnibus partibus honestatis et ex om- nibus utilitatis partibus, exemplis, signis, ratiocinando, quid cuiusque officii, iuris, potestatis sit, quaeri opor- tebit et fueritne ei, quo de agetur, id iuris, officii, potestatis attributum necne. Locos autem communes ex ipsa re, si quid indigna- tionis aut conquestionis habebit, sumi oportebit. Concessio est, per quam non factum ipsum pro- batur ab reo, sed ut ignoscatur, id petitur. cuius partes sunt duae: purgatio et deprecatio. Purgatio est, per quam eius, qui accusatur, non factum ipsum, sed vo- luntas defenditur. ea habet partes tres: inprudentiam, casum, necessitudinem.
2.95 L’imprudenza è quando si nega che colui che è arguito abbia saputo qualcosa; come presso taluni vi era la legge: che nessuno immolasse a
Diana un vitello. Certi naviganti, essendo gettati nell’alto mare da una tempesta avversa, votarono che, se avessero raggiunto quel porto che scorgevano, avrebbero immolato un vitello a quel dio che ivi fosse. Per caso era in quel porto un tempio di quella Diana cui non era lecito immolare un vitello. Imprudenti della legge, sbarcati, immolarono il vitello. Sono accusati. L’imputazione è: «immolaste il vitello a quel dio cui non era lecito.» La ripulsa è posta nella concessione. Il raziocinio è: non sapevo che non fosse lecito. L’infirmazione è: tuttavia, poiché facesti ciò che non era lecito secondo la legge, sei degno del supplizio. La giudicazione è: avendo egli fatto ciò che non si conveniva, e non avendo saputo che ciò non si conveniva, è degno del supplizio?
Inprudentia est, cum scisse aliquid is, qui arguitur, negatur; ut apud quosdam lex erat: ne quis
Dianae vitulum immolaret. nautae quidam, cum adversa tem- pestate in alto iactarentur, voverunt, si eo portu, quem conspiciebant, potiti essent, ei deo, qui ibi esset, se vitulum immolaturos. casu erat in eo portu fanum Dianae eius, cui vitulum immolare non licebat. in- prudentes legis, cum exissent, vitulum immolaverunt. accusantur. intentio est: vitulum immolastis ei deo, cui non licebat. depulsio est in concessione posita. ratio est: nescivi non licere. infirmatio est: tamen, quoniam fecisti, quod non licebat ex lege, supplicio dignus es. iudicatio est: cum id fecerit, quod non oportuerit, et id non oportere nescierit, sitne supplicio dignus?
2.96 Il caso poi si introdurrà nella concessione, quando si dimostra che qualche forza della fortuna ostò alla volontà, come in questa: essendo presso i Lacedemoni la legge che, se il fornitore non avesse fornito le vittime per un certo sacrificio, fosse pena capitale, colui che le aveva appaltate cominciò a condurre le vittime dal campo in città, mentre incalzava il giorno del sacrificio. Allora a un tratto, levatesi grandi tempeste, il fiume
Eurota, quello che scorre presso Lacedemone, divenne così grande e veemente che le vittime in nessun modo si potevano far passare.
Casus autem inferetur in concessionem, cum demon- stratur aliqua fortunae vis voluntati obstitisse, ut in hac: cum Lacedaemoniis lex esset, ut, hostias nisi ad sacrificium quoddam redemptor praebuisset, capital esset, hostias is, qui redemerat, cum sacrificii dies instaret, in urbem ex agro coepit agere. tum subito magnis commotis tempestatibus fluvius
Eurotas, is qui praeter Lacedaemonem fluit, ita magnus et vehemens factus est, ut ea traduci victimae nullo modo possent.
2.97 Il fornitore, per mostrare la sua volontà, collocò tutte le vittime sul lido, sì che coloro che erano al di là del fiume potessero vederle. Pur sapendo tutti che la subitanea grandezza del fiume era stata d’impedimento al suo zelo, tuttavia taluni lo citarono in giudizio capitale. L’imputazione è: «le vittime, che dovevi per il sacrificio, non furono presenti.» La ripulsa è la concessione. Il raziocinio: ché il fiume crebbe a un tratto e per ciò non si poterono far passare. L’infirmazione: tuttavia, poiché ciò che la legge comanda non fu fatto, sei degno del supplizio. La giudicazione è: avendo il fornitore fatto qualcosa contro la legge in quella cosa in cui al suo zelo ostò la subitanea grandezza del fiume, è degno del supplizio?
redemptor suae voluntatis ostendendae causa hostias constituit omnes in litore, ut, qui trans flumen essent, videre possent. cum omnes studio eius subitam flu- minis magnitudinem scirent fuisse inpedimento, tamen quidam capitis arcesserunt. intentio est: hostiae, quas debuisti ad sacrificium, praesto non fuerunt. depulsio concessio. ratio: flumen enim subito accrevit et ea re traduci non potuerunt. infirmatio: tamen, quon- iam, quod lex iubet, factum non est, supplicio dignus es. iudicatio est: cum in ea re contra legem redemptor aliquid fecerit, qua in re studio eius subita fluminis obstiterit magnitudo, supplicio dignusne sit?
2.98 La necessità poi s’introduce quando l’imputato si difende d’aver fatto ciò che fece per una certa violenza, in questo modo: vi è presso i Rodii una legge, che, se qualche nave rostrata sia stata sorpresa nel porto, si confischi. Essendovi nell’alto mare una grande tempesta, la forza dei venti spinse la nave nel porto dei Rodii contro la volontà dei naviganti. Il questore reclama la nave per il pubblico, il padrone della nave nega che si convenga confiscarla. L’imputazione è: «una nave rostrata fu sorpresa nel porto.» La ripulsa è la concessione. Il raziocinio: per violenza e per necessità fummo spinti nel porto. L’infirmazione è: la nave tuttavia secondo la legge si conviene che sia del pubblico. La giudicazione è: avendo la legge confiscato la nave rostrata sorpresa nel porto, ed essendo questa nave stata gettata nel porto contro la volontà dei naviganti dalla forza della tempesta, si conviene confiscarla?
Necessitudo autem infertur, cum vi quadam reus id, quod fecerit, fecisse defenditur, hoc modo: lex est apud Rhodios, ut, si qua rostrata in portu navis depre- hensa sit, publicetur. cum magna in alto tempestas esset, vis ventorum invitis nautis in Rhodiorum por- tum navem coe+git. quaestor navem populi vocat, na- vis dominus negat oportere publicari. intentio est: rostrata navis in portu deprehensa est. depulsio con- cessio. ratio: vi et necessario sumus in portum coacti. infirmatio est: navem ex lege tamen populi esse oportet. iudicatio est: cum rostratam navem in portu deprehensam lex publicarit cumque haec navis invitis nautis vi tempestatis in portum coniecta sit, oporteatne eam publicari?
2.99 Di questi tre generi perciò abbiamo raccolto in un sol luogo gli esempi, perché in essi si tramanda un simile precetto degli argomenti. Ché in tutti questi per primo, se la cosa stessa ne darà qualche facoltà, converrà che l’accusatore introduca una congettura, sì che ciò che si negherà essere stato fatto volontariamente si dimostri con qualche sospetto essere stato fatto a bella posta; di poi introdurre la definizione della necessità o del caso o dell’imprudenza e congiungere a quella definizione esempi nei quali sembri esservi stata l’imprudenza o il caso o la necessità, e da questi separare ciò che l’imputato adduce, cioè mostrarlo dissimile, perché fu più lieve, più facile, non ignorabile, non fortuito, non necessario; di poi dimostrare che si sarebbe potuto evitare: con questa ragione si sarebbe potuto provvedere, se avesse fatto questo o quello, o, se non l’avesse fatto, premunirsi; e con definizioni mostrare che ciò non si conviene chiamare imprudenza o caso o necessità, ma inerzia, negligenza, fatuità.
Horum trium generum idcirco in unum locum con- tulimus exempla, quod similis in ea praeceptio argu- mentorum traditur. nam in his omnibus primum, si quid res ipsa dabit facultatis, coniecturam induci ab accusatore oportebit, ut id, quod voluntate factum ne- gabitur, consulto factum suspicione aliqua demon- stretur; deinde inducere definitionem necessitudinis aut casus aut inprudentiae et exempla ad eam defini- tionem adiungere, in quibus inprudentia fuisse videatur aut casus aut necessitudo, et ab his id, quod reus in- ferat, separare, id est ostendere dissimile, quod le- vius, facilius non ignorabile, non fortuitum, non necessarium fuerit; postea demonstrare potuisse vitari: hac ratione provideri potuisse, si hoc aut illud fe- cisset, aut, nisi fecisset, praecaveri; et definitionibus ostendere non hanc inprudentiam aut casum aut ne- cessitudinem, sed inertiam, neglegentiam, fatuitatem nominari oportere.
2.100 E se qualche necessità sembrerà avere turpitudine, converrà, redarguendo per via dell’intreccio dei luoghi comuni, dimostrare che sarebbe stato meglio sopportare qualunque cosa, anzi finanche morire, che obbedire a una necessità di tal sorta. E allora, da quei luoghi di cui si è detto nella parte negoziale, converrà ricercare la natura del diritto e dell’equità e considerare questo stesso, come in una giuridiciale assoluta, per sé, separatamente da tutte le cose. E in questo luogo, se vi sarà facoltà, converrà usare di esempi nei quali, in simile scusa, non vi fu perdono, e per contrasto, che a quelli più si sarebbe dovuto perdonare, e dalle parti della deliberazione, che è cosa turpe o inutile che si conceda quella cosa che fu commessa dall’avversario: esser cosa grandissima e di grande futuro danno, se quella cosa fosse trascurata da coloro che hanno la potestà di vindicarla.
ac si qua necessitudo turpitudi- nem videbitur habere, oportebit per locorum commu- nium inplicationem redarguentem demonstrare quid- vis perpeti, mori denique satius fuisse quam eius- modi necessitudini optemperare. atque tum ex iis locis, de quibus in negotiali parte dictum est, iuris et aequitatis naturam oportebit quaerere et quasi in absoluta iuridiciali per se hoc ipsum ab rebus omni- bus separatim considerare. atque hoc in loco, si fa- cultas erit, exemplis uti oportebit, quibus in simili excusatione non sit ignotum, et contentione, magis illis ignoscendum fuisse, et deliberationis partibus, turpe aut inutile esse concedi eam rem, quae ab ad- versario commissa sit: permagnum esse et magno fu- turum detrimento, si ea res ab iis, qui potestatem habent vindicandi, neglecta sit.
2.101 Il difensore poi, convertite tutte queste parti, le potrà adoperare; ma massimamente si soffermerà nel difendere la volontà e nell’accrescere quella cosa che fu d’impedimento alla volontà; e che egli non poté fare più di quanto fece; e che in tutte le cose si conviene scorgere la volontà; e che non può esser convinto, perché è lontano dalla colpa; che a suo nome si potrebbe condannare la comune infermità degli uomini. Indi che nulla è più indegno che colui che è privo di colpa non sia privo del supplizio. I luoghi comuni poi: dell’accusatore, contro la confessione, e quanta potestà di peccare si lascia, se una volta sia stato istituito che non del fatto, ma della causa del fatto si ricerchi;
Defensor autem conversis omnibus his partibus pot- erit uti; maxime autem in voluntate defendenda com- morabitur et in ea re adaugenda, quae voluntati fuerit inpedimento; et se plus, quam fecerit, facere non po- tuisse; et in omnibus rebus voluntatem spectari opor- tere; et se convinci non posse, quod absit a culpa; suo nomine communem hominum infirmitatem posse dam- nari. deinde nihil esse indignius quam eum, qui culpa careat, supplicio non carere. Loci autem communes: accusatoris in confessionem, et quanta potestas peccandi relinquatur, si semel in- stitutum sit, ut non de facto, sed de facti causa quaera-
2.102 del difensore, la querela di quella calamità che non per colpa, ma per una certa maggiore violenza accadde, e della potestà della fortuna e dell’infermità degli uomini e che considerino il suo animo, non l’evento. In tutte le quali cose converrà che vi sia la querela delle proprie tribolazioni e l’indignazione della crudeltà degli avversari. E a nessuno converrà maravigliarsi, se o in questi o in altri esempi vedrà congiunta anche una controversia di scritto. Di tal genere ci si dovrà dire dopo separatamente, perché certi generi di cause si considerano semplicemente dalla loro forza, certi invece si assumono anche qualche altro genere di controversia.
tur; defensoris conquestio est calamitatis eius, quae non culpa, sed vi maiore quadam acciderit, et de for- tunae potestate et hominum infirmitate et, uti suum animum, non eventum considerent. in quibus omnibus conquestionem suarum aerumnarum et crudelitatis ad- versariorum indignationem inesse oportebit. Ac neminem mirari conveniet, si aut in his aut in aliis exemplis scripti quoque controversiam adiunctam videbit. quo de genere post erit nobis separatim di- cendum, propterea quod quaedam genera causarum simpliciter ex sua vi considerantur, quaedam autem sibi aliud quoque aliquod controversiae genus assu-
2.103 Perciò, conosciute tutte le cose, non sarà difficile trasferire in ciascuna causa ciò che da quel genere pure converrà; come in questi esempi della concessione è in tutti la controversia di scritto, quella che si chiama dallo scritto e dalla sentenza; ma, poiché parlavamo della concessione, in essa demmo i precetti, in altro luogo poi diremo dello scritto e della sentenza. Ora intenderemo ormai la considerazione all’altra parte della concessione.
munt. quare omnibus cognitis non erit difficile in unam quamque causam transferre, quod ex eo quoque genere conveniet; ut in his exemplis concessionis inest omnibus scripti controversia, ea quae ex scripto et sententia nominatur; sed, quia de concessione loque- bamur, in eam praecepta dedimus, alio autem loco de scripto et de sententia dicemus. Nunc in alteram concessionis partem consideratio-
2.104 La deprecazione è quella in cui si contiene non la difesa del fatto, ma la postulazione del perdono. Questo genere a stento si può provare in giudizio, perché, concesso il peccato, è difficile impetrare da colui che dev’essere vindice dei peccati che perdoni. Perciò di una parte di questo genere si potrà usare, quando non avrai costituito su di esso la causa; come se per qualche uomo chiaro o forte, di cui molti son i benefizi verso la repubblica, dicessi, potresti, pur sembrando non usare della deprecazione, tuttavia usarne, in questo modo: «Che se costui, o giudici, in tale suo frangente, per i suoi benefizi, per il suo zelo che sempre ebbe verso voi, a cagione dei suoi molti retti fatti, vi postulasse di perdonargli un sol delitto, tuttavia sarebbe degno della vostra mansuetudine, degno della virtù di lui, o giudici, che da voi, postulandolo costui, questa cosa s’impetrasse.» Indi sarà lecito accrescere i benefizi e per via del luogo comune condurre i giudici alla volontà di perdonare.
nem iam intendemus. Deprecatio est, in qua non de- fensio facti, sed ignoscendi postulatio continetur. hoc genus vix in iudicio probari potest, ideo quod con- cesso peccato difficile est ab eo, qui peccatorum vindex esse debet, ut ignoscat, impetrare. quare parte eius generis, cum causam non in eo constitueris, uti licebit; ut si pro aliquo claro aut forti viro, cuius in rem publi- cam multa sunt beneficia, diceres, posses, cum videaris non uti deprecatione, uti tamen, ad hunc modum: quodsi, iudices, hic pro suis beneficiis, pro suo studio, quod in vos semper habuit, tali suo tempore multorum suorum recte factorum causa uni delicto ut ignosce- retis postularet, tamen dignum vestra mansuetudine, dignum virtute huius esset, iudices, a vobis hanc rem hoc postulante impetrari. deinde augere beneficia licebit et iudices per locum communem ad ignoscendi voluntatem ducere.
2.105 Perciò questo genere, benché nei giudizi non si versi se non in qualche parte, tuttavia, poiché e questa stessa parte è talora da introdursi e in senato o in consiglio spesso si deve trattare in ogni genere, anche su di esso porremo i precetti. Ché in senato o in consiglio a lungo si deliberò di
Siface, e di
Quinto Numitorio Pullo presso
Lucio Opimio e il suo consiglio a lungo si disse, e in questo invero valse più la postulazione del perdonare che del conoscere. Ché egli non provava così facilmente d’essere sempre stato d’animo buono verso il popolo romano, quando usava della costituzione congetturale, quanto che per il posteriore benefizio gli si perdonasse, quando congiungeva le parti della deprecazione.
quare hoc genus quamquam in iudiciis non versatur nisi quadam ex parte, tamen, quia et pars haec ipsa inducenda nonnumquam est et in senatu aut in consilio saepe omni in genere tractanda, in id quoque praecepta ponemus. nam in senatu aut in consilio de
Syphace diu deliberatum est, et de
Q. Numitorio Pullo apud
L. Opimium et eius consilium diu dictum est, et magis in hoc qui- dem ignoscendi quam cognoscendi postulatio valuit. nam semper animo bono se in populum Romanum fuisse non tam facile probabat, cum coniecturali con- stitutione uteretur, quam ut propter posterius bene- ficium sibi ignosceretur, cum deprecationis partes ad- iungeret.
2.106 Converrà dunque che colui che postulerà che gli si perdoni rammemori, se ne potrà avere, i suoi benefizi e, se potrà, mostri che essi sono maggiori di questi peccati che commise, sì che da lui sembri esser provenuto più di bene che di male; di poi proferire i benefizi dei suoi maggiori, se ve ne saranno; di poi mostrare di non aver fatto ciò che fece per odio né per crudeltà, ma o per stoltezza o per impulso di alcuno o per qualche onesta o probabile causa; di poi promettere e affermare che egli, e ammaestrato da questo peccato e confermato dal benefizio di coloro che gli avranno perdonato, si terrà in ogni tempo lontano da tale procedere; di poi mostrare la speranza che egli in qualche luogo grande sarà d’utilità a coloro
Oportebit igitur eum, qui sibi ut ignoscatur, postu- labit, commemorare, si qua sua poterit beneficia et, si poterit, ostendere ea maiora esse quam haec, quae deliquerit, ut plus ab eo boni quam mali profectum esse videatur; deinde maiorum suorum beneficia, si qua exstabunt, proferre; deinde ostendere non odio neque crudelitate fecisse, quod fecerit, sed aut stultitia aut inpulsu alicuius aut aliqua honesta aut probabili causa; postea polliceri et confirmare se et hoc peccato doctum et beneficio eorum, qui sibi ignoverint, con- firmatum omni tempore a tali ratione afuturum; de- inde spem ostendere aliquo se in loco magno iis,
2.107 che gli avranno concesso il perdono; di poi, se vi sarà facoltà, dimostrerà di essere consanguineo o già fin dai maggiori amico per primo, e mostrerà l’ampiezza della sua volontà, la nobiltà della stirpe, la dignità di coloro che lo vogliono salvo, e dimostrerà che le altre cose che son attribuite alle persone per onestà e ampiezza sono in lui, con querela, senza arroganza, sì che sembri degno piuttosto di qualche onore che di alcun supplizio; di poi proferire gli altri ai quali furono concessi maggiori delitti. E molto gioverà, se mostrerà d’essere stato, quando ne aveva la potestà, misericordioso e proclive a perdonare. E quello stesso peccato si dovrà attenuare, sì che sembri aver nociuto quanto meno possibile, e si dovrà dimostrare che è cosa turpe o inutile prendere il supplizio di tale uomo.
qui sibi concesserint, usui futurum; postea, si facultas erit, se aut consanguineum * aut iam a maioribus inprimis amicum esse demonstrabit et amplitudinem suae vo- luntatis, nobilitatem generis, eorum, qui se salvum velint, dignitatem ostendere, et cetera ea, quae per- sonis ad honestatem et amplitudinem sunt adtributa, cum conquestione, sine arrogantia, in se esse demon- strabit, ut honore potius aliquo quam ullo supplicio dignus esse videatur; deinde ceteros proferre, quibus maiora delicta concessa sint. ac multum proficiet, si se misericordem in potestate, propensum ad igno- scendum fuisse ostendet. atque ipsum illud pecca- tum erit extenuandum, ut quam minimum obfuisse videatur, et aut turpe aut inutile demonstrandum tali de homine supplicium sumere.
2.108 Di poi per via dei luoghi comuni converrà captare la misericordia da quei precetti che sono esposti nel primo libro. L’avversario poi accrescerà i misfatti: dirà che nulla fu fatto imprudentemente, ma tutto per crudeltà e malizia; che egli fu spietato, superbo; e, se potrà, mostrerà che fu sempre nemico e che amico non può divenire in alcun modo. Se proferirà i benefizi, o dimostrerà che furono fatti per qualche causa, non per benevolenza, o che dopo fu concepito un acre odio, o che tutti quelli furono cancellati dai misfatti, o che i benefizi furono più lievi dei misfatti, o che, essendo stato reso onore ai benefizi, si conviene prendere la pena del misfatto.
deinde locis commu- nibus misericordiam captare oportebit ex iis praecep- tis, quae in primo libro sunt exposita. Adversarius autem malefacta augebit: nihil impru- denter, sed omnia ex crudelitate et malitia facta dicet; ipsum inmisericordem, superbum fuisse; et, si poterit, ostendet semper inimicum fuisse et amicum fieri nullo modo posse. si beneficia proferet, aut aliqua de causa facta, non propter benivolentiam demonstrabit, aut postea odium esse acre susceptum, aut illa omnia maleficiis esse deleta, aut leviora beneficia quam male- ficia, aut, cum beneficiis honos habitus sit, pro male-
2.109 Di poi che è cosa turpe o inutile perdonare. Di poi che è somma stoltezza non usare, contro colui di cui spesso desiderarono di aver la potestà, di quella stessa potestà; doversi considerare quale animo e quale odio ebbero verso di lui. Il luogo comune poi sarà l’indignazione del misfatto e l’altro, che si conviene aver misericordia di coloro che son nelle miserie per la fortuna, non per la malizia. Poiché dunque nella costituzione generale tanto a lungo ci soffermiamo a cagione della moltitudine delle sue parti, affinché per caso l’animo di alcuno, distratto dalla varietà e dissimilitudine delle cose, non sia portato in qualche errore, sembra che si debba ammonire che cosa ancora ci resti di quel genere e perché resti. Dicevamo che giuridiciale è la causa in cui si ricerca la natura dell’equo e dell’iniquo e la ragione del premio o della pena.
ficio poenam sumi oportere. deinde turpe esse aut inutile ignosci. deinde, de quo ut potestas esset saepe optarint, in eum * ob potestatem non uti summam esse stultitiam; cogitare oportere, quem animum in eum et quod odium habuerint. Locus autem communis erit indignatio maleficii et alter eorum misereri oportere, qui propter fortunam, non propter malitiam in miseriis sint. Quoniam ergo in generali constitutione tamdiu prop- ter eius partium multitudinem commoramur, ne forte varietate et dissimilitudine rerum diductus alicuius animus in quendam errorem deferatur, quid etiam no- bis ex eo genere restet et quare restet, admonendum videtur. Iuridicialem causam esse dicebamus, in qua aequi et iniqui natura et praemii aut poenae ratio quaere- retur.
2.110 Esponemmo quelle cause in cui si ricerca dell’equo e dell’iniquo. Resta ora che spieghiamo del premio e della pena. Vi son infatti molte cause che constano della petizione di qualche premio. Ché e presso i giudici spesso si ricerca del premio degli accusatori e dal senato o dal consiglio spesso si chiede qualche premio. E a nessuno converrà arbitrare che noi, quando poniamo qualche esempio che si agiti in senato, ci allontaniamo dal genere giudiciale degli esempi. Ché qualunque cosa si dica intorno all’approvare o improvare un uomo, pur accomodandosi a quella dizione anche la ragione delle sentenze, ciò, se si agisce per via della dizione di sentenza, non è deliberativo; ma, poiché si statuisce intorno a un uomo, si deve avere per giudiciale. In generale poi chi avrà conosciuto diligentemente la forza e la natura di tutte le cause, le intenderà differire per genere e prima conformazione, ma vedrà che nelle altre parti son tutte adatte fra loro e l’una implicata nell’altra.
eas causas, in quibus de aequo et iniquo quae- ritur, exposuimus. restat nunc, ut de praemio et de poena explicemus. sunt enim multae causae, quae ex praemii alicuius petitione constant. nam et apud iudi- ces de praemio saepe accusatorum quaeritur et a se- natu aut a consilio aliquod praemium saepe petitur. ac neminem conveniet arbitrari nos, cum aliquod exemplum ponamus, quod in senatu agatur, ab iudi- ciali genere exemplorum recedere. quicquid enim de homine probando aut inprobando dicitur, cum ad eam dictionem sententiarum quoque ratio accommodetur, id non, si per sententiae dictionem agitur, delibera- tivum est; sed, quia de homine statuitur, iudiciale est habendum. omnino autem qui diligenter omnium cau- sarum vim et naturam cognoverit, genere et prima conformatione eas intelleget dissidere, ceteris autem partibus aptas inter se omnes et aliam in alia impli- catam videbit.
2.111 Ora consideriamo dei premi. Il console
Lucio Licinio Crasso inseguì e annientò certuni nella
Gallia citeriore, forniti di nessun illustre né certo capo né di tal nome né numero da esser degni di dirsi nemici del popolo romano, che tuttavia con incursioni e ladrocini rendevano infesta la provincia. Ritorna a Roma: postula il trionfo dal senato. Qui e nella deprecazione nulla ci concerne il pervenire alla giudicazione sottoponendo raziocini e infirmazioni dei raziocini, perché, se non cadrà anche un’altra costituzione o parte di costituzione, la giudicazione sarà semplice e si conterrà nella questione stessa: nella deprecazione, di questa sorta: si conviene esser afflitto dalla pena? In questa, di questa sorta: si conviene dare il premio?
Nunc de praemiis consideremus.
L. Licinius Crassus consul quosdam in
citeriore Gallia nullo inlustri neque certo duce neque eo nomine neque numero praeditos, uti digni essent, qui hostes populi Romani esse diceren- tur, qui tamen excursionibus et latrociniis infestam provinciam redderent, consectatus est et confecit. Ro- mam redit: triumphum ab senatu postulat. hic et in deprecatione nihil ad nos attinet rationibus et infir- mationibus rationum subponendis ad iudicationem pervenire, propterea quod, nisi alia quoque incidet constitutio aut pars constitutionis, simplex erit iudi- catio et in quaestione ipsa continebitur: in depreca- tione, huiusmodi: oporteatne poena affici? in hac, huiusmodi: oporteatne dari praemium?
2.112 Ora esporremo i luoghi appropriati alla questione del premio. La ragione dunque del premio è distribuita in quattro parti: nei benefizi, nell’uomo, nel genere del premio, nei mezzi. I benefizi si considerano dalla loro forza, dal tempo, dall’animo di colui che li fece, dal caso. Dalla loro forza si ricercheranno in questo modo: se siano grandi o piccoli, facili o difficili, singolari o volgari, veri o falsi, abbelliti da qualche ornamento; dal tempo poi, se allora, quando eravamo bisognosi, quando gli altri non potevano o non volevano soccorrere, se allora, quando la speranza ci aveva abbandonato; dall’animo, se non a cagione del proprio comodo, se con quel consiglio fece tutto, perché potesse compier questo; dal caso, se sembrerà fatto non dalla fortuna, ma dall’industria, o se la fortuna avrà ostato all’industria.
Nunc ad praemii quaestionem appositos locos ex- ponemus. ratio igitur praemii quattuor est in partes distributa: in beneficia, in hominem, in praemii genus, in facultates. Beneficia ex sua vi, ex tempore, ex animo eius, qui fecit, ex casu considerantur. ex sua vi quaerentur hoc modo: magna an parva, facilia an difficilia, singu- laria sint an vulgaria, vera an falsa quadam exornatione honestentur; ex tempore autem, si tum, cum indigeremus, cum ceteri non possent aut nollent opi- tulari, si tum, cum spes deseruisset; ex animo, si non sui commodi causa, si eo consilio fecit omnia, ut hoc conficere posset; ex casu, si non fortuna, sed indu- stria factum videbitur aut si industriae fortuna obsti- tisse.
2.113 Dall’uomo poi, con quali ragioni visse, quanta spesa o fatica abbia profuso in quella cosa; se mai abbia fatto qualcosa di tale; se non postuli per sé il premio dell’altrui fatica o della bontà degli dèi; se mai egli stesso abbia negato che si convenisse afficere taluno di premio per tale causa; o se ormai sia stato reso abbastanza onore per ciò che fece; o se gli sia stato necessario fare ciò che fece; o se il fatto sia di tal sorta che, se non l’avesse fatto, sarebbe degno del supplizio, non, perché lo fece, del premio; o se postuli il premio prima del tempo e venda a prezzo certo una speranza incerta; o se, per evitare qualche supplizio, perciò postuli il premio, sì che sembri esser stato fatto di sé un pregiudizio. Nel genere poi del premio si considererà che cosa e quanto e perché si postuli e di quale e quanto premio ciascuna cosa sia degna; di poi si ricercherà presso i maggiori a quali uomini e per quali cause sia stato reso tale onore;
In hominem autem, quibus rationibus vixerit, quid sumptus in eam rem aut laboris insumpserit; ecquid aliquando tale fecerit; num alieni laboris aut deorum bonitatis praemium sibi postulet; num aliquando ipse talem ob causam aliquem praemio affici negarit opor- tere; aut num iam satis pro eo, quod fecerit, honos habitus sit; aut num necesse fuerit ei facere id, quod fecerit; aut num eiusmodi sit factum, ut, nisi fecisset, supplicio dignus esset, non, quia fecerit, praemio; aut num ante tempus praemium petat et spem incertam certo venditet pretio; aut num, quod supplicium ali- quod vitet, eo praemium postulet, uti de se praeiudi- cium factum esse videatur. In praemii autem genere, quid et quantum et quam- obrem postuletur et quo et quanto quaeque res prae- mio digna sit, considerabitur; deinde, apud maiores quibus hominibus et quibus de causis talis honos habi- tus sit, quaeretur;
2.114 di poi, che quell’onore non si divulghi troppo. E qui sarà il luogo comune di colui che dirà contro qualcuno che postula un premio: che i premi della virtù e dell’officio si conviene siano sacri e casti né si comunichino con gli improbi o si divulghino tra gli uomini mediocri; e l’altro: che gli uomini saranno meno cupidi di virtù, divulgato il premio della virtù; ché le cose rare e ardue, esperimentandole, sembrano agli uomini belle e gioconde; e il terzo: se sorgessero coloro che presso i nostri maggiori furono degnati di tale onore per egregia virtù, non penserebbero forse che si scema della loro gloria, vedendo che tali uomini son afficiati di pari premio? E la loro enumerazione e il loro confronto con coloro contro cui dici. La amplificazione poi del fatto di colui che postula il premio, e il contrasto con i propri fatti di coloro che furono afficiati di premio.
deinde, ne is honos nimium pervul- getur. atque hic eius, qui contra aliquem praemium postulantem dicet, locus erit communis: praemia vir- tutis et officii sancta et casta esse oportere neque ea aut cum inprobis communicari aut in mediocribus hominibus pervulgari; et alter: minus homines vir- tutis cupidos fore virtutis praemio pervulgato; quae enim rara et ardua sint, ea experiendo pulchra et iu- cunda hominibus videri; et tertius: si exsistant, qui apud maiores nostros ob egregiam virtutem tali ho- nore dignati sunt, nonne de sua gloria, cum pari prae- mio tales homines affici videant, delibari putent? et eorum enumeratio et cum iis, quos contra dicas, com- paratio. eius autem, qui praemium petet, facti sui amplificatio, eorum, qui praemio affecti sunt, cum suis factis contentio.
2.115 Di poi, che gli altri saranno respinti dallo studio della virtù, se egli stesso non sarà stato afficiato di premio. I mezzi poi si considerano, quando si postula qualche premio pecuniario; nel che si considera se vi sia copia di campo, di tributi, di pecunia, o penuria. I luoghi comuni: che i mezzi si convengono accrescere, non sminuire; e che è impudente colui che per un benefizio postula non gratitudine, ma mercede; e all’opposto, che è cosa sordida raziocinare di pecunia, quando si delibera del rendere gratitudine; e che egli postula non prezzo per il fatto, ma onore, com’è solito, per il benefizio. E delle costituzioni invero s’è detto abbastanza: ora sembra che si debba dire di quelle controversie che si versano nello scritto.
deinde ceteros a virtutis studio repul- sum iri, si ipse praemio non sit affectus. Facultates autem considerantur, cum aliquod pecu- niarium praemium postulatur; in quo, utrum copiane sit agri, vectigalium, pecuniae an penuria, conside- ratur. Loci communes: facultates augere, non minu- ere oportere; et, inpudentem esse, qui pro beneficio non gratiam, verum mercedem postulet; contra autem de pecunia ratiocinari sordidum esse, cum de gratia referunda deliberetur; et, se pretium non pro facto, sed honorem ita, ut factitatum sit, pro beneficio postu- lare. Ac de constitutionibus quidem satis dictum est: nunc de iis controversiis, quae in scripto versantur, dicen- dum videtur.
2.116 Nello scritto si versa la controversia quando dalla ragione della scrittura nasce qualcosa di dubbio. Ciò avviene dall’ambiguo, dallo scritto e dalla sentenza, dalle leggi contrarie, dal raziocinio, dalla definizione. Dall’ambiguo poi nasce la controversia quando è oscuro che cosa lo scrittore abbia sentito, perché lo scritto significa due o più cose, in questo modo: un padre di famiglia, facendo erede il figlio, legò così a sua moglie cento libbre di vasi d’argento: «il mio erede dia a mia moglie cento libbre di vasi d’argento, quelli che vorrà.» Dopo la sua morte la madre chiede al figlio i vasi magnifici e preziosamente cesellati. Egli dice di dover dare quelli che egli stesso vorrà. Per primo, se si potrà fare, si deve dimostrare che non fu scritto ambiguamente, perché tutti nella consuetudine del discorso son soliti usare di quella parola, una o più volte, in quella sentenza in cui colui che dice dimostrerà che si deve intendere.
In scripto versatur controversia, cum ex scriptio- nis ratione aliquid dubii nascitur. id fit ex ambiguo, ex scripto et sententia, ex contrariis legibus, ex ratio- cinatione, ex definitione. Ex ambiguo autem nascitur controversia, cum, quid senserit scriptor, obscurum est, quod scriptum duas pluresve res significat, ad hunc modum: paterfami- lias, cum filium heredem faceret, vasorum argenteo- rum centum pondo uxori suae sic legavit: heres meus uxori meae vasorum argenteorum pondo cen- tum, quae volet, dato. post mortem eius vasa ma- gnifica et pretiose caelata petit a filio mater. ille se, quae ipse vellet, debere dicit. primum, si fieri poterit, demonstrandum est non esse ambigue scrip- tum, propterea quod omnes in consuetudine sermo- nis sic uti solent eo verbo uno pluribusve in eam sen- tentiam, in quam is, qui dicet, accipiendum esse demon-
2.117 Di poi dalla scrittura superiore e dall’inferiore si deve insegnare che ciò che si ricerca diviene perspicuo. Perciò, se le parole stesse si considerano separatamente per sé, sembreranno tutte o la maggior parte ambigue; ma quelle che, considerate da tutta la scrittura, divengono perspicue, queste non si conviene stimare ambigue. Di poi in quale sentenza fu lo scrittore converrà prenderlo dai suoi altri scritti e dai fatti, dai detti, dall’animo e dalla vita di lui, e quella stessa scrittura, in cui sarà quell’ambiguità di cui si ricerca, tutta, da tutte le parti, saggiare, se qualcosa o sia appropriato a ciò che noi interpretiamo, o si opponga a ciò che l’avversario intende. Ché facilmente, che cosa verisimilmente abbia voluto colui che scrisse, si considererà da tutta la scrittura e dalla persona dello scrittore e da quelle cose che son attribuite alle persone.
strabit. deinde ex superiore et ex inferiore scriptura docendum id, quod quaeratur, fieri perspicuum. quare si ipsa separatim ex se verba considerentur, omnia aut pleraque ambigua visum iri; quae autem ex omni considerata scriptura perspicua fiant, haec ambigua non oportere existimare. deinde, qua in sententia scriptor fuerit, ex ceteris eius scriptis et ex factis, dic- tis, animo atque vita eius sumi oportebit et eam ipsam scripturam, in qua inerit illud ambiguum, de quo quae- retur, totam omnibus ex partibus pertemptare, si quid aut ad id appositum sit, quod nos interpretemur, aut ei, quod adversarius intellegat, adversetur. nam facile, quid veri simile sit eum voluisse, qui scripsit, ex omni scriptura et ex persona scriptoris atque iis rebus, quae personis attributae sunt, considerabitur.
2.118 Di poi si dovrà dimostrare, se dalla cosa stessa si darà qualche facoltà, che ciò che l’avversario intende si può fare molto meno comodamente di ciò che noi accogliamo, perché di quella cosa non v’è né amministrazione né alcun esito; ciò che noi diciamo, si può facilmente e comodamente transigere; come in questa legge — ché nulla impedisce di porre un esempio fittizio, perché più facilmente s’intenda la cosa —: «la meretrice non abbia corona d’oro; se l’avrà avuta, sia confiscata», contro colui che dice convenirsi che la meretrice sia confiscata secondo la legge, si potrebbe dire che non v’è alcuna amministrazione né esito della legge nel confiscare una meretrice pubblica, ma che nel confiscare l’oro e l’amministrazione e l’esito è facile e nulla v’è d’incomodo.
deinde erit demonstrandum, si quid ex re ipsa dabitur facultatis, id, quod adversarius intellegat, multo minus commode fieri posse, quam id, quod nos accipimus, quod illius rei neque administratio neque exitus ullus exstet; nos quod dicamus, facile et commode transigi posse; ut in hac lege—nihil enim prohibet fictam exempli loco ponere, quo facilius res intellegatur—: meretrix coronam auream ne habeto; si habuerit, publica esto, contra eum, qui meretricem publicari dicat ex lege oportere, possit dici neque administrationem esse ullam publicae meretricis neque exitum legis in mere- trice publicanda, at in auro publicando et admini- strationem et exitum facilem esse et incommodi nihil inesse.
2.119 E converrà attendere diligentemente anche a questo, se, approvato ciò che l’avversario intende, una cosa più utile o più onesta o più necessaria sembri esser stata trascurata dallo scrittore. Ciò avverrà, se ciò che noi dimostreremo lo dimostreremo onesto o utile o necessario, e se diremo che ciò che dagli avversari si dirà è minimamente di tal sorta. Di poi, se nella legge vi sarà controversia dall’ambiguo, converrà dar opera che si insegni essersi provveduto in altra cosa con la legge intorno a ciò che l’avversario intende.
ac diligenter illud quoque adtendere oportebit, num illo probato, quod adversarius intellegat, res uti- lior aut honestior aut magis necessaria ab scriptore neglecta videatur. id fiet, si id, quod nos demon- strabimus, honestum aut utile aut necessarium demon- strabimus, et si id, quod ab adversariis dicetur, minime eiusmodi esse dicemus. deinde si in lege erit ex amb- iguo controversia, dare operam oportebit, ut de eo, quod adversarius intellegat, alia in re lege cautum esse doceatur.
2.120 Moltissimo poi gioverà dimostrare in qual modo egli avrebbe scritto, se avesse voluto che si facesse o s’intendesse ciò che l’avversario accoglie; come in questa causa in cui si ricerca dei vasi d’argento, la donna potrebbe dire che nulla rilevava aggiungere «quelli che vorrà», se egli rimettesse alla volontà dell’erede. Ché, non aggiunto ciò, non vi sarebbe alcun dubbio che l’erede desse quelli che egli stesso volesse. Sarebbe dunque stato follia, volendo cautelare l’erede, aggiungere ciò, non aggiunto il quale nondimeno si cautelava l’erede.
permultum autem proficiet illud demon- strare, quemadmodum scripsisset, si id, quod adver- sarius accipiat, fieri aut intellegi voluisset, ut in hac causa, in qua de vasis argenteis quaeritur, possit mulier dicere nihil adtinuisse adscribi quae volet, si heredis voluntati permitteret. eo enim non adscripto nihil esse dubitationis, quin heres, quae ipse vellet, daret. amentiae igitur fuisse, cum heredi vellet cavere, id adscribere, quo non adscripto nihilominus heredi caveretur.
2.121 Perciò converrà usare grandemente in tali cause di questo genere: in questo modo avrebbe scritto, non avrebbe usato di codesta parola, non avrebbe collocato in codesto luogo codesta parola. Ché da queste cose massimamente si scorge la sentenza dello scrittore. Di poi si deve ricercare in qual tempo fu scritto, sì che s’intenda che cosa sia verisimile egli abbia voluto in un tempo di tal sorta. Indi dalle parti della deliberazione si deve dimostrare che cosa sia più utile e che cosa più onesto e a lui per lo scrivere e a costoro per l’approvare; e da queste cose, se qualcosa darà di amplificazione, converrà usare dei luoghi comuni dall’una e dall’altra parte. Dallo scritto e dalla sentenza consta la controversia, quando l’uno usa delle parole stesse che furono scritte, l’altro aggiunge tutta la dizione a ciò che dirà aver lo scrittore sentito.
quare hoc genere magnopere talibus in causis uti oportebit: hoc modo scripsisset, isto verbo usus non esset, non isto loco verbum istud con- locasset. nam ex his sententia scriptoris maxime perspicitur. deinde quo tempore scriptum sit, quaeren- dum est, ut, quid eum voluisse in eiusmodi tempore veri simile sit, intellegatur. post ex deliberationis partibus, quid utilius et quid honestius et illi ad scri- bendum et his ad conprobandum sit, demonstrandum; et ex his, si quid amplificationis dabitur, communi- bus utrimque locis uti oportebit. Ex scripto et sententia controversia consistit, cum alter verbis ipsis, quae scripta sunt, utitur, alter ad id, quod scriptorem sensisse dicet, omnem adiungit dictionem.
2.122 La sentenza poi dello scrittore da colui che con la sentenza si difenderà ora si dimostrerà spettare sempre al medesimo e volere il medesimo; ora da qualche fatto o da qualche evento si accomoderà al tempo ciò che egli istituì. Spettare sempre al medesimo, in questo modo: un padre di famiglia, non avendo affatto figli, ma avendo moglie, così scrisse nel testamento: «se mi nasce un figlio, uno o più, costui mi sia erede»; di poi quelle cose che son solite; appresso: «se il figlio muore prima d’esser venuto nella sua tutela, allora» — dirà — «mi sia erede». Il figlio non nacque. Gli agnati contendono con colui che è erede, se il figlio fosse morto prima di venire nella sua tutela.
scriptoris autem sententia ab eo, qui sen- tentia se defendet, tum semper ad idem spectare et idem velle demonstrabitur; tum ex facto aut ex eventu aliquo ad tempus id, quod instituit, accommodabitur. semper ad idem spectare, hoc modo: paterfamilias cum liberorum haberet nihil, uxorem autem haberet, in testamento ita scripsit: si mihi filius genitur unus pluresve, is mihi heres esto. deinde quae assolent. postea: si filius ante moritur, quam in tutelam suam venerit, tum mihi, * dicet, heres esto. filius natus non est. ambigunt adgnati cum eo, qui est heres, si filius ante, quam in tutelam veniat, mor-
2.123 In questo genere non si può dire che la sentenza dello scrittore si convenga accomodare al tempo e a qualche evento, perciò che si dimostra esser quella sola sentenza, fidando nella quale colui che parla contro lo scritto difende esser sua l’eredità. Altro è invero il genere di coloro che introducono la sentenza, nel quale non si mostra una semplice volontà dello scrittore, che valga la medesima in ogni tempo e in ogni fatto, ma si dice doversi interpretare al tempo da qualche fatto o evento. Esso massimamente si sostiene dalle parti della giuridiciale assuntiva. Ché ora s’introduce la comparazione, come in colui che, vietando la legge d’aprire le porte di notte, le aprì in una certa guerra e accolse nella città certi soccorsi, perché non fossero oppressi dai nemici,
tuus sit. in hoc genere non potest hoc dici, ad tem- pus et ad eventum aliquem sententiam scriptoris opor- tere accommodari, propterea quod ea sola esse demon- stratur, qua fretus ille, qui contra scriptum dicit, suam esse hereditatem defendit. aliud autem genus est eorum, qui sententiam inducunt, in quo non simplex voluntas scriptoris ostenditur, quae in omne tempus et in omne factum idem valeat, sed ex quodam facto aut eventu ad tempus interpretanda dicitur. ea par- tibus iuridicialis assumptivae maxime sustinetur. nam tum inducitur comparatio, ut in eo, qui, cum lex ape- riri portas noctu vetaret, aperuit quodam in bello et auxilia quaedam in oppidum recepit, ne ab hostibus opprimerentur,
2.124 se fossero rimasti di fuori, poiché i nemici avevano gli accampamenti presso le mura; ora la relazione del delitto, come in quel soldato che, vietando la comune legge di tutti d’uccidere un uomo, uccise il suo tribuno dei soldati che tentava d’usargli violenza; ora la rimozione del delitto, come in colui che, avendogli la legge prestabilito in quali giorni dovesse partire per la legazione, non partì perché il questore non gli diede la spesa; ora la concessione per via di purgazione e per imprudenza, come nell’immolazione del vitello, e per violenza, come nella nave rostrata, e per caso, come nella grandezza dell’Eurota. Perciò la sentenza s’introdurrà o così, che si dimostri lo scrittore aver voluto un qualche cosa di solo, o così, che si insegni egli aver voluto questo in una cosa e in un tempo di tal sorta.
si foris essent, quod prope muros hostes castra haberent; tum relatio criminis, ut in eo milite, qui, cum communis lex omnium hominem occi- dere vetaret, tribunum militum suum, qui vim sibi afferre conaretur, occidit; tum remotio criminis, ut in eo, qui, cum lex, quibus diebus in legationem pro- ficisceretur, praestituerat, quia sumptum quaestor non dedit, profectus non est; tum concessio per purgatio- nem et per inprudentiam, ut in vituli immolatione, et per vim, ut in nave rostrata, et per casum, ut in Eurotae magnitudine. quare aut ita sententia induce- tur, ut unum quiddam voluisse scriptor demonstre- tur, aut sic, ut in eiusmodi re et tempore hoc voluisse doceatur.
2.125 Dunque colui che difenderà lo scritto potrà usare per lo più di tutti questi luoghi, della maggior parte poi sempre: per primo, della lode dello scrittore e del luogo comune, che nulla si conviene che coloro che giudicano scorgano se non ciò che fu scritto; e tanto più, se si proferirà uno scritto legittimo, cioè o la legge stessa o qualcosa che dalla legge; appresso, ciò che è la cosa più veemente, del confronto del fatto o dell’intenzione degli avversari con lo scritto stesso: che cosa fu scritto, che cosa fu fatto, su che cosa giurò il giudice; il qual luogo converrà variare in molti modi, ora egli stesso maravigliandosi con sé qual mai cosa si possa dire in contrario, ora ritornando all’officio del giudice e ricercando da lui che cosa egli debba di più udire o aspettare; ora producendo l’avversario stesso quasi in luogo di testimone, cioè interrogandolo, se neghi che sia stato scritto in quel modo, oppure neghi d’aver fatto in contrario o che si contenda in contrario;
Ergo is, qui scriptum defendet, his locis plerumque omnibus, maiore autem parte semper poterit uti: pri- mum scriptoris conlaudatione et loco communi, nihil eos, qui iudicent, nisi id, quod scriptum, spectare oportere; et hoc eo magis, si legitimum scriptum pro- feretur, id est aut lex ipsa aut aliquid ex lege; postea, quod vehementissimum est, facti aut intentionis adver- sariorum cum ipso scripto contentione, quid scriptum sit, quid factum, quid iuratus iudex; quem locum mul- tis modis variare oportebit, tum ipsum secum admi- rantem, quidnam contra dici possit, tum ad iudicis officium revertentem et ab eo quaerentem, quid prae- terea audire aut exspectare debeat; tum ipsum ad- versarium quasi in testis loco producendo, hoc est interrogando, utrum scriptumne neget esse eo modo, an ab se contra factum esse aut contra contendi neget;
2.126 se abbia osato negare, dirà ch’egli cesserà di parlare. Se non negherà né l’uno né l’altro e tuttavia parlerà in contrario: che non v’è cosa per cui alcuno arbitri di poter mai vedere un uomo più impudente. In questo converrà soffermarsi così, quasi nulla di più si dovesse dire e quasi nulla si potesse dire in contrario, recitando spesso ciò che fu scritto, scontrando spesso il fatto dell’avversario con lo scritto e talora acremente ritornando al giudice stesso. Nel qual luogo al giudice si deve dimostrare su che cosa abbia giurato, che cosa debba seguire: che per due cause si conviene che il giudice dubiti, se o lo scritto sia oscuro o l’avversario neghi qualcosa;
utrum negare ausus sit, se dicere desiturum. si neu- trum neget et contra tamen dicat: nihil esse quo hominem inpudentiorem quisquam se visurum arbi- tretur. in hoc ita commorari conveniet, quasi nihil praeterea dicendum sit et quasi contra dici nihil possit, saepe id, quod scriptum est, recitando, saepe cum scrip- to factum adversarii confligendo atque interdum acri- ter ad iudicem ipsum revertendo. quo in loco iudici demonstrandum est, quid iuratus sit, quid sequi debeat: duabus de causis iudicem dubitare oportere, si aut scriptum sit obscure aut neget aliquid adversarius;
2.127 ma quando e lo scritto sia aperto e l’avversario confessi ogni cosa, allora si conviene che il giudice obbedisca alla legge, non che interpreti la legge. Confermato questo luogo, converrà allora dissolvere quelle cose che si potranno dire in contrario. Si dirà poi in contrario, se o si dimostrerà che lo scrittore sentì tutt’altro e scrisse altro, come in quella controversia del testamento che ponemmo, o si introdurrà una causa assuntiva, per la quale non si fosse potuto o non si fosse convenuto obbedire allo scritto.
cum et scriptum aperte sit et adversarius omnia con- fiteatur, tum iudicem legi parere, non interpretari legem oportere. Hoc loco confirmato tum diluere ea, quae contra dici poterunt, oportebit. contra autem dicetur, si aut pror- sus aliud sensisse scriptor et scripsisse aliud demon- strabitur, ut in illa de testamento, quam posuimus, controversia, aut causa assumptiva inferetur, quamob- rem scripto non potuerit aut non oportuerit optem- perari.
2.128 Se si dirà che lo scrittore sentì una cosa, ne scrisse un’altra, colui che userà dello scritto dirà queste cose: che non si conviene che noi argomentiamo intorno alla volontà di colui che, perché non potessimo farlo, ci lasciò un indizio della sua volontà; che molti incomodi conseguono, se si istituisce che si receda dallo scritto. Ché e coloro che scrivono qualcosa non stimeranno che ciò che avranno scritto sarà rato, e coloro che giudicano non avranno nulla di certo da seguire, se una volta avranno preso costume di recedere dallo scritto. Che se invero si deve conservare la volontà dello scrittore, sé, non gli avversari, star dalla volontà di lui. Ché molto più presso s’accosta alla volontà dello scrittore colui che la interpreta dalle lettere stesse di lui, che non quell’altro il quale scorge la sentenza dello scrittore non dallo scritto stesso di lui — poiché egli lasciò quasi un’immagine della sua volontà — ma la scruta per via di domestici sospetti.
Si aliud sensisse scriptor, aliud scripsisse dicetur, is, qui scripto utetur, haec dicet: non oportere de eius voluntate nos argumentari, qui, ne id facere possemus, indicium nobis reliquerit suae voluntatis; multa in- commoda consequi, si instituatur, ut ab scripto rece- datur. nam et eos, qui aliquid scribant, non existi- maturos id, quod scripserint, ratum futurum, et eos, qui iudicent, certum, quod sequantur, nihil habituros, si semel ab scripto recedere consueverint. quodsi voluntas scriptoris conservanda sit, se, non adver- sarios, a voluntate eius stare. nam multo propius accedere ad scriptoris voluntatem eum, qui ex ipsius eam litteris interpretetur, quam illum, qui sententiam scriptoris non ex ipsius scripto spectet, quod ille suae voluntatis quasi imaginem reliquerit, sed domesticis suspicionibus perscrutetur.
2.129 Se poi colui che starà dalla sentenza addurrà una causa, per primo si dovrà dire in contrario: quanto sia assurdo non negare d’aver fatto contro la legge, ma trovare una qualche causa per cui l’abbia fatto; di poi che ogni cosa è rivolta: che prima erano soliti gli accusatori persuadere ai giudici esser prossimo a qualche colpa colui che era accusato, proferendo la causa che l’aveva spinto a peccare; —
Sin causam afferet is, qui a sententia stabit, pri- mum erit contra dicendum: quam absurdum non negare contra legem fecisse, sed, quare fecerit, cau- sam aliquam invenire; deinde conversa esse omnia: ante solitos esse accusatores iudicibus persuadere, ad- finem esse alicuius culpae eum, qui accusaretur, cau- sam proferre, quae eum ad peccandum impulisset;—
2.130 ora invece l’imputato stesso addurre la causa per cui abbia delinquito. Di poi introdurre questa partizione, nelle cui singole parti converranno molte argomentazioni: per primo, che in nessuna legge si conviene accogliere alcuna causa contro lo scritto; di poi, se nelle altre leggi si convenisse, che questa è una legge di tal sorta che in essa non si conviene; per ultimo, se anche in questa legge si convenisse, che questa causa appunto si conviene minimamente accogliere. La prima parte si confermerà press’a poco con questi luoghi: che allo scrittore non mancò né ingegno né opera né alcuna facoltà, ond’egli non potesse apertamente scriver per disteso ciò che pensava; che non gli fu grave né difficile eccettuare quella causa che gli avversari proferiscono, se avesse stimato doversi eccettuare qualcosa:
nunc ipsum reum causam afferre, quare deliquerit. deinde hanc inducere partitionem, cuius in singulas partes multae convenient argumentationes: primum, nulla in lege ullam causam contra scriptum accipi con- venire; deinde, si in ceteris legibus conveniat, hanc esse eiusmodi legem, ut in ea non oporteat; postremo, si in hac quoque lege oporteat, hanc quidem causam accipi minime oportere. Prima pars his fere locis confirmabitur: scriptori neque ingenium neque operam neque ullam faculta- tem defuisse, quo minus aperte posset perscribere id, quod cogitaret; non fuisse ei grave nec difficile eam causam excipere, quam adversarii proferant, si quic- quam excipiendum putasset:
2.131 che son soliti coloro che scrivono le leggi usare di eccezioni. Di poi si conviene recitare leggi scritte con eccezioni e massimamente vedere se in quella legge stessa di cui si tratta vi sia qualche eccezione in qualche capo o presso il medesimo scrittore della legge, sì che tanto più si provi ch’egli avrebbe eccettuato, se avesse stimato doversi eccettuare qualcosa; e mostrare che accogliere una causa non è altro se non togliere la legge, perciò che, una volta che la causa si consideri, nulla rileva considerarla dalla legge, poiché essa non è scritta nella legge. Che se ciò fosse istituito, a tutti si darebbe causa e potestà di peccare, quando avranno inteso che voi giudicate la cosa dall’ingegno di colui che fece contro la legge, non dalla legge nella quale giuraste; di poi che si turberanno e ai giudici stessi le ragioni del giudicare e agli altri cittadini quelle del vivere,
consuesse eos, qui leges scribant, exceptionibus uti. deinde oportet recitare leges cum exceptionibus scriptas et maxime videre, ecquae in ea ipsa lege, qua de agatur, sit exceptio ali- quo in capite aut apud eundem legis scriptorem, quo magis probetur eum fuisse excepturum, si quid exci- piendum putaret; et ostendere causam accipere nihil aliud esse nisi legem tollere, ideo quod, cum semel causa consideretur, nihil attineat eam ex lege con- siderare, quippe quae in lege scripta non sit. quod si sit institutum, omnibus dari causam et potestatem peccandi, cum intellexerint vos ex ingenio eius, qui contra legem fecerit, non ex lege, in quam iurati sitis, rem iudicare; deinde et ipsis iudicibus iudicandi et ceteris civibus vivendi rationes perturbatum iri,
2.132 se una volta si sia receduto dalle leggi; ché e i giudici non avranno né che cosa seguire, se recedono da ciò che fu scritto, né in qual modo possano provare agli altri d’aver giudicato contro la legge; e gli altri cittadini ignoreranno che cosa fare, se ciascuno amministrerà ogni singola cosa dal proprio consiglio e da quella ragione che gli sarà venuta in mente o in libidine, non dal comune prescritto della città; appresso ricercare dai giudici stessi perché siano trattenuti in altrui negozi; perché siano impediti dall’officio della repubblica, ond’essi possano meno servire alle proprie cose e ai propri comodi; perché giurino in parole certe; perché convengano in tempo certo, perché in certo si dipartano, mentre nessuno adduce alcuna causa ond’egli meno frequentemente dia opera alla repubblica, se non quella causa che nella legge fu eccettuata; oppure se stimino equo ch’essi siano obbligati alle leggi in tante molestie, mentre concedono che i nostri avversari trascurino le leggi;
si semel ab legibus recessum sit; nam et iudices neque, quid sequantur, habituros, si ab eo, quod scriptum sit, recedant, neque, quo pacto aliis probare possint, quod contra legem iudicarint; et ceteros cives, quid agant, ignoraturos, si ex suo quisque consilio et ex ea ratione, quae in mentem aut in libidinem venerit, non ex communi praescripto civitatis unam quamque rem administrabit; postea quaerere ab iudicibus ipsis, quare in alienis detineantur negotiis; cur rei publicae munere impediantur, quo setius suis rebus et commo- dis servire possint; cur in certa verba iurent; cur certo tempore conveniant, cur certo discedant, nihil quis- quam afferat causae, quo minus frequenter operam rei publicae det, nisi quae causa in lege excepta sit; an se legibus obstrictos in tantis molestiis esse aequum censeant, adversarios nostros leges neglegere con-
2.133 di poi parimente ricercare dai giudici se, ascrivendo l’imputato stesso nella legge un’eccezione a cagione di quella cosa per cui dice d’aver fatto contro la legge, lo soffrirebbero; appresso che ciò ch’egli fa è più indegno e più impudente che se l’ascrivesse; orsù dunque, che è? se i giudici stessi volessero ascriverlo, lo soffrirebbe il popolo? e che questo è più indegno: che la cosa che essi non possono mutare con la parola e con le lettere,
cedant; deinde item quaerere ab iudicibus, si eius rei causa, propter quam se reus contra legem fecisse dicat, exceptionem ipse in lege adscribat, passurine sint; postea hoc, quod faciat, indignius et inpuden- tius esse, quam si adscribat; age porro, quid? si ipsi vellent iudices adscribere, passurusne sit populus? atque hoc esse indignius, quam rem verbo et litteris mutare non possint,
2.134 la mutino con il fatto stesso e con un giudizio massimo; di poi che è indegno che alcunché si deroghi alla legge o la legge si abroghi o in qualche parte si muti, mentre al popolo non si fa alcuna potestà di conoscere e di approvare o disapprovare; che ciò sarà ai giudici stessi cosa massimamente invidiosa; che non è questo il luogo né questo il tempo di correggere le leggi; che si conviene trattare queste cose presso il popolo e per via del popolo; che se ora ciò facessero, vorrebbero sapere chi sia il proponente, chi siano coloro che l’accolgono; che vedono delle fazioni e vogliono dissuadere; che se queste cose sono e sommamente inutili e di gran lunga turpissime, si conviene che la legge, di qualunque sorta sia, sia conservata al presente dai giudici, e di poi, se dispiace, sia corretta dal popolo; di poi che, se lo scritto non esistesse, lo ricercheremmo grandemente, né presteremmo fede a costoro, neppure se non vi fosse pericolo; ora invece, essendovi lo scritto, che è demenza conoscere la cosa di colui che peccò piuttosto che le parole della legge stessa. Con queste e simili ragioni si dimostra che non si conviene accogliere una causa fuori dello scritto.
eam re ipsa et iudicio maximo commutare; deinde indignum esse de lege aliquid derogari aut legem abrogari aut aliqua ex parte com- mutari, cum populo cognoscendi et probandi aut in- probandi potestas nulla fiat; hoc ipsis iudicibus in- vidiosissimum futurum; non hunc locum esse neque hoc tempus legum corrigendarum; apud populum haec et per populum agi convenire; quodsi nunc id agant, velle se scire, qui lator sit, qui sint accepturi; se f actiones videre et dissuadere velle; quodsi haec cum summe inutilia tum multo turpissima sint, legem, cuicuimodi sit, in praesentia conservari ab iudicibus, post, si displiceat, a populo corrigi convenire; deinde, si scriptum non exstaret, magnopere quaereremus ne- que isti, ne si extra periculum quidem esset, credere- mus; nunc cum scriptum sit, amentiam esse eius rei, qui peccarit, potius quam legis ipsius verba cogno- scere. his et huiusmodi rationibus ostenditur causam extra scriptum accipi non oportere.
2.135 La seconda parte è quella in cui si deve dimostrare che, se nelle altre leggi si conviene, in questa non si conviene. Ciò si dimostrerà, se la legge sembrerà concernere o le cose massime, utilissime, onestissime, religiosissime; o se sarà inutile o turpe o nefasto in una cosa di tal sorta non obbedire diligentissimamente alla legge; o se la legge si dimostrerà così diligentemente scritta per disteso, così provveduto intorno a ogni singola cosa, così eccettuato ciò che si conveniva, che si convenga minimamente arbitrare che qualcosa sia stato trascurato in una scrittura tanto diligente. Il terzo è il luogo massimamente necessario a colui che parlerà a favore dello scritto, per il quale conviene ch’egli dimostri che, anche se si convenisse accogliere una causa contro lo scritto, tuttavia minimamente si conviene quella che dagli avversari sia addotta.
Secunda pars est, in qua est ostendendum, si in cete- ris legibus oporteat, in hac non oportere. hoc de- monstrabitur, si lex aut ad res maximas, utilissimas, honestissimas, religiosissimas videbitur pertinere; aut inutile aut turpe aut nefas esse tali in re non diligen- tissime legi optemperare; aut ita lex diligenter per- scripta demonstrabitur, ita cautum una quaque de re, ita, quod oportuerit, exceptum, ut minime conveniat quicquam in tam diligenti scriptura praeteritum ar- bitrari. Tertius est locus ei, qui pro scripto dicet, maxime necessarius, per quem oportet ostendat, si conveniat causam contra scriptum accipi, eam tamen minime oportere, quae ab adversariis afferatur.
2.136 Il qual luogo è perciò necessario a costui, perché sempre colui che parlerà contro lo scritto conviene che adduca qualcosa di equità. Ché sarebbe somma impudenza che colui il quale vuole provare qualcosa contro ciò che fu scritto non si studii di farlo col presidio dell’equità. Se dunque l’accusatore deroga qualcosa da questa equità stessa, sembrerà in tutte le parti accusare più giustamente e più probabilmente. Ché l’orazione superiore faceva tutto questo, che i giudici, anche se non volessero, fossero per necessità costretti; questa invece fa che, anche se non vi fosse necessità, vogliano giudicare in contrario.
qui locus id- circo est huic necessarius, quod semper is, qui contra scriptum dicet, aequitatis aliquid afferat oportet. nam summa inpudentia sit eum, qui contra quam scriptum sit aliquid probare velit, non aequitatis praesidio id facere conari. si quid igitur ex hac ipsa quippiam ac- cusator derogat, omnibus partibus iustius et probabi- lius accusare videatur. nam superior oratio hoc omnis faciebat, ut, iudices etiamsi nollent, necesse esset; haec autem, etiamsi necesse non esset, ut vellent contra iudicare.
2.137 Ciò poi avverrà se, dai luoghi onde si dimostrerà esser la colpa in colui che si difenderà con la comparazione o con la rimozione o con la relazione del delitto o con le parti della concessione — intorno ai quali per disteso scrivemmo prima, come potemmo, diligentemente —, se da quei luoghi che la cosa postulerà trasporteremo qualcosa a disapprovare la causa degli avversari; oppure si addurranno cause e ragioni per cui e con qual consiglio così fu scritto nella legge o nel testamento, sì che sembri la causa esser confermata anche dalla sentenza e dalla volontà dello scrittore, non solo dalla scrittura stessa; oppure il fatto si convincerà anche con altre costituzioni.
id autem fiet, si, quibus ex locis culpa de- monstrabitur esse in eo, qui comparatione aut remotione aut relatione criminis aut concessionis partibus se defendet—de quibus ante, ut potuimus, diligenter perscripsimus—, si de iis locis, quae res postulabit, ad causam adversariorum inprobandam transferemus; aut causae et rationes afferentur, quare et quo consilio ita sit in lege aut in testamento scriptum, ut sententia quoque et voluntate scriptoris, non ipsa solum scrip- tura causa confirmata esse videatur; aut aliis quoque constitutionibus factum coarguetur.
2.138 Colui poi che parlerà contro lo scritto, per primo introdurrà quel luogo per il quale si dimostri l’equità della causa; oppure mostrerà con qual animo, con qual consiglio, per qual causa abbia fatto; e, qualunque causa assuma, si difenderà con le parti dell’assunzione, intorno alle quali si è detto prima. E in questo luogo, quando si sarà soffermato più a lungo e avrà adornato la ragione del suo fatto e l’equità della causa, allora dirà press’a poco da questi luoghi che si conviene accogliere le cause contro gli avversari. Dimostrerà che non v’è alcuna legge che voglia farsi qualche cosa inutile o iniqua; che tutti i supplizi che procedono dalle leggi furono istituiti a cagione di vindicare la colpa e la malizia;
Contra scriptum autem qui dicet, primum inducet eum locum, per quem aequitas causae demonstretur; aut ostendet, quo animo, quo consilio, qua de causa fecerit; et, quamcumque causam assumet, assumptio- nis partibus se defendet, de quibus ante dictum est. atque in hoc loco cum diutius commoratus sui facti rationem et aequitatem causae exornaverit, tum ex his locis fere contra adversarios dicet oportere causas accipi. demonstrabit nullam esse legem, quae aliquam rem inutilem aut iniquam fieri velit; omnia supplicia, quae ab legibus proficiscantur, culpae ac malitiae vin-
2.139 che lo scrittore stesso, se esistesse, approverebbe questo fatto e che egli medesimo, se gli fosse accaduta una tal cosa, l’avrebbe fatto; che perciò lo scrittore della legge istituì giudici di un certo ordine, forniti d’una certa età, perché vi fossero, non già coloro che recitassero il suo scritto, cosa che qualunque fanciullo potrebbe fare, ma coloro che potessero col pensiero conseguirlo e interpretare la volontà; di poi che quello scrittore, se commettesse i suoi scritti a uomini stolti e a giudici barbari, avrebbe scritto ogni cosa per disteso con somma diligenza; ora invece, poiché intendeva quali uomini fossero per giudicare la cosa, perciò non ascrisse quelle cose ch’egli vedeva esser perspicue:
dicandae causa constituta esse; scriptorem ipsum, si exsistat, factum hoc probaturum et idem ipsum, si ei talis res accidisset, facturum fuisse; ea re legis scriptorem certo ex ordine iudices certa aetate prae- ditos constituisse, ut essent, non qui scriptum suum recitarent, quod quivis puer facere posset, sed qui cogitatione assequi possent et voluntatem interpre- tari; deinde illum scriptorem, si scripta sua stultis hominibus et barbaris iudicibus committeret, omnia summa diligentia perscripturum fuisse; nunc vero, quod intellegeret, quales viri res iudicaturi essent, idcirco eum, quae perspicua videret esse, non adscrip- sisse:
2.140 ché non vi reputò esecutori del suo scritto, ma interpreti della sua volontà; appresso ricercare dagli avversari: che, se io avessi fatto questo? che, se questo fosse accaduto? — alcuna di quelle cose nelle quali o la causa sia onestissima o la necessità certissima: tuttavia accusereste? E pure la legge in nessun luogo eccettuò; non dunque ogni cosa si provvede con gli scritti, ma certe cose, quelle che son perspicue, si provvedono con tacite eccezioni; di poi che nessuna cosa si può rettamente amministrare né con le leggi né con alcuna scrittura, anzi neppure nel discorso quotidiano e nei comandi domestici, se ciascuno volesse scorgere le parole e non accostarsi alla volontà di colui che proferì quelle parole;
neque enim vos scripti sui recitatores, sed vo- luntatis interpretes fore putavit; postea quaerere ab adversariis: quid, si hoc fecissem? quid, si hoc acci- disset? eorum aliquid, in quibus aut causa sit honestissima aut necessitudo certissima: tamenne ac- cusaretis? atqui lex nusquam excepit; non ergo omnia scriptis, sed quaedam, quae perspicua sint, tacitis exceptionibus caveri; deinde nullam rem ne- que legibus neque scriptura ulla, denique ne in ser- mone quidem cotidiano atque imperiis domesticis recte posse administrari, si unus quisque velit verba spectare et non ad voluntatem eius, qui ea verba habuerit,
2.141 di poi dalle parti dell’utilità e dell’onestà mostrare quanto sia inutile o quanto turpe ciò che gli avversari dicono essersi convenuto o convenirsi fare, e quanto sia utile o quanto onesto ciò che noi facemmo o postuliamo; di poi che le leggi ci son care non a cagione delle lettere, che sono tenui e oscure note della volontà, ma a cagione dell’utilità di quelle cose intorno alle quali è scritto e della sapienza e diligenza di coloro che scrissero; appresso descrivere che cosa sia la legge, sì che essa sembri consistere nelle sentenze, non nelle parole; e che sembri obbedire alla legge quel giudice che ne segue la sentenza, non chi ne segue la scrittura; di poi quanto sia indegno che sia afflitto dal medesimo supplizio e colui che a cagione di qualche scelleratezza e audacia abbia fatto contro le leggi, e colui che per onesta o necessaria causa abbia receduto non dalla sentenza, ma dalle lettere della legge; e che con queste e simili ragioni si convenga e accogliere una causa, e accoglierla in questa legge, e accogliere quella causa ch’egli stesso adduce.
accedere; deinde ex utilitatis et honestatis partibus ostendere, quam inutile aut quam turpe sit id, quod adversarii dicant fieri oportuisse aut oportere, et id, quod nos fecerimus aut postulemus, quam utile aut quam honestum sit; deinde leges nobis caras esse non propter litteras, quae tenues et obscurae notae sint voluntatis, sed propter earum rerum, quibus de scriptum est, utilitatem et eorum, qui scripserint, sa- pientiam et diligentiam; postea, quid sit lex, descri- bere, ut ea videatur in sententiis, non in verbis con- sistere; et iudex is videatur legi optemperare, qui sen- tentiam eius, non qui scripturam sequatur; deinde, quam indignum sit eodem affici supplicio eum, qui propter aliquod scelus et audaciam contra leges fecerit, et eum, qui honesta aut necessaria de causa non ab sententia, sed ab litteris legis recesserit; atque his et huiusmodi rationibus et accipi causam et in hac lege accipi et eam causam, quam ipse afferat, opor-
2.142 lo dimostrerà. E come dicevamo a colui che parlava dallo scritto che gli sarebbe utilissimo aver derogato qualcosa da quell’equità che stava con l’avversario, così a costui che parlerà contro lo scritto gioverà moltissimo volgere qualcosa dalla scrittura stessa alla propria causa o mostrare che qualcosa fu scritto ambiguamente; di poi da quell’ambiguo difendere quella parte che gli giovi, oppure introdurre la definizione di una parola e tradurre la forza di quella parola, dalla quale sembra esser premuto, a comodo della propria causa, oppure dallo scritto introdurre per via di raziocinazione qualcosa di non scritto, intorno alla quale si dirà poi.
tere accipi demonstrabit. et quemadmodum ei dice- bamus, qui ab scripto diceret, hoc fore utilissimum, si quid de aequitate ea, quae cum adversario staret, derogasset, sic huic, qui contra scriptum dicet, pluri- mum proderit, ex ipsa scriptura aliquid ad suam cau- sam convertere aut ambigue aliquid scriptum osten- dere; deinde ex illo ambiguo eam partem, quae sibi prosit, defendere aut verbi definitionem inducere et illius verbi vim, quo urgeri videatur, ad suae causae commodum traducere aut ex scripto non scriptum aliquid inducere per ratiocinationem, de qua post di-
2.143 In qualunque cosa poi, per quanto lievemente probabile, si sarà difeso con lo scritto stesso, abbondando di equità nella causa, profitterà necessariamente molto, perciò che, se sottrarrà ciò su cui s’appoggia la causa degli avversari, ne avrà mitigata e dissolta tutta quella forza e acrimonia. I luoghi comuni poi dalle altre parti dell’assunzione converranno all’una e all’altra parte. Oltre a ciò poi, di colui che parlerà dallo scritto: che le leggi si convengono scorgere da sé, non dall’utilità di colui che fece in contrario, e che nulla si conviene aver per più antico delle leggi. Contro lo scritto: che le leggi consistono nel consiglio dello scrittore e nell’utilità comune, non nelle parole; quanto sia indegno che l’equità sia premuta dalle lettere, mentre essa è difesa dalla volontà di colui che scrisse.
cemus. quacumque autem in re, quamvis leviter probabili, scripto ipso se defenderit, cum aequitate causa abundabit, necessario multum proficiet, ideo quod, si id, quo nititur adversariorum causa, subduxe- rit, omnem eius illam vim et acrimoniam lenierit ac diluerit. Loci autem communes ceteris ex assumptionis parti- bus in utramque partem convenient. praeterea autem eius, qui a scripto dicet: leges ex se, non ex eius, qui contra commiserit, utilitate spectari oportere et legibus antiquius haberi nihil oportere. contra scrip- tum: leges in consilio scriptoris et utilitate com- muni, non in verbis consistere; quam indignum sit aequitatem litteris urgeri, quae voluntate eius, qui scripserit, defendatur.
2.144 Dalle leggi contrarie poi nasce la controversia, quando due leggi o più sembrano discordare fra loro, in questo modo: legge: «chi avrà ucciso un tiranno, prenda i premi degli olimpionici e chieda dal magistrato la cosa che vorrà per sé, e il magistrato gliela conceda». E un’altra legge: «ucciso il tiranno, il magistrato faccia uccidere i cinque suoi più prossimi per cognazione».
Alessandro, che presso i
Feréi in
Tessaglia aveva occupato la tirannide, fu ucciso di notte dalla propria moglie, cui era nome
Tebe, mentre giacevano insieme. Costei chiede per sé in luogo di premio il proprio figlio, che aveva avuto dal tiranno. Vi son taluni che dicono convenirsi che il fanciullo sia ucciso secondo la legge. La cosa è in giudizio. In questo genere converranno all’una e all’altra parte i medesimi luoghi e i medesimi precetti, perciò che ciascuno dovrà confermare la propria legge e infirmare la contraria.
Ex contrariis autem legibus controversia nascitur, cum inter se duae videntur leges aut plures discrepare, hoc modo: lex: qui tyrannum occiderit, olympio- nicarum praemia capito et quam volet sibi rem a magistratu deposcito et magistratus ei con- cedito. et altera lex: tyranno occiso quinque eius proximos cognatione magistratus necato. Alexan- drum, qui apud
Pheraeos in
Thessalia tyrannidem occu- parat, uxor sua, cui
Thebe nomen fuit, noctu, cum si- mul cubaret, occidit. haec filium suum, quem ex ty- ranno habebat, sibi in praemii loco deposcit. sunt qui ex lege occidi puerum dicant oportere. res in iudicio est. In hoc genere utramque in partem idem loci atque eadem praecepta convenient, ideo quod uterque suam legem confirmare, contrariam infirmare debebit.
2.145 Per primo dunque si convengono confrontare le leggi, considerando quale legge concerna le cose maggiori, cioè le più utili, le più oneste e più necessarie; donde si conchiude che, se vi saranno due leggi o più, o quante che ve ne saranno, le quali non si possano conservare perché discordano fra loro, si stimi doversi massimamente conservare quella che sembri concernere le cose massime; di poi quale legge sia stata promulgata posteriormente; ché ciascuna ultima è la più grave; di poi quale legge comandi qualcosa, quale permetta; ché ciò che si comanda è necessario, ciò che si permette è volontario; di poi in quale legge, se non vi si sia obbedito,
pri- mum igitur leges oportet contendere considerando, utra lex ad maiores, hoc est ad utiliores, ad hone- stiores ac magis necessarias res pertineat; ex quo conficitur, ut, si leges duae aut si plures erunt, aut quotquot erunt, conservari non possint, quia discrepent inter se, sed ea maxime conservanda putetur, quae ad maximas res pertinere videatur; deinde, utra lex posterius lata sit; nam postrema quaeque gravissima est; deinde, utra lex iubeat aliquid, utra permittat; nam id, quod imperatur, necessarium, illud, quod per- mittitur, voluntarium est; deinde, in utra lege, si non optemperatum sit,
2.146 si aggiunga la pena, o in quale si statuisca pena maggiore; ché massimamente si deve conservare quella che è più diligentemente sancita; di poi quale legge comandi, quale vieti; ché spesso quella che vieta sembra quasi con una certa eccezione correggere quella che comanda; di poi quale legge sia scritta di ogni genere, quale di una certa parte; quale comunemente per più cose, quale per qualche cosa certa; ché quella che è scritta per qualche parte e per una certa cosa determinata sembra accostarsi più presso alla causa e concernere maggiormente il giudizio; di poi se dalla legge sia necessario che si faccia subito qualcosa, ovvero se abbia qualche indugio e sospensione;
poena adiciatur aut in utra maior poena statuatur; nam maxime conservanda est ea, quae diligentissime sancta est; deinde, utra lex iubeat, utra vetet; nam saepe ea, quae vetat, quasi exceptione quadam corrigere videatur illam, quae iubet; deinde, utra lex de genere omni, utra de parte quadam; utra communiter in plures, utra in aliquam certam rem scripta videatur; nam quae in partem aliquam et quae in certam quandam rem scripta est, propius ad causam accedere videtur et ad iudicium magis pertinere; de- inde, ex lege utrum statim fieri necesse sit, utrum habeat aliquam moram et sustentationem;
2.147 ché ciò che si deve fare subito si conviene che si compia prima; di poi dar opera che la propria legge sembri appoggiarsi allo scritto stesso, e che la contraria s’introduca o per via dell’ambiguo o per via di raziocinazione o per via di definizione, mentre sembri esser più santo e più fermo ciò che è più apertamente scritto; di poi aggiungere allo scritto stesso della propria legge anche la sentenza, e parimente tradurre la legge contraria a un’altra sentenza, sì che, se si potrà fare, neppure sembrino discordare fra loro; per ultimo fare, se la causa ne darà la facoltà, che con la nostra ragione l’una e l’altra legge sembri conservarsi, mentre con la ragione degli avversari l’una sia per necessità da trascurarsi. I luoghi comuni poi converrà vedere e quelli che la causa stessa darà, e prenderli dalle amplissime parti dell’utilità e dell’onestà, dimostrando per via d’amplificazione a quale legge piuttosto si convenga accostarsi.
nam id, quod statim faciendum sit, perfici prius oportet; de- inde operam dare, ut sua lex ipso scripto videatur niti, contraria autem aut per ambiguum aut per ratio- cinationem aut per definitionem induci, cum sanctius et firmius id videatur esse, quod apertius scriptum sit; deinde suae legis ad scriptum ipsum sententiam quoque adiungere, contrariam legem item ad aliam sententiam transducere, ut, si fieri poterit, ne discrepare quidem videantur inter se; postremo facere, si causa facultatem dabit, ut nostra ratione utraque lex con- servari videatur, adversariorum ratione altera sit ne- cessario neglegenda. Locos autem communes et, quos ipsa causa det, videre oportebit et ex utilitatis et ex honestatis amplis- simis partibus sumere demonstrantem per amplifica- tionem, ad utram potius legem accedere oporteat.
2.148 Dalla raziocinazione nasce la controversia, quando da ciò che in qualche luogo è scritto si viene a ciò che in nessun luogo è scritto, in questo modo: legge: «se uno è furioso, sia degli agnati e dei gentili la potestà sopra di lui e sopra il suo denaro». E legge: «come il padre di famiglia avrà legato intorno alla sua famiglia e al suo denaro, così sia diritto». E legge: «se il padre di famiglia muore intestato, la sua famiglia e il suo denaro
Ex ratiocinatione nascitur controversia, cum ex eo, quod uspiam est, ad id, quod nusquam scriptum est, venitur, hoc pacto: lex: si furiosus est, agna- tum gentiliumque in eo pecuniaque eius potestas esto. et lex: paterfamilias uti super familia pecu- niaque sua legassit, ita ius esto. et lex: si pater- familias intestato moritur, familia pecuniaque eius
2.149 siano degli agnati e dei gentili». Un tale fu giudicato d’aver ucciso il genitore e subito, poiché non vi fu potestà di fuggire, gli furon poste ai piedi soleature di legno; la bocca poi gli fu avvolta d’un sacchetto e legata; di poi fu condotto in carcere, ond’egli ivi stesse per tanto tempo finché si apparecchiasse il culleo nel quale, gettato, fosse portato nella corrente. Frattanto certi suoi familiari portano in carcere le tavole e adducono i testimoni; scrivono gli eredi ch’egli stesso comanda; le tavole si suggellano. Di lui dopo si prende il supplizio. Tra coloro che furono scritti eredi nelle tavole e tra gli agnati v’è controversia intorno all’eredità. Qui non si proferisce alcuna legge certa che tolga la potestà di far testamento a coloro che si trovano in tale luogo. Dalle altre leggi, e quelle che affliggono costui stesso d’un supplizio di tal sorta e quelle che concernono la potestà di far testamento, si deve venire per via di raziocinazione a una ragione di tal sorta, sì che si ricerchi se egli abbia avuto la potestà di far testamento.
agnatum gentiliumque esto. Quidam iudicatus est pa- rentem occidisse et statim, quod effugiendi potestas non fuit, ligneae soleae in pedes inditae sunt; os autem ob- volutum est folliculo et praeligatum; deinde est in car- cerem deductus, ut ibi esset tantisper, dum culleus, in quem coniectus in profluentem deferretur, compararetur. interea quidam eius familiares in carcerem tabulas af- ferunt et testes adducunt; heredes, quos ipse iubet, scribunt; tabulae obsignantur. de illo post suppli- cium sumitur. inter eos, qui heredes in tabulis scripti sunt, et inter agnatos de hereditate controversia est. Hic certa lex, quae testamenti faciendi iis, qui in eo loco sint, adimat potestatem, nulla profertur. ex ce- teris legibus et quae hunc ipsum supplicio eiusmodi afficiunt et quae ad testamenti faciendi potestatem pertinent, per ratiocinationem veniundum est ad eius- modi rationem, ut quaeratur, habueritne testamenti fa- ciendi potestatem.
2.150 I luoghi comuni poi in questo genere d’argomentare arbitriamo che siano questi e certi altri di tal sorta: per primo, la lode e la conferma dello scritto che proferisci; di poi il confronto della cosa di cui si ricerca con quella di cui consta, di tal sorta che ciò di cui si ricerca sembri esser simile a quella di cui consta; appresso la maraviglia per via di contrasto, come si possa fare che colui il quale concede esser equa questa cosa neghi quell’altra, che è o più equa o nel medesimo genere; di poi che perciò di questa cosa nulla fu scritto, perché, essendo scritto di quell’altra, intorno a questa colui che scriveva non dubitò.
Locos autem communes in hoc genere argumentandi hos et huiusmodi quosdam esse arbitramur: primum eius scripti, quod proferas, laudationem et confirma- tionem; deinde eius rei, qua de quaeratur, cum eo, de quo constet, collationem eiusmodi, ut id, de quo quaeritur, ei, de quo constet, simile esse videatur; postea admirationem per contentionem, qui fieri pos- sit, ut qui hoc aequum esse concedat, illud neget, quod aut aequius aut eodem sit in genere; deinde idcirco de hac re nihil esse scriptum, quod, cum de illa esset scriptum, de hac is, qui scribebat, dubita-
2.151 ritenne che nessuno scrittore vi fosse; di poi che in molte leggi molte cose furono tralasciate, le quali nessuno reputi perciò tralasciate, perché dalle altre cose, intorno alle quali è scritto, si possono intendere; di poi si deve dimostrare l’equità della cosa, come nella giuridiciale assoluta. Colui invece che parlerà in contrario dovrà infirmare la similitudine; il che farà, se dimostrerà che quella cosa che si confronta è diversa per genere, per natura, per forza, per grandezza, per tempo, per luogo, per persona, per opinione; se si mostrerà in qual numero si convenga aver quella cosa che per via di similitudine si adduce, e in qual luogo quella di cui causa si adduce; di poi si dimostrerà in che cosa l’una cosa differisca dall’altra, sì che non sembri convenirsi stimare il medesimo dell’una e dell’altra.
turum neminem arbitratus sit; postea multis in le- gibus multa praeterita esse, quae idcirco praeterita nemo arbitretur, quod ex ceteris, de quibus scriptum sit, intellegi possint; deinde aequitas rei demon- stranda est, ut in iuridiciali absoluta. Contra autem qui dicet, similitudinem infirmare de- bebit; quod faciet, si demonstrabit illud, quod confera- tur, diversum esse genere, natura, vi, magnitudine, tempore, loco, persona, opinione; si, quo in numero illud, quod per similitudinem afferetur, et quo in loco illud, cuius causa afferetur, haberi conveniat, ostendetur; deinde, quid res cum re differat, demon- strabitur, ut non idem videatur de utraque existimari oportere.
2.152 e, se anch’egli potrà usare di raziocinazioni, userà di quelle medesime ragioni che prima furono esposte; se non potrà, negherà convenirsi di considerare alcunché, se non ciò che fu scritto; che molte sono le leggi intorno a cose simili, e tuttavia per ciascuna singola cosa ve n’è una sola; che tutte le cose si possono dimostrare fra loro o simili o dissimili. I luoghi comuni: dalla raziocinazione, che si conviene pervenire per congettura da ciò che fu scritto a ciò che non fu scritto; e che nessuno può abbracciare ogni cosa con la scrittura, ma che scrive più comodamente colui il quale cura che alcune cose s’intendano da certe altre;
ac, si ipse quoque poterit ratiocinationibus uti, isdem rationibus, quibus ante praedictum est, ute- tur; si non poterit, negabit oportere quicquam, nisi quod scriptum sit, considerare; multas de similibus rebus et in unam quamque rem tamen singulas esse leges; omnia posse inter se vel similia vel dissimilia demonstrari. Loci communes: a ratiocinatione, oportere coniec- tura ex eo, quod scriptum sit, ad id, quod non sit scriptum, pervenire; et neminem posse omnes res per scripturam amplecti, sed eum commodissime scribere, qui curet, ut quaedam ex quibusdam intellegantur;
2.153 contro la raziocinazione, di questa sorta: che la congettura è divinazione e che è proprio d’uno scrittore stolto il non poter provvedere a tutte le cose alle quali vorrebbe. La definizione è quando nello scritto è posta qualche parola della cui forza si ricerca, in questo modo: legge: «coloro che in avversa tempesta avranno abbandonato la nave perdano ogni cosa; la loro nave e il loro carico siano di coloro che saranno rimasti nella nave». Due tali, navigando già in alto mare, ed essendo dell’uno la nave, dell’altro il carico, scòrsero un naufrago che nuotava e tendeva le mani verso di loro; mossi da misericordia, accostarono a lui la nave e tolsero a sé l’uomo.
contra ratiocinationem huiusmodi: coniecturam divinationem esse et stulti scriptoris esse non posse om- nibus de rebus cavere, quibus velit. Definitio est, cum in scripto verbum aliquod est positum, cuius de vi quaeritur, hoc modo: lex: qui in adversa tempestate navem reliquerint, omnia amittunto; eorum navis et onera sunto, qui in nave remanserint. Duo quidam, cum iam in alto navigarent, et cum eorum alterius navis, alterius onus esset, naufragum quendam natantem et manus ad se tendentem animum adverterunt; misericordia commoti navem ad eum adplicarunt, hominem ad se sustulerunt.
2.154 Di poi, alquanto dopo, anche essi la tempesta cominciò a sbattere più veementemente, fino a tal punto che il padrone della nave, essendo egli stesso il nocchiero, si rifugiò nello schifo e di là, per via d’una funicella che, legata dalla poppa, traeva lo schifo annesso, reggeva la nave quanto poteva; quell’altro invece, di cui erano le mercanzie, si gettò là stesso nella nave sopra la spada. Allora quel naufrago s’accostò al timone e soccorse la nave quanto poté. Sedati poi i flutti e mutata ormai la tempesta, la nave è condotta in porto. Quegli invece che s’era gettato sopra la spada, lievemente ferito, fu facilmente risanato dalla ferita. La nave con il carico ciascuno di questi tre dice esser sua. Qui tutti s’accostano alla causa per via dello scritto e dalla forza del nome nasce la controversia. Ché e abbandonare la nave e rimanere nella nave, e infine che cosa sia la nave stessa, si ricercherà per via di definizioni. Si tratterà poi dei medesimi luoghi tutti dei quali consta la costituzione definitiva.
postea aliquanto ipsos quoque tempestas vehementius iactare coepit, usque adeo, ut dominus navis, cum idem gubernator esset, in scapham confugeret et inde funiculo, qui a puppi religatus scapham adnexam tra- hebat, navi, quod posset, moderaretur, ille autem, cuius merces erant, in gladium in navi ibidem in- cumberet. hic ille naufragus ad gubernaculum ac- cessit et navi, quod potuit, est opitulatus. sedatis autem fluctibus et tempestate iam commutata navis in portum pervehitur. ille autem, qui in gladium in- cubuerat, leviter saucius facile ex vulnere est recrea- tus. navem cum onere horum trium suam quisque esse dicit. Hic omnes scripto ad causam accedunt et ex nominis vi nascitur controversia. nam et relinquere navem et remanere in navi, denique navis ipsa quid sit, definitionibus quaeretur. isdem autem ex locis om- nibus, quibus definitiva constitutio, tractabitur.
2.155 Ora, esposte quelle argomentazioni che s’accomodano al genere giudiciale delle cause, di séguito daremo i luoghi e i precetti dell’argomentare nel genere deliberativo e nel demonstrativo, non perché ogni causa non si versi sempre in qualche costituzione, ma perché tuttavia vi sono certi luoghi propri di queste cause, non separati dalla costituzione, ma accomodati ai fini di questi generi.
Nunc expositis iis argumentationibus, quae in iudi- ciale causarum genus adcommodantur, deinceps in deliberativum genus et demonstrativum argumentandi locos et praecepta dabimus, non quo non in aliqua constitutione omnis semper causa versetur, sed quia proprii tamen harum causarum quidam loci sunt, non a constitutione separati, sed ad fines horum generum accommodati.
2.156 Ché piace che nel genere giudiciale il fine sia l’equità, cioè una qualche parte dell’onestà. Nel deliberativo poi ad Aristotele piace che sia l’utilità, a noi e l’onestà e l’utilità; nel demonstrativo l’onestà. Perciò anche in questo genere di causa certe argomentazioni si tratteranno comunemente e similmente, certe altre più separatamente s’aggiungeranno al fine al quale si conviene riferire tutta l’orazione. E non ci graverebbe di soggiungere un esempio di ciascuna singola costituzione, se non vedessimo che, come le cose oscure parlando divengono più aperte, così le cose aperte divengono più oscure per via dell’orazione. Ora procediamo ai precetti della deliberazione.
nam placet in iudiciali genere finem esse aequitatem, hoc est partem quandam honestatis. in deliberativo autem Aristoteli placet utilitatem, nobis et honestatem et utilitatem, in demonstrativo honestatem. quare in hoc quoque genere causae quaedam argumentationes communiter ac similiter tractabuntur, quaedam separatius ad finem, quo referri omnem orationem oportet, adiungentur. atque unius cuiusque constitutionis exemplum subponere non gra- varemur, nisi illud videremus, quemadmodum res obscurae dicendo fierent apertiores, sic res apertas obscuriores fieri oratione. Nunc ad deliberationis praecepta pergamus.
2.157 Le cose da appetire sono di tre generi; pari poi è il numero di quelle da evitare dalla parte contraria. Ché v’è una qualche cosa che con la sua propria forza ci adesca a sé, non captandoci con alcun emolumento, ma traendoci con la sua dignità, di tal genere la virtù, la scienza, la verità. V’è poi un’altra cosa da appetire non a cagione della propria forza e natura, ma a cagione del frutto e dell’utilità; di tal genere è la pecunia. V’è inoltre una qualche cosa congiunta dalle parti di queste, la quale e per la sua propria forza e dignità ci conduce allettati e reca con sé una certa utilità, ond’essa sia più appetita, come l’amicizia, la buona estimazione.
Rerum expetendarum tria genera sunt; par autem numerus vitandarum ex contraria parte. nam est quiddam, quod sua vi nos adliciat ad sese, non emo- lumento captans aliquo, sed trahens sua dignitate, quod genus virtus, scientia, veritas. est aliud autem non propter suam vim et naturam, sed propter fruc- tum atque utilitatem petendum; quod genus pecunia est. est porro quiddam ex horum partibus iunctum, quod et sua vi et dignitate nos inlectos ducit et prae se quandam gerit utilitatem, quo magis expetatur, ut amicitia, bona existimatio.
2.158 E da queste cose facilmente, anche tacendo noi, s’intenderanno le loro contrarie. Ma, affinché la ragione si tramandi più speditamente, quelle cose che ponemmo si nomineranno brevemente. Ché quelle che sono nel primo genere si chiameranno oneste; quelle invece che sono nel secondo, utili. Queste terze poi, perché contengono una parte d’onestà e perché maggiore è la forza dell’onestà, s’intendono affatto congiunte e di duplice genere, ma si riferiscano alla parte migliore del vocabolo e si nomino oneste. Da queste cose si conchiude che le parti delle cose da appetire sono l’onestà e l’utilità, di quelle da evitare la turpitudine e l’inutilità. A queste due cose dunque due cose grandi furono attribuite, la necessità e l’affezione; delle quali l’una si considera dalla forza, l’altra dalla cosa e dalle persone. Dell’una e dell’altra scriveremo poi più apertamente; ora spieghiamo per primo le ragioni dell’onestà.
atque ex his horum contraria facile tacentibus nobis intellegentur. sed ut expeditius ratio tradatur, ea, quae posuimus, brevi nominabuntur. nam, in primo genere quae sunt, ho- nesta appellabuntur; quae autem in secundo, utilia. haec autem tertia, quia partem honestatis continent et quia maior est vis honestatis, iuncta esse omnino et duplici genere intelleguntur, sed in meliorem partem vocabuli conferantur et honesta nominentur. ex his illud conficitur, ut petendarum rerum partes sint ho- nestas et utilitas, vitandarum turpitudo et inutilitas. his igitur duabus rebus res duae grandes sunt adtri- butae, necessitudo et affectio; quarum altera ex vi, altera ex re et personis consideratur. de utraque post apertius perscribemus; nunc honestatis rationes pri- mum explicemus.
2.159 Ciò che o tutto o in qualche parte si appetisce a cagione di sé, lo chiameremo onesto. Perciò, essendo due le sue parti, delle quali l’una è semplice, l’altra congiunta, consideriamo per prima la semplice. È dunque in quel genere la virtù, che abbraccia tutte le cose con una sola forza e con un solo nome. Ché la virtù è un abito dell’animo conforme al modo della natura e alla ragione. Per la qual cosa, conosciute tutte le sue parti, sarà considerata tutta la forza dell’onestà semplice. Ha dunque quattro parti: la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza.
Quod aut totum aut aliqua ex parte propter se pe- titur, honestum nominabimus. quare, cum eius duae partes sint, quarum altera simplex, altera iuncta sit, simplicem prius consideremus. est igitur in eo genere omnes res una vi atque uno nomine amplexa virtus. nam virtus est animi habitus naturae modo atque rationi consentaneus. quamobrem omnibus eius par- tibus cognitis tota vis erit simplicis honestatis con- siderata. habet igitur partes quattuor: prudentiam, iustitiam, fortitudinem, temperantiam.
2.160 La prudenza è la scienza delle cose buone e cattive e di quelle che non son né l’una né l’altra. Le sue parti: la memoria, l’intelligenza, la providenza. La memoria è quella per la quale l’animo ripete quelle cose che furono; l’intelligenza, quella per la quale scorge quelle che sono; la providenza, quella per la quale qualcosa di futuro si vede prima che sia stato fatto. La giustizia è un abito dell’animo che, conservata la comune utilità, tribuisce a ciascuno la sua dignità. Il suo principio provenne dalla natura; di poi certe cose, per ragione d’utilità, vennero in consuetudine; appresso le cose e provenute dalla natura e approvate dalla consuetudine il timore delle leggi e la religione le sancì.
Prudentia est rerum bonarum et malarum neutra- rumque scientia. partes eius: memoria, intellegentia, providentia. memoria est, per quam animus repetit illa, quae fuerunt; intellegentia, per quam ea perspicit, quae sunt; providentia, per quam futurum aliquid videtur ante quam factum est. Iustitia est habitus animi communi utilitate con- servata suam cuique tribuens dignitatem. eius initium est ab natura profectum; deinde quaedam in con- suetudinem ex utilitatis ratione venerunt; postea res et ab natura profectas et ab consuetudine probatas legum metus et religio sanxit.
2.161 Il diritto di natura è quello che non l’opinione generò, ma una certa forza insinuò nella natura, come la religione, la pietà, la gratitudine, la vindicazione, l’osservanza, la verità. La religione è quella che reca cura e cerimonia d’una certa natura superiore, che chiamano divina; la pietà, quella per la quale ai congiunti di sangue e alla patria si tribuisce un benevolo officio e un diligente culto; la gratitudine, nella quale si contiene la memoria delle amicizie e degli officii altrui e la volontà di rimunerare; la vindicazione, per la quale la violenza o l’ingiuria e affatto tutto ciò che è per nuocere si respinge difendendo o vendicando; l’osservanza, per la quale gli uomini che precedono in qualche dignità si degnano d’un certo culto e onore;
naturae ius est, quod non opinio genuit, sed quaedam in natura vis insevit, ut religionem, pietatem, gratiam, vindicationem, ob- servantiam, veritatem. religio est, quae superioris cuiusdam naturae, quam divinam vocant, curam caeri- moniamque affert; pietas, per quam sanguine con- iunctis patriaeque benivolum officium et diligens tri- buitur cultus; gratia, in qua amicitiarum et officiorum alterius memoria et remunerandi voluntas continetur; vindicatio, per quam vis aut iniuria et omnino omne, quod obfuturum est, defendendo aut ulciscendo pro- pulsatur; observantia, per quam homines aliqua digni- tate antecedentes cultu quodam et honore dignantur;
2.162 la verità, per la quale si dicono inmutate quelle cose che sono o prima furono o saranno. Il diritto di consuetudine è quello che o, lievemente tratto dalla natura, l’uso lo nutrì e lo fece maggiore, come la religione; o, se alcuna di quelle cose che prima dicemmo, provenuta dalla natura, vediamo esser fatta maggiore per via di consuetudine; o ciò che la vetustà condusse in costume per l’approvazione del volgo; di tal genere è il patto, l’equabile, il giudicato. Il patto è ciò che convenne fra alcuni; l’equabile, ciò che è equabile verso tutti; il giudicato, ciò intorno a cui fu già statuito dalle sentenze di alcuno o di alcuni. Il diritto di legge è quello che si contiene in quello scritto che fu esposto al popolo, perché l’osservi.
veritas, per quam inmutata ea, quae sunt ante aut fuerunt aut futura sunt, dicuntur. consuetudine ius est, quod aut leviter a natura tractum aluit et maius fecit usus, ut religionem, aut si quid eorum, quae ante diximus, ab natura profectum maius factum propter consuetudinem videmus, aut quod in morem vetustas vulgi adprobatione perduxit; quod genus pac- tum est, par, iudicatum. pactum est, quod inter ali- quos convenit; par, quod in omnes aequabile est; iudicatum, de quo alicuius aut aliquorum iam senten- tiis constitutum est. lege ius est, quod in eo scripto, quod populo expositum est, ut observet, continetur.
2.163 La fortezza è la considerata assunzione dei pericoli e la sofferenza delle fatiche. Le sue parti: la magnificenza, la fidanza, la pazienza, la perseveranza. La magnificenza è il pensiero e l’amministrazione di cose grandi ed eccelse con una certa ampia e splendida proposizione dell’animo; la fidanza è quella per la quale, nelle cose grandi e oneste, l’animo stesso collocò in sé molta fiducia con certa speranza; la pazienza è la volontaria e diuturna sofferenza di cose ardue e difficili a cagione dell’onestà o dell’utilità; la perseveranza è la stabile e perpetua permanenza in una ragione ben considerata.
Fortitudo est considerata periculorum susceptio et laborum perpessio. eius partes magnificentia, fidentia, patientia, perseverantia. magnificentia est rerum ma- gnarum et excelsarum cum animi ampla quadam et splendida propositione cogitatio atque administratio; fidentia est, per quam magnis et honestis in rebus multum ipse animus in se fiduciae certa cum spe con- locavit; patientia est honestatis aut utilitatis causa rerum arduarum ac difficilium voluntaria ac diuturna perpessio; perseverantia est in ratione bene considerata stabilis et perpetua permansio.
2.164 La temperanza è la ferma e moderata dominazione della ragione sopra la libidine e sopra gli altri non retti impeti dell’animo. Le sue parti: la continenza, la clemenza, la modestia. La continenza è quella per la quale la cupidigia è retta dal governo del consiglio; la clemenza, quella per la quale gli animi, temerariamente concitati all’odio di alcuno, sono trattenuti con affabilità; la modestia, quella per la quale il pudore procaccia la cura dell’onesto e una stabile autorità. E tutte queste cose si convengono appetire a cagione di sé sole, sì che nulla d’emolumento vi s’aggiunga. Il dimostrare ciò né concerne questo nostro istituto ed è rimosso
Temperantia est rationis in libidinem atque in alios non rectos impetus animi firma et moderata domina- tio. eius partes continentia, clementia, modestia. con- tinentia est, per quam cupiditas consilii gubernatione regitur; clementia, per quam animi temere in odium alicuius * iniectionis concitati comitate retinentur; modestia, per quam pudor honesti curam et stabilem comparat auctoritatem. atque haec omnia propter se solum, ut nihil adiungatur emolumenti, petenda sunt. quod ut demonstretur, neque ad hoc nostrum institutum pertinet et a brevitate praecipiendi remo-
2.165 dalla brevità del precettare. A cagione di sé poi si convengono evitare non solo quelle cose che a queste son contrarie, come alla fortezza l’ignavia e alla giustizia l’ingiustizia, ma anche quelle che sembrano esser prossime e finitime, mentre invece sono lontanissime; di tal genere alla fidanza è contraria la diffidenza, e per ciò è vizio; l’audacia non è contraria, ma apposita e prossima, e tuttavia è vizio. Così a ciascuna singola virtù si troverà un vizio finitimo, o già chiamato con un nome certo, come l’audacia, che è finitima alla fidanza, la pertinacia, che è finitima alla perseveranza, la superstizione, che è prossima alla religione, o senza alcun nome certo. Tutte queste cose parimente, come le contrarie delle cose buone, si riporranno fra le cose da evitare. E di quel genere d’onestà che da ogni parte si appetisce a cagione di sé, s’è detto abbastanza.
tum est. propter se autem vitanda sunt non ea modo, quae his contraria sunt, ut fortitudini ignavia et iustitiae iniustitia, verum etiam illa, quae propinqua videntur et finitima esse, absunt autem longissume; quod genus fidentiae contrarium est diffidentia et ea re vitium est; audacia non contrarium, sed appositum est ac propinquum et tamen vitium est. sic uni cuique virtuti finitimum vitium reperietur, aut certo iam no- mine appellatum, ut audacia, quae fidentiae, pertinacia, quae perseverantiae finitima est, superstitio, quae re- ligioni propinqua est, aut sine ullo certo nomine. quae omnia item uti contraria rerum bonarum in re- bus vitandis reponentur. Ac de eo quidem genere honestatis, quod omni ex parte propter se petitur, satis dictum est.
2.166 Ora sembra che si debba dire di quello al quale s’aggiunge anche l’utilità, che tuttavia chiamiamo onesto. Vi son dunque molte cose che ci conducono sì con la dignità, sì anche col loro frutto; nel qual genere è la gloria, la dignità, l’ampiezza, l’amicizia. La gloria è la frequente fama intorno ad alcuno con lode; la dignità è una onesta autorità di alcuno, degna di culto e d’onore e di reverenza; l’ampiezza è una grande abbondanza di potenza o di maestà o di alcune copie; l’amicizia è la volontà delle cose buone verso alcuno a cagione di quello stesso che si ama, con pari volontà di lui.
nunc de eo, in quo utilitas quoque adiungitur, quod tamen honestum vocamus, dicendum videtur. sunt igitur multa, quae nos cum dignitate tum quoque fructu suo ducunt; quo in genere est gloria, dignitas, ampli- tudo, amicitia. gloria est frequens de aliquo fama cum laude; dignitas est alicuius honesta et cultu et honore et verecundia digna auctoritas; ampli- tudo potentiae aut maiestatis aut aliquarum copiarum magna abundantia; amicitia voluntas erga aliquem rerum bonarum illius ipsius causa, quem diligit, cum eius pari voluntate.
2.167 Qui, poiché parliamo di cause civili, aggiungiamo all’amicizia il frutto, sì che essa sembri appetirsi anche a cagione di esso, affinché per caso coloro che stimano che noi parliamo d’ogni amicizia non comincino a riprenderci. Quantunque vi sian taluni che pensano doversi appetire l’amicizia solo a cagione dell’utilità; taluni a cagione di sé sola; taluni a cagione di sé e dell’utilità. Quale di queste cose si statuisca più veramente, vi sarà un altro luogo per considerarlo. Ora ciò così si lasci all’uso oratorio, che l’una e l’altra
hic, quia de civilibus causis lo- quimur, fructus ad amicitiam adiungimus, ut eorum quoque causa petenda videatur, ne forte, qui nos de omni amicitia dicere existimant, reprehendere inci- piant. quamquam sunt qui propter utilitatem modo petendam putant amicitiam; sunt qui propter se so- lum; sunt qui propter se et utilitatem. quorum quid verissime constituatur, alius locus erit considerandi. nunc hoc sic ad usum oratorium relinquatur, utram-
2.168 amicizia si convenga appetire a cagione della cosa. La ragione poi delle amicizie, poiché in parte sono congiunte alle religioni, in parte no, e perché in parte sono vecchie, in parte nuove, in parte provenute dal benefizio di quelli, in parte dal nostro, in parte più utili, in parte meno utili, si avrà dalle dignità delle cause, dalle opportunità dei tempi, dagli officii, dalle religioni, dalle vetustà. L’utilità poi o è posta nel corpo o nelle cose estrinseche; delle quali cose tuttavia di gran lunga la massima parte ritorna al comodo del corpo, come nella repubblica vi son certe cose che, per dir così, concernono il corpo della città, come i campi, i porti, la pecunia, la flotta, i nocchieri, i soldati, gli alleati, con le quali cose le città ritengono l’incolumità e la libertà; altre cose invero che compiono ormai qualcosa di più ampio e di meno necessario, come l’egregia ornazione e l’ampiezza della città, come una certa eccellente grandezza di pecunia, una moltitudine d’amicizie e di società.
que propter rem amicitiam esse expetendam. ami- citiarum autem ratio, quoniam partim sunt religioni- bus iunctae, partim non sunt, et quia partim veteres sunt, partim novae, partim ab illorum, partim ab nostro beneficio profectae, partim utiliores, partim minus utiles, ex causarum dignitatibus, ex temporum opportunitatibus, ex officiis, ex religionibus, ex vetu- statibus habebitur. Utilitas autem aut in corpore posita est aut in extrariis rebus; quarum tamen rerum multo maxima pars ad corporis commodum revertitur, ut in re pu- blica quaedam sunt, quae, ut sic dicam, ad corpus pertinent civitatis, ut agri, portus, pecunia, classis, nautae, milites, socii, quibus rebus incolumitatem ac libertatem retinent civitates, aliae vero, quae iam quid- dam magis amplum et minus necessarium conficiunt, ut urbis egregia exornatio atque amplitudo, ut quae- dam excellens pecuniae magnitudo, amicitiarum ac societatum multitudo.
2.169 Con le quali cose non si compie solo questo, che le città siano salve e incolumi, ma anche che siano ampie e potenti. Perciò sembra che due siano le parti dell’utilità, l’incolumità e la potenza. L’incolumità è la rata e integra conservazione della salute; la potenza è la facoltà delle cose idonee a conservare le proprie e a sminuire quelle dell’altro. E in tutte quelle cose che prima furono dette, si conviene considerare che cosa possa farsi e che cosa possa farsi facilmente. Diremo facile ciò che senza grande o senza alcuna fatica, spesa, molestia, si può compiere nel più breve tempo; poter farsi poi ciò che, quantunque abbisogni di fatica, di spesa, di molestia, di lunghezza, e abbia o tutte o moltissime o massime cause di difficoltà, tuttavia, assunte queste difficoltà, può compiersi e condursi a esito.
quibus rebus non illud solum conficitur, ut salvae et incolumes, verum etiam, ut amplae atque potentes sint civitates. quare utilitatis duae partes videntur esse, incolumitas et potentia. in- columitas est salutis rata atque integra conservatio; potentia est ad sua conservanda et alterius adtenuanda idonearum rerum facultas. atque in iis omnibus, quae ante dicta sunt, quid fieri et quid facile fieri possit, oportet considerare. facile id dicemus, quod sine magno aut sine ullo labore, sumptu, molestia quam brevissimo tempore confici potest; posse autem fieri, quod, quamquam laboris, sumptus, molestiae, longin- quitatis indiget atque aut omnes aut plurimas aut maximas causas habet difficultatis, tamen his suscep- tis difficultatibus confieri atque ad exitum perduci potest.
2.170 Poiché dunque abbiamo detto dell’onestà e dell’utilità, ora resta che scriviamo di quelle cose che dicevamo esser attribuite a queste, la necessità e l’affezione. Penso dunque che questa sia la necessità, alla quale con nessuna forza si può resistere, sì che essa men compia ciò che può fare, la quale né può mutarsi né mitigarsi. E, affinché ciò sia più aperto, per via d’esempio ci sia lecito conoscere la forza della cosa, quale e quanta sia. È necessario che la materia lignea possa esser arsa dalla fiamma. È necessario che il corpo animale e mortale in qualche tempo perisca; e così necessario, come postula quella forza della necessità che or ora descrivevamo. Quando necessità di tal sorta incorreranno nelle ragioni del dire, rettamente si chiameranno necessità;
Quoniam ergo de honestate et de utilitate dixi- mus, nunc restat, ut de iis rebus, quas his adtributas esse dicebamus, necessitudine et affectione, perscriba- mus. puto igitur esse hanc necessitudinem, cui nulla vi resisti potest, quo ea setius id, quod facere pot- est, perficiat, quae neque mutari neque leniri potest. atque, ut apertius hoc sit, exemplo licet vim rei, qualis et quanta sit, cognoscamus. uri posse flamma ligneam materiam necesse est. corpus animal mortale aliquo tempore interire necesse est; atque ita necesse, ut vis postulat ea, quam modo describebamus, ne- cessitudinis. huiusmodi necessitudines cum in di- cendi rationes incident, recte necessitudines appella- buntur;
2.171 ma se accadranno alcune cose difficili, le considereremo in quella superiore questione, se possa farsi. E ancora mi sembra di veder questo, che vi sono certe necessità con aggiunzione, certe semplici e assolute. Ché diversamente siamo soliti dire: è necessario che i Casilinesi si arrendano ad Annibale; diversamente poi: è necessario che
Casilino venga in potestà d’Annibale. Là, nella superiore, l’aggiunzione è questa: a meno che non preferiscano perire di fame; ché, se ciò preferiscono, non è necessario; questa inferiore non così, perciò che, sia che i Casilinesi vogliano arrendersi, sia che vogliano patir la fame e così perire, è necessario che Casilino venga in potestà d’Annibale. Che cosa dunque può compiere questa distribuzione della necessità? Quasi direi moltissimo, quando il luogo della necessità sembrerà incorrere. Ché, quando la necessità sarà semplice,
sin aliquae res accident difficiles, in illa su- periore, possitne fieri, quaestione considerabimus. at- que etiam hoc mihi videor videre, esse quasdam cum adiunctione necessitudines, quasdam simplices et ab- solutas. nam aliter dicere solemus: necesse est
Casilinenses se dedere Hannibali; aliter autem: ne- cesse est Casilinum venire in Hannibalis potestatem. illic, in superiore, adiunctio est haec: nisi si malunt fame perire; si enim id malunt, non est necesse; hoc inferius non item, propterea quod, sive velint Casili- nenses se dedere sive famem perpeti atque ita perire, necesse est Casilinum venire in Hannibalis potestatem. quid igitur haec perficere potest necessitudinis distri- butio? prope dicam plurimum, cum locus necessi- tudinis videbitur incurrere. nam cum simplex erit necessitudo,
2.172 non vi sarà ragione che molto diciamo, non potendola mitigare con alcuna ragione; quando invece così sarà necessario, se vogliamo fuggire o conseguire qualcosa, allora si dovrà considerare che cosa abbia quell’aggiunzione d’utilità o che cosa d’onestà. Ché, se vorrai attendervi, così tuttavia che ricerchi ciò che convenga all’uso della città, troverai che non v’è cosa alcuna che sia necessario fare, se non a cagione di qualche causa che chiamiamo aggiunzione; e che parimente vi son molte cose di necessità alle quali non s’accosta una simile aggiunzione; di tal genere, come gli uomini mortali è necessario che periscano, senza aggiunzione; come usino del cibo, non è necessario, se non con quell’eccezione, fuorché se non vogliano perire di fame.
nihil erit quod multa dicamus, cum eam nulla ratione lenire possimus; cum autem ita necesse erit, si aliquid effugere aut adipisci velimus, tum adiunctio illa quid habeat utilitatis aut quid honestatis, erit considerandum. nam si velis attendere, ita tamen, ut id quaeras, quod conveniat ad usum civitatis, re- perias nullam esse rem, quam facere necesse sit, nisi propter aliquam causam, quam adiunctionem nomi- namus; pariter autem esse multas res necessitatis, ad quas similis adiunctio non accedit; quod genus ut homines mortales necesse est interire, sine ad- iunctione; ut cibo utantur, non necesse est nisi cum illa exceptione extra quam si nolint fame perire.
2.173 Dunque, come dico, sempre si dovrà considerare di qual sorta sia ciò che s’aggiunge. Ché in ogni tempo ciò concernerà questo, che o all’onestà in questo modo si debba esporre la necessità: è necessario, se vogliamo vivere onestamente; o all’incolumità, in questo modo: è necessario, se vogliamo essere incolumi; o al comodo, in questo modo: è necessario, se vogliamo vivere senza incomodo. E somma invero sembra esser la necessità dell’onestà; a questa prossima quella dell’incolumità;
ergo, ut dico, illud, quod adiungitur, semper, cuius- modi sit, erit considerandum. nam omni tempore id pertinebit, ut aut ad honestatem hoc modo expo- nenda necessitudo sit: necesse est, si honeste volu- mus vivere; aut ad incolumitatem, hoc modo: ne- cesse est, si incolumes volumus esse; aut ad commoditatem, hoc modo: necesse est, si sine incommodo volumus vivere. ac summa quidem necessitudo vi- detur esse honestatis; huic proxima incolumitatis;
2.174 terza e levissima quella del comodo, la quale non potrà mai contendere con queste due. Queste poi è necessario che spesso si confrontino fra loro, sì che, quantunque l’onestà sovrasti all’incolumità, tuttavia si deliberi a quale massimamente si debba provvedere. Di tal cosa sembra che si possa dare un certo prescritto fisso e perpetuo. Ché, in quella cosa nella quale potrà farsi che, avendo provveduto all’incolumità, ciò che al presente fu delibato dell’onestà alcuna volta con virtù e industria si ricuperi, sembrerà doversi aver ragione dell’incolumità; quando invece ciò non potrà farsi, dell’onestà. Così anche in cosa di tal sorta, quando sembreremo provvedere all’incolumità, veramente potremo dire che noi abbiamo ragione dell’onestà, poiché senza l’incolumità non possiamo in alcun tempo conseguirla. Nella qual cosa converrà o concedere all’altro o discendere alla condizione dell’altro o al presente quietarci e aspettare altro tempo,
tertia ac levissima commoditatis; quae cum his num- quam poterit duabus contendere. hasce autem inter se saepe necesse est comparari, ut, quamquam praestet honestas incolumitati, tamen, utri potissimum consu- lendum sit, deliberetur. cuius rei certum quoddam praescriptum videtur in perpetuum dari posse. nam, qua in re fieri poterit, ut, cum incolumitati consulueri- mus, quod sit in praesentia de honestate delibatum, virtute aliquando et industria recuperetur, incolumita- tis ratio videbitur habenda; cum autem id non poterit, honestatis. ita in huiusmodi quoque re, cum inco- lumitati videbimur consulere, vere poterimus dicere nos honestatis rationem habere, quoniam sine inco- lumitate eam nullo tempore possumus adipisci. qua in re vel concedere alteri vel ad condicionem alterius descendere vel in praesentia quiescere atque aliud tem-
2.175 purché si attenda a questo, se sembri degna la causa, quella che concernerà l’utilità, perché alcunché si deroghi dalla magnificenza o dall’onestà. E in questo luogo mi sembra che sia quel capo, che ricerchiamo che cosa sia ciò il quale, se lo vogliamo conseguire o fuggire, ci sia necessaria qualche cosa, cioè quale sia l’aggiunzione, sì che, secondo come ciascuna cosa sarà, ci adoperiamo e giudichiamo veementissimamente necessaria ciascuna gravissima causa.
pus exspectare oportebit, modo illud adtendatur, di- gnane causa videatur ea, quae ad utilitatem pertine- bit, quare de magnificentia aut de honestate quiddam derogetur. atque in hoc loco mihi caput illud vide- tur esse, ut quaeramus, quid sit illud, quod si adi- pisci aut effugere velimus, aliqua res nobis sit ne- cessaria, hoc est, quae sit adiunctio, ut proinde, uti quaeque res erit, elaboremus et gravissimam quamque causam vehementissime necessariam iudicemus.
2.176 L’affezione è una certa mutazione delle cose dal tempo o dall’evento dei negozi o dall’amministrazione o dallo studio degli uomini, sì che esse sembrino doversi avere non tali quali prima furono avute o per lo più si sogliono avere; come passare ai nemici sembra esser turpe, ma non con quell’animo col quale Ulisse passò; e gettare la pecunia in mare sembra inutile, ma non con quel consiglio col quale
Aristippo fece. Vi son dunque certe cose da considerarsi dal tempo e dal consiglio, non dalla loro natura; nelle quali tutte si deve considerare che cosa i tempi postulino, che cosa sia degno delle persone, e si deve attendere non a che cosa, ma con quale animo, con chi, in qual tempo, per quanto tempo ciascuna cosa si faccia. Da queste parti arbitriamo che si convenga prendere i luoghi per il dire una sentenza.
Affectio est quaedam ex tempore aut ex nego- tiorum eventu aut administratione aut hominum studio commutatio rerum, ut non tales, quales ante ha- bitae sint aut plerumque haberi soleant, habendae videantur esse; ut ad hostes transire turpe videatur esse, at non illo animo, quo Ulixes transiit; et pe- cuniam in mare deicere inutile, at non eo consilio, quo
Aristippus fecit. sunt igitur res quaedam ex tempore et ex consilio, non ex sua natura conside- randae; quibus in omnibus, quid tempora petant, quid personis dignum sit, considerandum est et non quid, sed quo quidque animo, quicum, quo tempore, quam- diu fiat, attendendum est. his ex partibus ad senten- tiam dicendam locos sumi oportere arbitramur.
2.177 Le lodi poi e le vituperazioni si prenderanno da quei luoghi che furono attribuiti alle persone, dei quali si è detto prima. Ma se taluno vorrà trattarle più distributamente, gli sarà lecito partirle nell’animo e nel corpo e nelle cose estrinseche. Dell’animo è la virtù, delle cui parti poco prima si è detto; del corpo la sanità, la dignità, le forze, la velocità; estrinseche l’onore, la pecunia, l’affinità, la stirpe, gli amici, la patria, la potenza, e le altre cose che s’intenderanno esser di simile genere.
Laudes autem et vituperationes ex iis locis sumentur, qui loci personis sunt adtributi, de quibus ante dic- tum est. sin distributius tractare qui volet, partiatur in animum et corpus et extraneas res licebit. animi est virtus, cuius de partibus paulo ante dictum est; corporis valetudo, dignitas, vires, velocitas; extraneae honos, pecunia, adfinitas, genus, amici, patria, poten- tia, cetera, quae simili esse in genere intellegentur.
2.178 E in queste si dovrà far valere ciò che vale in tutte; s’intenderanno anche le contrarie, quali e di che sorta siano. Nel lodare poi e nel vituperare si dovrà vedere non tanto quali cose colui di cui si tratta abbia avuto nel corpo o nelle cose estrinseche, quanto in qual modo abbia usato di queste cose. Ché lodare la fortuna è stoltezza e vituperarla è superbia, mentre dell’animo e la lode è onesta e la vituperazione è veemente. Ora, poiché in ogni genere di causa è stata tramandata la ragione dell’argomentare, sembra che dell’invenzione, prima e massima parte della retorica, s’è detto abbastanza. Perciò, poiché e una parte è stata condotta a esito con questo e col superiore libro, e questo libro non poco contiene di lettere, quelle cose che restano le diremo nei restanti.
atque in his id, quod in omnia, valere oportebit; con- traria quoque, quae et qualia sint, intellegentur. vi- dere autem in laudando et in vituperando oportebit non tam, quae in corpore aut in extraneis rebus ha- buerit is, de quo agetur, quam quo pacto his rebus usus sit. nam fortunam quidem et laudare stultitia et vituperare superbia est, animi autem et laus ho- nesta et vituperatio vehemens est. Nunc quoniam omne in causae genus argumentan- di ratio tradita est, de inventione, prima ac maxima parte rhetoricae, satis dictum videtur. quare, quoniam et una pars ad exitum hoc ac superiore libro per- ducta est et hic liber non parum continet litterarum, quae restant, in reliquis dicemus.